Il defense tech non è più un comparto marginale dell’innovazione europea. Negli ultimi anni la combinazione di tensioni geopolitiche, guerra in Ucraina, competizione tecnologica globale e ridefinizione delle catene di approvvigionamento ha riportato la sicurezza al centro delle politiche industriali. La difesa è tornata a essere un tema di innovazione sistemica, non solo di bilancio pubblico. E in questo contesto le startup stanno progressivamente entrando in uno spazio tradizionalmente dominato da grandi gruppi industriali.
In Europa sono nati strumenti dedicati come il Nato Innovation Fund, fondo multilaterale da un miliardo di euro focalizzato su tecnologie emergenti di interesse strategico, e l’acceleratore Diana, Defence Innovation Accelerator for the North Atlantic, che seleziona startup ad alto potenziale tecnologico in ambiti dual-use. Parallelamente l’Unione europea ha rafforzato l’European Defence Fund, con l’obiettivo di sostenere ricerca collaborativa e sviluppo industriale nel settore della difesa. Il segnale è chiaro: l’innovazione tecnologica è diventata parte integrante della strategia di sicurezza.
Indice degli argomenti
Un settore in trasformazione: dal contractor tradizionale alla deep tech
La trasformazione in atto riguarda la natura stessa del settore. Il defense tech contemporaneo non si fonda più esclusivamente su grandi piattaforme industriali chiuse, ma integra software avanzato, AI, sensoristica, quantum e sistemi autonomi. Le tecnologie critiche sono spesso nate in ambito civile e vengono progressivamente adattate a contesti di sicurezza nazionale.
In Paesi come Germania, Francia e Regno Unito sono emerse scale-up capaci di attrarre capitali significativi e di collaborare direttamente con governi nazionali. Startup come Helsing, attiva nello sviluppo di soluzioni di intelligenza artificiale per sistemi di difesa, o Quantum Systems, specializzata in sistemi aerei senza pilota, rappresentano la nuova generazione di imprese europee che combinano software e hardware in chiave strategica.
L’Italia presenta un profilo diverso. Il sistema della difesa nazionale è storicamente centrato su grandi gruppi industriali, con una filiera consolidata. L’ecosistema startup non ha ancora prodotto realtà nate direttamente come contractor militari su larga scala. Tuttavia il panorama nazionale è caratterizzato da una presenza significativa di imprese dual-use, cioè startup deep tech con applicazioni sia civili sia potenzialmente difensive. È in questo spazio ibrido che si collocano i casi più rilevanti.
Italia: un ecosistema dual-use ad alta intensità scientifica
Il tratto distintivo italiano non è la quantità di startup attive nel defense tech, ma la qualità scientifica delle competenze. Molte delle tecnologie oggi considerate strategiche per la sicurezza – dalla fotonica quantistica alle comunicazioni avanzate, dalla trasmissione energetica wireless ai sistemi autonomi – nascono in ambito civile e trovano successivamente applicazioni in contesti di sicurezza.
Questa caratteristica rende il perimetro italiano meno visibile rispetto ad altri ecosistemi, ma non meno interessante. La sovrapposizione tra deep tech e sicurezza nazionale apre spazi di crescita che dipendono dalla capacità di integrazione nelle filiere industriali europee.
Ephos: fotonica quantistica e comunicazioni sicure
Uno dei casi più solidi e documentati è Ephos, startup milanese fondata nel 2022 e specializzata nello sviluppo di chip fotonici in vetro per applicazioni quantistiche. La società è stata selezionata dal programma Nato Diana, elemento che ne certifica il potenziale interesse strategico in ambito sicurezza e innovazione tecnologica.
Ephos sviluppa circuiti fotonici integrati in grado di migliorare l’elaborazione e la trasmissione di segnali quantistici. La fotonica quantistica è considerata una tecnologia chiave per la sicurezza delle comunicazioni e per la protezione delle infrastrutture digitali critiche. In un contesto in cui la resilienza delle reti e la protezione dei dati assumono valore strategico, la capacità di progettare e produrre componenti avanzati diventa un asset industriale rilevante.
La società non opera come contractor militare tradizionale. Il suo posizionamento è quello di una deep tech company con potenziali applicazioni difensive, coerente con il modello dual-use che caratterizza gran parte dell’ecosistema italiano.
