L’apertura arrivata dal viceministro Maurizio Leo sulla possibile revisione della disciplina PEX — con un ritorno all’impostazione precedente alle modifiche introdotte dalla legge di bilancio — rappresenta un segnale importante, che il mercato accoglie con attenzione.
Arriva dopo mesi di confronto tra operatori, imprese e istituzioni, e dimostra che un dibattito serio, fondato su elementi concreti, può contribuire a orientare le scelte di politica economica.
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Cos’è PEX
La PEX (participation exemption) è un regime fiscale che riduce la tassazione su utili e plusvalenze derivanti da partecipazioni societarie. In particolare, le plusvalenze da cessione di quote sono escluse dal reddito imponibile per il 95%, lasciando tassato solo il 5%. Una logica simile vale per i dividendi tra società, anch’essi quasi totalmente esclusi da imposizione. L’obiettivo è evitare la doppia tassazione sugli stessi utili lungo la catena societaria. Per applicarla servono alcuni requisiti, tra cui il possesso minimo della partecipazione nel tempo.
La legge di bilancio 2026 aveva introdotto limiti più stringenti (soglia del 5% o 500mila euro). Queste restrizioni avrebbero penalizzato soprattutto le holding che investono in PMI quotate.
Ora il governo ha però annunciato un dietrofront. Si punta a ripristinare il regime precedente, più favorevole agli investimenti.
Una norma che rischiava di frenare gli investimenti
Le modifiche introdotte avevano sollevato preoccupazioni diffuse. Le soglie previste (500 mila euro o 5%) rischiavano di rendere più complessa la costruzione graduale di partecipazioni e la gestione ordinata dei disinvestimenti riferiti a PMI quotate.
Un effetto che avrebbe inciso soprattutto sugli investimenti pazienti nei listini italiani quotate, già poco presidiati dai grandi flussi del risparmio gestito, orientati per loro natura a strumenti liquidi e indicizzati.
Il rischio, che da subito avevamo coralmente segnalato, era concreto: minore liquidità in Borsa Italiana, blocco delle decisioni di investimento e accelerazione dei delisting di imprese di qualità.
Non è un tema di operatori, ma di sistema
Il punto, tuttavia, non riguarda una categoria di investitori. È un tema strutturale come non ci siamo mai stancati di segnalare.
Riguarda la capacità del Paese di mantenere un legame tra capitale e sistema produttivo. Negli ultimi anni questo legame si è progressivamente indebolito, anche per effetto della crescente centralità di strumenti che privilegiano la liquidabilità rispetto ali analisi dei fondamentali, alla condivisione della creazione di valore e a stabilità dell’investimento.
Quando il capitale domestico arretra, aumenta la probabilità che asset strategici vengano acquisiti o delistati da operatori esteri, con una progressiva perdita di presidio sulle filiere produttive, sulle traiettorie di sviluppo tecnologico e, in ultima analisi, sul lavoro.
Capitali pazienti e sviluppo delle imprese
Una disciplina più coerente della PEX può contribuire a rafforzare l’intero ecosistema degli investimenti: holding industriali, investitori istituzionali, private equity e forme evolute di aggregazione di capitali come i club deal.
Sono strumenti diversi, ma accomunati da una logica di medio-lungo periodo, indispensabile per accompagnare la crescita delle imprese, sostenerne i piani industriali e favorire processi di innovazione.
Il Paese ha bisogno di capitali italiani pazienti e competenti, capaci di affiancare le imprese nel tempo e di condividerne i percorsi di sviluppo.
Sovranità industriale, filiere e lavoro
La revisione della norma non è quindi un intervento tecnico. È una scelta che incide sulla capacità di salvaguardare la sovranità industriale del Paese.
Significa preservare il controllo e l’evoluzione delle filiere produttive, sostenere la crescita delle imprese nei settori a maggiore contenuto tecnologico e difendere la qualità e la stabilità del lavoro.
Senza una presenza stabile di capitale nazionale nelle imprese, diventa più difficile governare le trasformazioni industriali e cogliere le opportunità legate all’innovazione.
Un passaggio che può segnare una direzione
Se confermata, la retromarcia sull’inasprimento dell’accesso alla PEX rappresenterebbe un segnale chiaro: rafforzare il ruolo della finanza come leva di sviluppo, non solo come strumento di allocazione efficiente nel breve termine.
È anche il riconoscimento di un’esigenza più ampia: ricostruire un equilibrio tra risparmio e impresa, riportando una parte maggiore del capitale verso l’economia reale. Perché senza questo equilibrio non c’è crescita duratura, non c’è evoluzione industriale e non c’è capacità di generare valore e lavoro nel tempo.
















