Innovation Act in 10 punti: luci e ombre di una giusta azione di politica economica | Economyup
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Innovation Act in 10 punti: luci e ombre di una giusta azione di politica economica



Dagli incentivi per chi investe in startup alle SIS, dal Fondo Nazionale alla definizione della figura del business angel: ecco tutti i provvedimenti che danno vita al primo Innovation Act italiano. Non tutti sono già operativi ma la direzione è quella giusta. Soprattutto se ci sarà la collaborazione pubblico-privato

di Stefano Peroncini

10 Lug 2019


A novembre 2018,  a Shangai, il vicepremier e ministro dello Sviluppo economico Luigi di Maio ha parlato per la prima volta di un Innovation Act per la Smart Nation:  finanziamenti per gli investimenti in settori considerati fondamentali quali l’intelligenza artificiale, la blockchain, il venture capitalism, più l’introduzione dalla figura professionale di un manager dell’innovazione digitale. Siano benvenute tutte le occasioni per riflettere sull’Innovation Act, l’insieme di provvedimenti a favore dell’innovazione in Italia, e sulla strada che il Paese può e deve percorrere per innovare il suo sistema economico e produttivo. Di recente ho partecipato all’evento MACRO-MICRO presso l’Ordine dei Dottori Commercialisti e degli Esperti Contabili di Milano, in cui si è fatto il punto con esperti di congiuntura economica e di investimenti illiquidi, tra cui private equity e – ovviamente – anche venture capital.

Chi mi ha preceduto – veri esperti del settore – ha chiaramente esposto quanto oggi sia difficile produrre rendimenti sostenibili nel tempo: ciò a causa prevalentemente di incertezze geopolitiche, crescenti fenomeni di volatilità sui mercati quotati, modeste spinte inflazionistiche a livello mondiale e una dinamica della crescita globale in graduale rallentamento.

Ho così cominciato il mio intervento rallegrandomi del fatto che lavoro nel “MICRO” e non nel “MACRO”, stante la complessità mondiale dei public market in cui ci troviamo oggi, cosi pesantemente condizionati dalle dichiarazioni quotidiane di Trump e dai suoi dazi versa la Cina, dai rendimenti obbligazionari costantemente negativi e più in generale da scenari geo-politici difficilmente prevedibili e sicuramente non controllabili.

E allora spazio agli investimenti illiquidi, che come ho ricordato in un precedente post, raggiungeranno globalmente nel 2023, secondo autorevoli stime, l’impressionante cifra di 14.000 miliardi di dollari!

INNOVATION ACT, IL RUOLO DEL PRIVATE CAPITAL 

Partiamo da un po’ di dati italiani: qui è d’obbligo cambiare scala, dal MACRO al MICRO a quella NANOmetrica. E si, perché se da un lato complessivamente l’industria italiana del private capital (che ricordiamo comprende private equity, venture capital e private debt) nel 2018 ha investito poco meno di 10 miliardi di euro, superando la Germania (sebbene solo in volumi, ma non in termini di operazioni fatte) e quasi raddoppiando gli investimenti in Spagna, dall’altro resta il nostro tallone d’acchile: il venture capital.

Ma siamo al punto di svolta, al giro di boa! Mi occupo di venture capital sin dai primi anni 2000 e da allora dico che il nostro Paese si è sempre “arrabattato” tra i 100 e i 200 milioni di euro di investimenti l’anno; dal 2018 sembra che i numeri abbiano intrapreso un trend che potrebbe portarci a breve alla mitica soglia del miliardo di euro di investimento. Sarebbe già un gran risultato se puntassimo tutti coesi verso tale soglia, lasciando l’ambizione del traguardo di avere unicorni (cioè startup valutabili 1 miliardo di dollari) a quei Paesi che hanno avuto la lungimiranza politica di innestare politiche pubbliche in supporto dell’innovazione e del venture capital oltre 30 anni orsono.