SunCubes: energia wireless e autonomia operativa
Un altro esempio è SunCubes, startup nata dal Politecnico di Milano che sviluppa sistemi di trasmissione di energia wireless basati su tecnologia laser. La possibilità di trasferire energia a distanza senza connessioni fisiche apre scenari applicativi ampi, dall’industria all’infrastruttura critica.
In ambito sicurezza, la capacità di ricaricare droni o sensori remoti senza atterraggio o cablaggi può aumentare l’autonomia operativa e ridurre la vulnerabilità delle missioni. Anche in questo caso il posizionamento è chiaramente dual-use. La tecnologia nasce in un contesto civile, ma può essere integrata in applicazioni strategiche.
La presenza di startup come SunCubes dimostra come il confine tra deep tech e defense tech sia sempre più sfumato. L’innovazione non nasce più esclusivamente dentro i perimetri militari, ma si sviluppa in ecosistemi universitari e industriali aperti.
Oltre i primi segnali: l’ecosistema che si sta formando
Limitarsi a due esempi rischia di dare un’immagine riduttiva. Il defense tech italiano non è ancora un ecosistema esteso, ma presenta una costellazione di realtà che operano in ambiti ad alta rilevanza strategica.
CY4GATE: cyber intelligence e sicurezza digitale
Un caso strutturato è CY4GATE, società italiana attiva nel settore della cyber intelligence e della decision intelligence, quotata su Euronext Growth Milan. Pur non essendo una startup in senso stretto, rappresenta un ponte tra innovazione tecnologica e sicurezza nazionale. CY4GATE sviluppa soluzioni software per analisi di dati, monitoraggio, cyber security e supporto decisionale, con clienti governativi e istituzionali.
Il suo posizionamento evidenzia un punto centrale: nel defense tech contemporaneo il software, l’analisi dei dati e l’intelligenza artificiale sono diventati elementi strategici quanto le piattaforme fisiche.
Leaf Space: infrastrutture spaziali distribuite
Nel segmento space, che ha implicazioni dirette per la sicurezza, emerge Leaf Space, società italiana che sviluppa e gestisce una rete globale di ground station per satelliti di piccole dimensioni. La connettività spaziale è un asset strategico sia civile sia militare. Il controllo delle comunicazioni satellitari e la gestione dei dati in orbita rientrano pienamente nel concetto di sovranità tecnologica.
Leaf Space opera in ambito commerciale, ma le sue infrastrutture si collocano in un dominio sempre più sensibile, dove spazio e sicurezza convergono.
AIKO: intelligenza artificiale per missioni spaziali
Un’altra realtà interessante è AIKO, startup torinese specializzata in software di intelligenza artificiale per missioni spaziali autonome. L’azienda sviluppa soluzioni che consentono ai satelliti di prendere decisioni operative in autonomia, riducendo il carico sui centri di controllo a terra.
L’autonomia dei sistemi spaziali è una tecnologia dual-use per definizione. La stessa architettura software può trovare applicazioni in ambiti civili e in contesti di sicurezza.
D-Orbit: logistica orbitale e resilienza spaziale
Anche D-Orbit, pur non essendo più una startup early stage, rappresenta un caso rilevante. Attiva nell’in-orbit transportation e nella gestione del traffico spaziale, opera in un settore che incide direttamente sulla resilienza delle infrastrutture spaziali. La capacità di controllare, spostare e gestire carichi in orbita è un elemento critico in un contesto di crescente competizione spaziale.
Questi casi mostrano che il defense tech italiano non è concentrato in una singola nicchia. Si distribuisce tra cyber, spazio, quantum, energia, sistemi autonomi. La caratteristica comune è la natura dual-use delle tecnologie.
Il punto non è forzare l’etichetta “startup della difesa”, ma comprendere come il deep tech nazionale stia progressivamente entrando nelle filiere strategiche europee.
Il nodo industriale: integrazione e procurement
Il vero tema per il defense tech italiano non è la nascita di nuove startup, ma la loro capacità di integrarsi nelle filiere esistenti. L’accesso al mercato della difesa è complesso e richiede validazioni tecniche approfondite, certificazioni rigorose e interoperabilità con sistemi già in uso.
