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Startup Studio, quali sono i diversi modelli e come distinguerli



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Sul mercato emergono due modelli di startup studio, da founder e da co-founder: vediamo come e da chi vengono seguiti. Le differenze sono chiare ma non manca l’ibridazione dei modelli, che evolvono

Pubblicato il 28 gen 2025



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Da un paio di settimane la puntata di Innovation Weekly con ospite Ugo Parodi Giusino (che, dopo Mosaicoon, ha avviato Magnisi Ventures) ha innescato una discussione molto interessante sul modello degli Startup Studio.

Gli spunti erano troppo interessanti per relegare la discussione al thread dei commenti di un post su LinkedIn (il dibattito, oltre ad Ugo, tra gli altri ha coinvolto Alessandro Arrigo di Startup Bakery, Farhad Alessandro Mohammadi di Mamazen, Fabrizio Capobianco di The Liquid Factory).

Che cosa sono gli Startup Studio?

Gli Startup Studio sono fabbriche di startup, dei venture builder. Costruiscono startup partendo da zero, investendo direttamente nelle iniziative e rimanendone coinvolti tendenzialmente fino alla exit (o sino alla liquidazione delle proprie quote).

Lavorano quindi sulla fase pre-seed e seed. Ciò che li distingue dagli incubatori o dagli acceleratori, che operano anch’essi nel segmento dell’early stage, è il fatto che non si limitano a supportare operativamente startup, ma creano nuove aziende con un approccio strutturato e scientifico.

Si parla invece di (Corporate) Venture Builder (CVB) quando queste iniziative sono a prevalente trazione aziendale. Ossia iniziative guidate dalle aziende per costruire soluzioni a problemi propri. Va segnalato come gli startup studio costruendo startup avviate ad una exit spesso inquadrano bisogni di aziende (o settori) con l’obiettivo di portarle a bordo prima come investitori e poi come compratori.

Quali sono i diversi modelli di Startup Studio?

Dalla discussione che segue l’osservazione delle realtà presenti sul mercato sono emersi due modelli di Startup Studio:

1️⃣ C’è chi lo fa da founder
2️⃣ C’è chi lo fa da co-founder

Il primo caso è quello puro. Lo startup studio identifica e valida value proposition e MVP (minimum viable product), li testa sul mercato e costruisce il prodotto. Poi cerca la persona cui affidarlo come CEO e co-founder, che quando arriva, trova “quasi” tutto pronto.

Esempi al riguardo in Italia sono Mamazen e Startup Bakery.

Il secondo modello (co-founder) è diverso. Lo startup studio cerca il founder (o l’EIR, entrepreneur in residence) e, congiuntamente, validano la value proposition e costruiscono il MVP. Insieme poi costituiscono la società.

È quanto fa The Liquid Factory, che ha identificato quattro EIRs (Lora Fahmy, Ludovico Federici, Matteo Mariani e Sylwia Szymczyk) e con loro costruito 4 veicoli (Liquid Sassella, Liquid Inferno, Liquid Grumello e Liquid Valgella).

La scelta dei quattro founder è stata più spinta dal profilo dei candidati che dalle idee che avevano. Nella maggior parte dei casi erano più aree di applicazione – pagamenti, moda, interior design – che idee strutturate. In un caso l’idea presentata in sede di selezione ha subito un totale pivot in un ambito totalmente diverso.

Mentre nel founder model si parte dall’idea e si cerca chi la possa sviluppare, nel co-founder model forse si parte più dall’intuitus personae e poi si identifica l’idea. In entrambi i casi lo Startup Studio è coinvolto nella genesi della startup e nella costituzione del veicolo societario.

La differenza e l’ibridazione dei modelli

La domanda che ha fatto accendere il dibattito è se nella categoria degli startup studio (co-founder model) rientrino anche operatori come Magnisi che lavorano con startup nelle primissime fasi e, oltre a supportarne la crescita, danno un contributo creativo importante nella definizione della value proposition e costruzione del prodotto.

Qui il confine è abbastanza sottile.

Ad esempio Magnisi richiede una cap table pulita (solo founder) e interviene con capitale sempre sopra il 10% (minimo) e sotto il 25%. Ciò lo rende uno startup studio? Forse no, salvo che la startup sia nelle primissime fasi e il contributo dell’operatore sia veramente trasformativo, al limite quasi del pivoting.

Ugo Parodi Giusino con Alberto Onetti e Giovanni Iozzia a Innovation Weekly

“Confondere modelli e ruoli, come sta accadendo sempre più spesso, non aiuta il mercato, ma anzi rischia di alimentare aspettative sbagliate e compromettere il valore che ogni attore può offrire”, ha commentato correttamente Farhad Alessandro Mohammadi.

Concordo ma bisogna anche non affezionarsi troppo, nella consapevolezza che i modelli evolvono nel tempo spesso sovrapponendosi ed ibridandosi.

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