INNOVATION ACT, L’IMPORTANZA DELLA MANO PUBBLICA

Se guardiamo i dati pubblicati di recente da AIFI, scopriamo che il “settore pubblico” in Italia già pesa abbondantemente rispetto alle altre fonti della raccolta dei fondi di venture capital, con il 45% rispetto al 27% della Germania, il 21% della Francia e il solo 9% di UK.

Ma non è abbastanza: la mia provocazione è che abbiamo bisogno di più del pubblico, ci serve ora come non mai un vero e proprio “Stato Innovatore”, come lo ha ben raccontato Mariana Mazzucato nel suo libro “Lo Stato innovatore”, la cui tesi fondamentale è che deve essere lo Stato, nelle economie più avanzate, a farsi carico del rischio di investimento iniziale all’origine delle nuove tecnologie.

Quanto ha ragione la Mazzucato: non è una contraddizione in termini! Sapete che l’iPhone, che così tanto ci condiziona la quotidianità, è cosi smart perché ingloba tecnologie pesantemente supportate da fondi pubblici, da internet, al touch, al GPS sino al riconoscimento vocale di Siri?

Conferma anche Massimiliano Magrini, ex manager Google oggi collega venture capitalist, nel suo recente libro “Fuori dal gregge: il pensiero divergente che crea innovazione”: le grandi culle dell’innovazione quali le tanto citate Silicon Valley e Israele sono nate e si sono consolidate proprio grazie a colossali quantità di denari pubblici.

Ebbene, il nostro Stato ci sta provando, a suo modo, con tutti i limiti e le difficoltà del caso, tra le priorità che cambiano di continuo, dalla gestione degli sbarchi di immigrati con annesse polemiche sulle navi ONG alla difesa da procedure di infrazione che magicamente rientrano dopo mesi e mesi di campagna stampa contraria sino alla manovra Iva che prima o poi forse, ahinoi, arriverà. E l’Innovation Act è la conferma di questa volontà.

Chi scrive non è giallo-verde, né di destra nè di sinistra: la mia bandiera è l’innovazione. La tecnologia e il benessere del Paese che ne derivano sono trasversali, non hanno colore politico, e devono poter attecchire, germogliare e “contaminare” quante più persone e società, per darci la possibilità di avere finalmente una ripresa felice della nostra economia, da anni troppo asfittica.

INNOVATION ACT, LO STATO DELLE COSE IN 10 PUNTI

E allora vediamo qual è lo stato di attuazione del nostro primo Innovation Act in Italia, in 10 punti. Luci e ombre, ma la direzione è senza ombra di dubbio quella giusta.

1. AGEVOLAZIONE FISCALE PER INVESTIMENTI IN STARTUP AL 40%.

In attesa della autorizzazione Commissione Europea.

La legge di bilancio 2019 ha aumentato l’aliquota dal 30% al 40%. Ricordiamo che è stata introdotta nel 2019 al 19% e nel 2017 portata al 30%. In sintesi qualunque persona fisica che investa nel capitale di una startup innovativa nel 2019 potrà detrarre il 40% dell’importo investito dall’imposta sul proprio reddito dovuta in sede di dichiarazione dei redditi annuali, in un’unica soluzione, fino al limite massimo di investimento di €1M. Per le persone giuridiche l’incentivo consiste invece in una deduzione sempre del 40% dal reddito complessivo ai fini IRES con il vincolo massimo di investimento di €1.8M.

La suddetta percentuale sale, per il 2019, al 50% qualora oggetto di acquisizione sia la start up innovativa, a condizione che l’intero capitale sociale sia acquisito e mantenuto per almeno 3 anni

2. AGEVOLAZIONE FISCALE DEL 50% PER INCENTIVARE LE EXIT
Operativa

Viene esteso l’utilizzo del Fondo di Garanzia per le PMI ai soggetti che finanziano, per il tramite di piattaforme di social lending e di crowdfunding, progetti di investimento realizzati da micro, piccole e medie imprese operanti nei settori di attività ammissibili all’intervento del Fondo.