In questo scenario, i programmi europei e Nato assumono un ruolo cruciale perché facilitano il dialogo tra startup e grandi contractor. La partecipazione a bandi dell’European Defence Fund o a iniziative come Diana può rappresentare un acceleratore di credibilità e una porta d’ingresso verso collaborazioni industriali strutturate. La sfida è trasformare competenze scientifiche in capacità industriali scalabili. Senza questo passaggio, il deep tech resta confinato alla dimensione sperimentale.
Il procurement europeo: accelerazione, riforme e nuove opportunità per le startup
Negli ultimi due anni il procurement europeo della difesa ha avviato una trasformazione strutturale. L’adozione del Work Programme 2026 dell’European Defence Fund (EDF) ha messo in campo 1 miliardo di euro per ricerca collaborativa e sviluppo industriale, con 31 topic che coprono capacità prioritarie come difesa aerea, sistemi navali semi‑autonomi, reti quantistiche sicure e cloud multi‑dominio. Il programma prevede inoltre call dedicate alle PMI e alle tecnologie disruptive, con circa 60 milioni riservati a progetti altamente innovativi a rapida maturazione tecnologica.
Parallelamente la Commissione ha avviato una riforma delle regole di procurement: nel novembre 2025 è stato lanciato un processo di semplificazione di Direttiva 2009/81/EC, con l’obiettivo di ridurre le disparità tra Stati membri e aprire maggiormente il mercato europeo, oggi ancora dominato da fornitori nazionali e procedure eterogenee.
A livello strategico, il Defence Industry Transformation Roadmap dell’UE riconosce la necessità di comprimere i cicli di acquisizione: nasce così Agile, un nuovo strumento pensato per ridurre i tempi di procurement da 5‑7 anni a 6‑12 mesi, con lancio previsto nel primo trimestre 2026. La roadmap prevede anche un fondo europeo da 1 miliardo per scale‑up e tecnologie emergenti, rivolto in particolare ai nuovi player deep tech.
Accanto alle iniziative UE, anche l’analisi indipendente conferma che l’attuale sistema di procurement europeo tende a privilegiare i grandi contractor: meno del 30% degli ordini nei principali Paesi europei va a imprese fuori dalla top‑ten del settore, mentre realtà come Stati Uniti e Israele mostrano un’integrazione molto più efficace delle startup nei cicli di acquisizione militare. Le raccomandazioni includono l’ingresso delle startup nelle fasi iniziali di definizione dei requisiti, il coinvolgimento competitivo di più aziende per ridurre i costi e l’uso esteso di mini‑procurement decentralizzati per tecnologie a rapido ciclo di vita.
Questo insieme di strumenti — EDF rinnovato, riforma del procurement, acceleratori come AGILE — apre spazi concreti per le imprese deep tech italiane, che possono collocarsi nelle filiere europee attraverso consorzi transnazionali, progetti RA/DA e programmi dedicati all’innovazione dual‑use.
Sovranità tecnologica e politica industriale
Il defense tech non è solo un comparto economico. È parte integrante del dibattito sulla sovranità tecnologica europea. Le tecnologie critiche che attraversano questo settore – AI, quantum, cybersecurity, sistemi autonomi – sono le stesse che determinano la competitività complessiva di un sistema industriale.
Per l’Italia, il vantaggio competitivo non risiede nella dimensione del venture capital disponibile, ma nella combinazione tra università di eccellenza, competenze ingegneristiche e capacità manifatturiera. Se queste componenti verranno integrate in una strategia industriale coerente, il Paese potrà rafforzare il proprio ruolo nelle filiere europee della sicurezza.
Parlare di startup italiane della difesa significa dunque adottare uno sguardo realistico. Non esiste ancora un ecosistema numericamente ampio o una generazione di unicorn nazionali nel settore. Esistono però segnali concreti di maturità scientifica e tecnologica. È su questi segnali che può costruirsi una traiettoria di crescita.
Il futuro del defense tech italiano dipenderà dalla capacità di connettere ricerca, capitale e industria in una visione strategica di lungo periodo. Non è una questione di hype, ma di integrazione industriale. Ed è su questo terreno che si giocherà la posizione dell’Italia nel nuovo equilibrio tecnologico europeo.

















