"Chip shortage", che cos'è e quali effetti provoca la carenza di microchip - Economyup

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“Chip shortage”, che cos’è e quali effetti provoca la carenza di microchip



La carenza globale di microchip, la chip shortage, ha già messo in difficoltà il mondo dell’automotive e ora minaccia di travolgere l’elettronica di consumo. Stellantis e Volkswagen hanno dovuto fermare le fabbriche. Un piano di sviluppo coordinato è essenziale per la competitività futura dell’intera filiera

di Stefano Casini

16 Ago 2021


Microchip

Chip shortage, è esplosa la questione microchip che scarseggiano. Un milione di veicoli prodotti in meno, soltanto in Europa, rispetto a un anno fa. Tempi di consegna che si allungano moltissimo, e che per alcuni modelli di vetture arrivano a raddoppiare e anche triplicare l’attesa dagli standard abituali. Difficoltà e rallentamenti nella produzione che pesano come macigni sulle performance aziendali. E sulle prospettive future.

Dopo il taglio del 40% a settembre, annunciato dalla giapponese Toyota, in pieno agosto Stellantis e Volkswagen sono dovuti intervenire per far fronte alla mancanza di micro chip. Stellantis è stata costretta a fermare la produzione in due fabbriche in Francia, a Janais e Sochaux. Volkswagen taglierà la produzione dell’impianto di Wolfsburg, il principale del gruppo tedesco.

Questi sono solo alcuni dei principali contraccolpi – e considerando solo il settore dell’Automotive – provocati dalla carenza globale di microchip, scoppiata improvvisamente la primavera scorsa, e che ha ripercussioni in tutti i settori legati ai componenti Hi-tech, quindi non solo auto, ma anche elettronica, informatica, telefonia, computer, console per videogiochi, robotica e quant’altro.

Nelle ultime settimane l’amministratore delegato di Apple, Tim Cook, ha anticipato che i limiti di fornitura dei processori in silicio hanno influito sulle vendite di iPhone e di altri prodotti come l’iPad, in termini ancora da quantificare. Finora gli smartphone sarebbero stati più protetti dalla carenza di chip, rispetto ad altri settori, poiché i grandi produttori avevano già accumulato scorte dei componenti critici. Ma ora l’onda anomala dei microchip starebbe per travolgere anche l’industria dei device mobili.

Chip shortage, gli effetti negativi sull’automotive

È una crisi destinata a protrarsi nel tempo – con la sua lunga coda di effetti negativi –, e le vie d’uscita non sono né molte né veloci. In più, le auto del futuro, come in genere tutti i prodotti Hi-tech del futuro, avranno ancora più bisogno di semiconduttori, rispetto a oggi.

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Per questo, “da qui a 5 anni, è fondamentale impostare e poi sviluppare una nuova strategia europea per i microchip, in modo che l’Europa diventi più autonoma e meno dipendente da altri, perché su queste componenti elettroniche l’intera industria del Vecchio continente si gioca la sua competitività futura, rispetto innanzitutto agli altri due colossi, Stati Uniti e Cina, e più in generale rispetto ai Paesi dell’Asia e delle Americhe”.

Lo rimarca Marco Stella, vice presidente di Anfia (Associazione nazionale filiera industria automobilistica) e presidente del Gruppo Componenti della stessa Associazione. Che, facendo il punto della situazione, e tracciando le prospettive per il futuro, ad alcuni mesi dal fragoroso scoppio del Chip shortage, come lo chiamano nei Paesi anglosassoni, taglia corto: “un milione di veicoli prodotti in meno, a livello europeo, rispetto agli standard abituali, è un contraccolpo molto pesante per tutto il settore Automotive e per tutta la sua filiera. Per alcuni modelli di veicoli, poi, i tempi di consegna sono passati da un mese e mezzo o due, a un’attesa di cinque o sei mesi. Sono ritardi e freni che condizionano molto il mercato”.

