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Mobilità elettrica, ecco come l’Occidente può contrastare il predominio della Cina



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La Cina ha oggi il predominio nel campo della mobilità elettrica. Come contrastarlo? Non servono restrizioni, ma scelte coraggiose: più gigafactory e più stabilimenti produttivi in Europa. E un cambiamento culturale

Pubblicato il 1 feb 2024

Alessandro Abbotto

Professore ordinario di Chimica all’Università di Milano-Bicocca



mobilità elettrica Cina

Nel precedente articolo abbiamo visto come e perchè la Cina ha oggi il predominio nel campo della mobilità elettrica, dalle batterie ai veicoli elettrici, a scapito dell’Occidente che rimane sempre più indietro.

Viene quindi spontaneo chiedersi: come controbattere questo predominio? E, soprattutto, come opporsi a quel 16% (nel 2022) di quota di automobili elettriche vendute in Europa che vengono prodotte in Cina (era poco più del 10% solo due anni fa)?

Combattere il predominio della Cina sulla mobilità elettrica: la risposta della Francia

La Francia ha fatto la sua mossa, escludendo dagli incentivi all’acquisto 2024 sia le automobili cinesi sia quelle occidentali prodotte in Cina. Che include, oltre alla Tesla, ad esempio anche la nuovissima Volvo EX30, in arrivo negli autosaloni italiani proprio in questi giorni, e la Dacia Spring, l’automobile elettrica ad oggi più economica in Europa, che è prodotta in Cina da un partner, ironia della sorte, proprio del gruppo Renault. Naturalmente non si parla di un’esclusione territoriale, ma basata sulle emissioni estese anche alla fase di produzione e trasporto. È evidente che nel mirino c’è il drago cinese.

A mio parere questa non è la mossa vincente, perché si tratta di una mossa in negativo, che non aiuta l’Europa e il suo sviluppo nel campo della mobilità sostenibile, ovvero quella dei prossimi decenni.

Perchè quella francese è una scelta poco lungimirante

Come si è detto altrove, quando la Cina ha avuto, circa vent’anni fa, visione e, senza dubbio, anche risorse economiche (ma non solo statali), creando, quasi da zero, la tecnologia complessa e sofisticata delle batterie per veicoli elettrici che oggi dominano tutto il mondo, i produttori occidentali sviluppavano, pubblicizzavano e vendevano automobili a benzina e a diesel. E non parliamo di tempi passati. Ancora oggi in Italia (fine 2023), dove circola il 99,5% di automobili a combustibili fossili, oltre l’82% dei nuovi veicoli venduti sono a combustibili fossili.

Appare quindi evidente che la colpa non è del paese asiatico che, novità dopo novità (per ultimo, dicevamo, le nuovissime batterie al sodio), ha assunto il dominio nel settore, ma, forse, dei produttori occidentali, e anche di noi cittadini, che preferiamo in larga parte ancora veicoli a benzina o diesel.

Se la domanda è lì, va da sé che anche investimenti, impianti produttivi, rete di vendita, spese pubblicitarie e, non dimentichiamolo, competenze e conoscenze, saranno ancora focalizzate sempre lì, in un settore ormai obsoleto che ha fatto il suo tempo. E così, mentre la Cina prende il largo, da noi ancora più di 4 automobili su 5 vendute sono ancora basate sul vecchio motore a combustione, inquinante per l’ambiente e tossico per l’uomo.

Cosa può fare l’Occidente per contrastare il primato della Cina sulla mobilità elettrica?

La risposta non deve essere solo nel cambio di abitudini e nella nuova consapevolezza della mobilità sostenibile. La politica, per prima, deve imporre il passo giusto, non con dazi che non portano nessun sviluppo tecnologico da noi, ma ad esempio con scelte coraggiose, come imporre – analogamente alla Cina – il 60% di veicoli elettrici nuovi al 2030 nelle zone più inquinate del Paese, come la Pianura Padana.

Oppure, costruendo gigafactory di batterie, come la Northvolt svedese (un solo produttore di larghe dimensioni non sarà ovviamente sufficiente a contrastare il dominio asiatico), o sviluppando nuove tecnologie e impianti per il riciclo di nuova generazione, a basso costo e alto rendimento.

Oppure, ancora, trasferendo parte della produzione dei veicoli elettrici in Europa, come ha già fatto Tesla a Grünheide, in Germania, o come farà Volvo che dal 2025 comincerà a produrre la nuova EX30, di cui dicevamo prima, a Ghent, in Belgio. Da questo punto di vista appare incomprensibile l’attacco che alcune settimane fa la trasmissione Report ha portato all’impianto berlinese del produttore americano.

E l’Italia?

Purtroppo, l’Italia in tutto questo rappresenta il grande assente, pur essendo tra le prime nazioni al mondo per sviluppo di scienza e tecnologia nel settore. Col suo 4% di quota di venduto elettrico nel 2023, con trend di crescita fermo, sarebbe quindi un errore mutuare la miope decisione della Francia di contrastare l’importazione di veicoli moderni e a prezzi competitivi dalla Cina.

La Cina non è un nemico da contrastare, ma un esempio da seguire sulla mobilità elettrica

A guardar bene, la Cina sta indicando la direzione verso la quale tutti dovrebbero proprio andare: nuove tecnologie a basso costo, assenza di materiali critici, concetti produttivi innovativi, automobili elettriche a prezzi sempre più competitivi.

E tutto questo è a vantaggio del mondo intero, a partire dall’ambiente e anche dagli utenti che, in assenza di una tecnologia proprietaria occidentale, già oggi possono far uso delle batterie LFP senza cobalto e, a breve, di quelle al sodio, a costi fino a poco tempo fa inimmaginabili. Come da decenni facciamo tutti, questa volta invece senza troppe preoccupazioni, con i nostri cellulari.

Quindi, in conclusione, siamo proprio certi che la colpa sia della Cina?

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