3. PIR (PIANI INDIVIDUALI DI RISPARMIO) – ELTIF (EUROPEAN LONG TERM INVESTMENT FUND).
Operativa

Nell’ambito dell’Innovation Act i PIR sono gli strumenti di investimento dedicati ai piccoli investitori, riservati alle sole persone fisiche, introdotti dalla legge di bilancio 2017, per veicolare capitali all’economia reale. Già presenti all’estero con successo in Francia, Uk, USA, Giappone. Ai risparmiatori viene garantito l’esenzione fiscale (no 26% di tassazione su rendite finanziarie) sui capital gain se mantenuti 5 anni, non più di 30K/anno di investimento.

Con la legge di Bilancio 2019 viene stabilito che: 1) la quota del 70% del valore complessivo dei PIR costituiti a partire dal 1° gennaio 2019 debba essere investita in strumenti finanziari, anche non negoziati nei mercati regolamentati o nei sistemi multilaterali di negoziazione, emessi o stipulati con imprese residenti in Italia o in Stati UE o aderenti al SEE con stabili organizzazioni in Italia; 2) all’interno di questo 70%, occorre investire obbligatoriamente, per almeno 2/3 dell’anno: a) almeno il 5% del 70% (ossia il 3,5%) in strumenti finanziari, ammessi alle negoziazioni sui sistemi multilaterali di negoziazione (cioè AIM Italia per le azioni ed ExtraMot Pro per le obbligazioni), emessi da PMI ammissibili; b) per almeno il 5% del 70% (ossia il 3,5%) in quote o azioni di fondi per il venture capital residenti nel territorio dello Stato o Stati membri UE o aderenti al SEE.

I PIR nel 2017 hanno raccolto l’incredibile cifra di 11 miliardi, nel 2018 sono crollati a 4.2 e nel 2019 stime di raccolta per solo 1 miliardo.

E’ successo ahimè che i gestori ritengono il nuovo vincolo di destinazione troppo stringente per le loro policy e per le loro compliance interne, oltre a rappresentare un vincolo di illiquidità che fa venire mal di pancia ai gestori PIR che fanno della liquidabilità dei loro asset un vero mantra. Si attende quindi una revisione a cura del Governo.

Inoltre, è stato previsto che i redditi derivanti dagli investimenti in fondi di investimento europei a lungo termine (ELTIF – European Long Term Investments Fund), anche mediante l’investimento in organismi di investimento collettivo del risparmio (cifr. fondi di VC) che investono integralmente il proprio patrimonio in quote o azioni dei predetti fondi, sono esenti dalle imposte sui redditi di capitale e sui redditi diversi.

4. FONDO NAZIONALE INNOVAZIONE
In fase di costituzione

Firmato dal Ministero dello Sviluppo economico e dal Ministero dell’Economia il decreto che consente lo spostamento dei fondi da Invitalia a Cassa Depositi e Prestiti. Con l’acquisizione da parte di Cdp del 70% di Invitalia Ventures SGR (che si chiamerà CDP Ventures) prende dunque forma il fondo VC che, dopo i tagli del decreto crescita, si comporrà dei 400 milioni portati in dote da Invitalia, del mezzo milione messo da CDP e dai 110 promessi dal Governo (30Ml stanziati nel 2019, 2020, 2021 + 5Ml stanziati nel 2022, 2023, 2024, 2025) tramite il MISE. Opererà come un Fondo di Fondi, investendo quindi indirettamente tramite nei fondi di venture capital che direttamente in startup e PMI innovative, da seed ad expansion con particolare attenzione al Technology Transfer.

5FINO AL 10% DEGLI UTILI DELLE SOCIETÀ PARTECIPATE DALLO STATO PER FONDI DI VC
Operativa

Si tratta della distribuzione degli utili di esercizio sotto forme di dividendi delle società partecipate dal Ministero dell’Economia e delle Finanze da destinare ad investimenti in Fondi per il Venture Capital; la percentuale del 15% prevista in Legge di Bilancio 2019 è stata ahimè ridotta e non comprende più gli utili del 2018 nella conversione in legge: “Le somme introitate a tale titolo sono riassegnate, anche in deroga ai limiti previsti per le riassegnazioni, con decreto del Ministro dell’economia e delle finanze, a un apposito fondo istituito nello stato di previsione del Ministero dell’economia e delle finanze. All’articolo 1, comma 216, della legge 30 dicembre 2018, n. 145, al primo periodo, le parole: «in misura non inferiore al 15 per cento» sono sostituite dalle seguenti: «fino al 10 per cento» e, al terzo periodo, le parole: «dalla data di entrata in vigore della presente legge» sono sostituite dalle seguenti: «dal 1° luglio 2019»