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Chip shortage, i possibili nuovi effetti

Tutte le case automobilistiche hanno perso consistenti volumi produttivi, dovendo quindi decidere su quali modelli e linee di veicoli andare a tagliare. Il risultato è che quasi tutti i costruttori europei presentano dati e performance del primo semestre 2021 che, da un lato, segnano buoni e anche ottimi risultati di vendite e migliore reddittività – rispetto al collasso del 2020 –, e allo stesso tempo mettono in guardia da ancora nuovi contraccolpi e ricadute negative dovuti al rischio Chip shortage, che durerà ancora parecchio.

Tra l’altro, le case automobilistiche utilizzano in gran parte chip più grandi e datati, mentre i produttori di telefoni e tablet utilizzano i processori più recenti: da considerare anche che gli smartphone vengono venduti in volumi molto più alti rispetto ai veicoli, il che li rende un cliente preferito dei fornitori.

Microchip: 2 aziende detengono il 70% del mercato mondiale

Quando si parla di semiconduttori, si parla soprattutto di due aziende: la Tsmc di Taiwan e la coreana Samsung, che insieme detengono il 70% del mercato della produzione. I grandi impianti che trattano il silicio, e realizzano i componenti di base dei microchip, lavorano già abitualmente quasi a pieno regime, a livelli di capacità produttiva vicini alla saturazione, attorno al 90-95% del potenziale massimo, perché altrimenti non sono profittevoli. Quindi, in pratica, non ci sono nel mondo impianti in grado di aumentare sensibilmente la produzione dei semiconduttori, mentre per realizzare e avviare impianti nuovi occorrono forti investimenti, nell’ordine di diversi miliardi di euro, e tempi medio-lunghi, non inferiori ad almeno cinque anni o più.

Non esistono neanche alternative o rimedi di tipo tecnologico, e anche per quanto riguarda le catene di fornitura non ci sono nuove soluzioni all’orizzonte, perché il sistema di fornitura dei semiconduttori è molto poco flessibile, proprio in quanto la capacità di produzione è già satura, e tutto ciò che esce dalle fabbriche specializzate viene subito assorbito dalle industrie dei vari settori. In pratica, la coperta è corta, molto corta, e a breve non c’è verso di allungarla.

Una questione strategica per la competitività delle aziende europee

Ci sono mercati, come ad esempio quello dell’informatica e dei beni di consumo elettronici, che in genere seguono anche precise stagionalità, con la domanda di prodotti che si impenna ad esempio dopo l’estate e con l’avvicinarsi del periodo natalizio. Proprio queste stagionalità e queste ‘montagne russe’ nel consumo di microchip potrebbero nei prossimi mesi provocare altri effetti domino e contraccolpi importanti su tutti i settori coinvolti.

L’intera industria mondiale delle quattro ruote vale nel campo dei microchip una fetta (appena) del 10% sul totale – l’Automotive è quindi un cliente abbastanza piccolo –, ma l’Europa di questa fetta rappresenta quasi il 40% della domanda complessiva. Tutto ciò significa che “una nuova e importante capacità produttiva europea di microchip è strategica per garantire la competitività futura dell’intera industria a livello continentale”, sottolinea il vice presidente di Anfia, “occorre una strategia precisa e comunitaria, guidata necessariamente e in primis dalle istituzioni, Unione europea e governi nazionali”.

E questo perché “è evidente che per creare una produzione europea di microchip occorreranno ingenti investimenti, per decine di miliardi di euro, e questi notevoli impegni finanziari – come accade già in altre parti del mondo, tra cui gli Stati Uniti – sono partecipati in parte con finanziamenti pubblici e risorse che fanno capo alle istituzioni”. Anche perché, fa notare Stella, la strategia comunitaria per un’Europa più digitale “deve pensare anche all’approvvigionamento di una materia prima fondamentale”, come i microchip.

(Aggiornamento al 21/08/2021)

Stefano Casini

Giornalista specializzato nei settori dell'Economia, imprese, tecnologie e innovazione. In oltre 20 anni di attività, ho lavorato per Panorama Economy, Il Mondo, Gruppo Mediolanum, Università Iulm. Mi piacciono i progetti…