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Il “caso driverless car”, ovvero saper guardare l’orizzonte oltre la finestra

15 Set 2016

La corsa all’auto del futuro prossimo è cominciata. La scomparsa dell’autista è solo l’aspetto più eclatante. L’impatto sarà generale: andranno in crisi industrie tradizionali ma si creeranno nuove opportunità di business. La rivoluzione non sarà solo tecnologica ma sociale e ambientale.

“Siamo sull’orlo di una seconda rivoluzione della mobilità individuale. Mio nonno fece la prima, ora ci troviamo di fronte a un cambiamento ancora più importante che coinvolge non solo il nostro modo di muoverci. Ribalterà ogni forma di trasporto, tutto ciò deve avvenire in un lasso di tempo brevissimo”. A parlare così, sul Corriere della Sera, è Bill Ford, il nipote del fondatore della storica casa americana. La rivoluzione a cui fa riferimento è quella delle auto senza conducente che, giorno dopo giorno sta cominciando a prendere forma dopo un lungo periodo di scetticismo e incredulità.

Se anche una casa automobilistica come Ford, cauta come gli ultracentenari devono essere, ha deciso di sviluppare un proprio modello driverless vuol dire che è partita davvero la corsa per salire a bordo dell’auto del futuro prossimo. La scomparsa del guidatore umano è l’elemento che colpisce di più, che forse fa più paura e che si presta a fantasie fantascientifiche. Gli allarmi provocati dall’incidente mortale a bordo di una Tesla lo scorso luglio sono solo eccitazioni mediatiche che nascondono quella paura del nuovo tipica di ogni corpo sociale. La vera battaglia è quella per un prodotto completamente diverso dai veicoli che siamo abituati a conoscere e di conseguenza su modelli di business che non saranno più quelli tradizionali dell’industria automobilistica. L’impatto della smart car sarà generale: metterà in difficoltà industrie di servizi collaterali, con le assicurazioni al primo posto, ma genererà nuove opportunità imprenditoriali, come dimostrano le numerose startup che stanno nascendo soprattutto negli Stati Uniti.

Il futuro sta accelerando, e non solo per la spinta tecnologica. Notizie di questa estate. Volvo alleata con Uber ha battuto tutti portando a fine agosto la sua flotta di taxi senza tassisti sulle strade di Pittsburgh, Pennsylvania. Non a caso Uber aveva poco prima acquisito la startup Otto che sta sviluppando un sistema per camion senza pilota. Audi si è alleata con i leader digitali asiatici Alibaba, Baidu e Tencent per lavorare sulla digitalizzazione della mobilità. Ford ha annunciato che entro il 2021 produrrà in serie il suo modello elettrico e senza guidatore. Cinque anni da oggi vi sembra un futuro così lontano?

Quanto avvenuto finora attorno alla driverless car è emblematico di un difetto ottico che in molte industrie blocca l’innovazione e rischia di produrre solo crisi: confondere quel che si vede nel vetro della finestra con quel che c’è all’orizzonte. Hai davanti l’arcobaleno con le sue infinite sfumature di colori e di opportunità e invece ti soffermi sul moscerino stampato sulla lastra. Così facendo non si riesce ad avere la visione necessaria per poter decidere e affrontare la trasformazione necessaria. È stato così (e lo è ancora purtroppo in molti casi) per molte aziende resistenti al cambiamento e all’open innovation. È stato così per quasi tutte le case automobilistiche che hanno prima negato la possibilità del cambiamento, poi l’hanno dileggiata e adesso, sotto la pressione di nuovi competitor come Google e Uber, stanno cercando di recuperare il terreno perso.

“Ci stiamo trasformando da car company a mobility company”, spiega il CEO di Ford Mark Fields, segnalando il vero straordinario senso della rivoluzione in corso. Non si tratta soltanto di creare nuovi modelli più o meno performanti con nuovi accessori più o meno sexy. La tecnologia spinge verso una ridefinizione del perimetro e dei modelli di business. Dimentichiamo per un momento l’auto senza conducente e guardiamo quel che ha fatto Mercedes negli ultimi anni. Prima il car sharing con Car2Go, ormai diventato un brand europeo. Poi MyTaxi, che applica il modello di business di Uber ai taxi. Mettere auto in condivisione o fare un’app per tassisti fino a poco tempo fa sarebbe stato considerato una follia per chi produce auto. Ma lo è sempre meno se si comincia a comprendere che il business non sta più nel vendere scatole di plastica con quattro ruote e un motore ma servizi di mobilità, con impatti sociali che sono difficili da comprendere se si guarda solo all’effetto wow delle connected car che diventeranno poi driverless.

Proviamo a pensare quanto tempo restano ferme le auto usate per andare a lavorare. Se fossero connesse e in grado di muoversi da sole potrebbero essere condivise con chi ha bisogno di muoversi quando siamo seduti alla scrivania. Secondo Carlo Ratti che guida il Senseable City Lab del MIT solo il 20% delle auto in circolazione sono davvero necessarie. Che impatto ambientale lasciare sulle strade quelle che servono davvero? La ovvia risposta spiega perché, ad esempio, il governo tedesco sta spingendo verso questa direzione, concretamente: nei prossimi quattro anni investirà 80 milioni di euro.

Le grandi rivoluzioni tecnologiche sono quelle che vanno oltre la tecnologia e mettono in discussione interi sistemi di relazione. A partire dalla proprietà del veicolo che proprietà di un privato potrebbe essere messo a disposizione per un servizio pubblico in modo da permetterne l’uso più razionale possibile grazie all’intelligenza artificiale. “Non serviranno più neanche i semafori”, è la previsione di Ratti. “Perché i veicoli parlandosi fra di loro saranno in grado di regolare i flussi del traffico ed evitare inutili attese”. E se non è una vera rivoluzione quella in grado di abolire in semafori…

di Giovanni Iozzia

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