6. INCENTIVI PER LE CASSE DI PREVIDENZA AD INVESTIRE IN FONDI DI VC, DAL 5 AL 10%.

Operativa

Già stanziati in legge di bilancio 2019. Possibilità di esenzione fiscale del capital gain degli “investimenti qualificati” degli enti di previdenza obbligatoria che possono arrivare sino al 10% del proprio attivo patrimoniale (a condizione che siano mantenuti per 5 anni), includendo anche il VC, asset class in precedenza esclusa.

7. 45ML€ per BLOCKCHAIN, IOT, AI.

Operativa.

Già stanziati in legge di bilancio 2019, su tre anni.

8. INTRODUZIONE DELLA FIGURA DELL’INNOVATION MANAGER

Parzialmente operativa

Stanziato in legge di bilancio 2019

Il profilo dell’Innovation Manager che aiuterà le Pmi nella transizione verso il digitale trova finalmente una definizione, grazie alla pubblicazione sulla Gazzetta ufficiale del primo luglio del decreto 7 maggio 2019 del ministero dello Sviluppo economico. Si sblocca così una dotazione della legge di Bilancio che, solo per il 2019, vale 25 milioni di euro e che spalmerà altri 50 milioni di euro tra il 2020 e il 2021: sono tanti i contributi a fondo perduto dedicati proprio a pagare le consulenze specialistiche per l’innovazione. Ora si attende un provvedimento del Mise.

Il contributo per le micro e piccole imprese è pari al 50% dei costi sostenuti nel corso del periodo di imposta, entro il limite di 40mila euro. Per le medie imprese il contributo scende al 30%, con tetto a 25mila euro. In caso di adesione a un contratto di rete, il contributo è del 50%, con limite a 80mila euro. In sostanza, sono previste tre diverse gradazioni dell’incentivo dedicato agli Innovation Manager.

9. SIS – SOCIETA’ DI INVESTIMENTO SEMPLICE

Operativa

Già stanziati in legge di bilancio 2019.

Nuova modalità per gestire iniziative di venture capital con limite massimo di 25Ml di raccolta, nella forma della Sicav (quindi sempre con supervisione di Banca d’Italia), con agevolazioni regolamentari rispetto agli standard previsti dal TUF. Ha per oggetto esclusivo l’investimento diretto del patrimonio raccolto in PMI non quotate su mercati regolamentati che si trovano nella fase di sperimentazione, di costituzione e di avvio dell’attività.

10. DEFINIZIONE DELLA FIGURA DI BUSINESS ANGEL

Operativa

La legge ha introdotto una definizione dei business angels nell’ambito del Testo unico della finanza (articolo 1, comma 1 lettera m-undecies, D.Lgs.58/98), individuandoli come “gli investitori a supporto dell’innovazione che hanno investito in maniera diretta o indiretta una somma pari ad almeno €40.000 nell’ultimo triennio”. Questa definizione formale potrà agevolare tali investitori anche nell’ambito del matching richiesto, ad esempio dai fondi pubblici, in supporto alle startup.

La mia conclusione? Non molliamo, miglioriamo ove possibile i dettagli dell’Innovatio Act e andiamo avanti con le forme di partnerhip public-to-private, con lo Stato e il settore privato che insieme assumono rischi e insieme godono dei benefici che derivano dall’innovazione. E il miliardo di investimenti in startup arriverà…. Stay tuned!

 

Stefano Peroncini

Venture Capitalist e Serial Entrepreneur. CEO di EUREKA! Venture SGR e membro del Comitato di Investimento di FARE Venture (Fund of Funds da 80Ml€ di Lazio Innova). È stato fondatore…