Con Internet non si è realizzata la vera disintermediazione: il potere dei neointermediari

Possiamo dire,ad esempio,che l’home banking non è più un intermediario fra il cliente e l’operazione che desidera realizzare? No, infatti è un intermediario diverso. Come lo sono le grandi piattaforme digitali, da Google ad Amazon. Si è sviluppata una generazione di neointermediari in grado di creare consenso dal basso

Pubblicato il 18 Feb 2019

Gabriele Giacomini

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Esistono parole e concetti di gran moda che però vengono utilizzati in maniera pigra, da resilienza fino a disintermediazione e Internet. Un caso è il concetto di resilienza. La resilienza in senso stretto è la proprietà di un materiale di ritornare allo stato iniziale dopo uno shock. Così, a seguito della crisi, ci siamo scoperti tutti resilienti (si trattava, ovviamente, di pensiero desiderante, una sorta di comprensibile danza della pioggia). Tuttavia, un essere umano dopo uno shock non è mai resiliente, si potrebbe dire per definizione: a differenza dei corpi inanimati, gli esseri umani cambiano in stretto rapporto con gli stimoli esterni. È il loro destino. Ecco che, dopo una crisi, un individuo o una collettività può evolversi oppure può involversi, ma mai essere resiliente.

Un simile concetto è quello di disintermediazione. Quando andiamo in banca, ad esempio, la disintermediazione sembra evidente, e si misura nel numero di  operatori che fino a dieci-venti anni riempivano gli sportelli e che ora non ci sono più. Sostituiti in buona parte da Internet, dall’home banking. Appunto disintermediati. Ma possiamo davvero dire, ad esempio, che l’home banking non è più un intermediario fra il cliente e l’operazione che desidera realizzare? Ovvio che lo è, solo che è un intermediario diverso da quello in carne ed ossa (che la schermata dell’home banking sia un intermediario – ovvero un medium! – lo sanno bene gli sviluppatori web e pure i responsabili degli investimenti: l’architettura del medium influisce sulle scelte del cliente, spingendolo verso determinati comportamenti finanziari oppure verso altri).

Ma usciamo dall’ambito economico per giungere al più ampio ambito della sfera pubblica (ovvero quello dei giornali, della televisione, di Internet come mezzo di informazione e comunicazione), oggetto del mio ultimo libro dal titolo “Potere digitale. Come Internet sta cambiando la sfera pubblica e la democrazia” (Meltemi editore, Milano 2018).

L’intermediazione e il potere delle piattaforme

Nel bel mezzo delle euforie degli anni ‘90 e dei primi anni 2000, numerosi ed autorevoli studiosi credevano (era forse anche questo pensiero desiderante?) che il Web avrebbe permesso ai cittadini di comunicare “orizzontalmente”, direttamente fra loro, superando le classiche intermediazioni dei giornali o delle televisioni. Vedo una notizia, la carico, la condivido. Ho una informazione e la faccio girare. Nessuno può più mettersi in mezzo. È la cosiddetta disintermediazione che torna. Tuttavia, con il passare degli anni si è scoperto che le grandi piattaforme influenzano, condizionano (un po’ come la schermata dell’home banking). Con un sottile ma pervasivo “verticismo”. Ad esempio, quando pubblico un post su Facebook, gli algoritmi della piattaforma decidono come e in che misura questo post appare sugli schermi dei miei amici. E questa è una forma di potere fra le più importanti. Si chiama “quarto potere” e consiste nello scegliere quali informazioni pubblicare o mettere in risalto. Prerogativa dei giornali, ora – mutatis mutandis – campo di gioco per Facebook (il NewsFeed) o Twitter (i TopTrends).

La neointermediazione: che cos’è

Allora la tesi da me sostenuta nel libro “Potere digitale” è che il concetto di disintermediazione può essere inteso e considerato da due differenti punti di vista. Da un lato la disintermediazione può essere intesa in senso stretto, rispetto a quanto siamo soliti conoscere e frequentare, in maniera quindi storicamente situata. In questa prospettiva si può sostenere che la rete abbia contribuito a “disintermediare” gli intermediari tradizionali: i media digitali in effetti superano in parte (e mettono in crisi) le figure di intermediari tipiche del Novecento. Dall’altro lato, però, se intendiamo l’intermediazione in senso etimologico, in senso assoluto e non in rapporto a qualcosa di precedente, il concetto di disintermediazione non sembra più adeguato ed è certamente più consono quello di neointermediazione. I media digitali, infatti, superano l’idea di intermediario come è stata intesa finora, ma non la superano in assoluto. Ne sono invece stati introdotti di inediti, diversi rispetto ai precedenti ma non per questo trascurabili.

I neointermediari: non solo Google e Facebook

Nell’ambito della sfera pubblica ci sono grandi neointermediari (Google, Facebook, Linkedin eccetera), ma anche piccoli neointermediari: le aziende della comunicazione, delle pubbliche relazioni e del digitale, ad esempio, che attraverso pratiche e meccanismi come i meme, l’elaborazione della catena, l’astroturfing, le cascate informative hanno come obiettivo proprio quello della neointermediazione. Il loro lavoro ha valore proprio nella misura in cui sono in grado di creare consenso proveniente dal basso. E questo è il bello della “distruzione creatrice” di schumpetriana memoria: le vecchie intermediazioni non vengono semplicemente annullate, ma vengono affiancate o sostituite. Superare un utilizzo pigro delle parole e dei concetti, si potrebbe dire, può anche essere occasione per vedere nuovi affari. Mala tempora currunt sed maiora parantur.

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Gabriele Giacomini
Gabriele Giacomini

Ricercatore presso l'Università di Udine, è autore del libro Potere digitale (Meltemi). È responsabile scientifico del progetto "Oltre il digitale: traiettorie delle forme di democrazia e delle tecnologie comunicative" presso la Fondazione Giannino Bassetti.

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