Di Camillo: "Startup? Altro che 'mito', senza non c'è innovazione"

Il venture capitalist sul recente intervento dell'economista Mazzucato: "I 'piccoli' sono in grado di coinvolgere tante persone in modelli di business innovativo: anche se falliscono lasciano sul terreno competenze e tecnologie"

IL DIBATTITO/2

di Maria Castiglione

Andrea Di CamilloAndrea Di CamilloLe start up sono indispensabili in un ecosistema anche quando non hanno immediato successo, perché sono in grado di coinvolgere un elevato numero di persone in un modello di business innovativo, perciò devono essere alimentate al pari della ricerca tradizionale. A sostenerlo è Andrea Di Camillo, 43 anni, scopritore-investitore di startup e promotore dell’operatore di venture capital P101, commentando un recente intervento di Marianna Mazzucato, docente di Economia dell’Innovazione allo Spru (Science and Technology Policy Research Centre) dell’University of Sussex nel Regno Unito. Nel testo l’economista contesta quello che definisce "il mito delle startup", sottolinea che “in Uk l'ossessione per le pmi ha prodotto scarsi risultati” e suggerisce che lo Stato contribuisca a “finanziare le imprese innovative che fanno ricerca di lungo periodo, come è avvenuto in Silicon Valley”. “Una cosa non esclude l’altra” ribatte Di Camillo. “Non è che l’attenzione sulle startup faccia perdere interesse nell’innovazione e nella ricerca tradizionale. Ma la ricerca da sola è improduttiva se non c'è qualcuno che la traduce in impresa”.

Mazzucato dice che in Uk, nonostante siano state ampiamente finanziate dallo Stato, solo l’1% delle pmi ha un fatturato oltre il milione di sterline dopo l’inizio dell’attività. Non è un dato preoccupante?

Sinceramente non credo che si debba prestare particolare attenzione al tasso di successo. Una società non è da considerare importante solo quando si quota in Borsa e fa molti soldi. La grande ricchezza della Silicon Valley non è soltanto un gigante come Facebook che fa il suo ingresso a Wall Street, ma sono i 100mila “non Facebook”  – chiamiamoli così – che hanno coinvolto tanti aspiranti imprenditori, hanno accumulato esperienza e che comunque sono destinati a lasciare sul mercato quanto di valido hanno prodotto in termini di creatività e tecnologie.

Pensa che la realtà descritta dall’economista per il Regno Unito si avvicini a quella italiana?

Il problema italiano è in un certo senso opposto: essendo pochi i capitali a disposizione, finora sono state finanziate poche società e si è scelto di puntare su quelle più grandi che erano in grado di garantire un ritorno sicuro. Ne deriva, ad esempio, che oggi trovare un buon sviluppatore è molto difficile, perché a monte non c’è stata una filiera che ha investito sullo sviluppo dei software e non si è generata una community ampia e ‘liquida’ di sviluppatori. Le startup sono un modo molto più vicino al business per fare innovazione della tradizionale ricerca scientifica, perciò vanno alimentate. Negli Usa il 60/70% dei posti di lavoro negli ultimi anni sono stati generati da startup.

Mazzucato dice anche che il venture capital non è in grado di finanziare le innovazioni più radicali perché focalizzato su exit vantaggiose di breve periodo, mentre l’innovazione ha bisogno di molto tempo. Cosa ne pensa?

La ricerca di lungo periodo non crea nuove aziende ma nuove tecnologie. E la tecnologia di per se stessa è improduttiva se non si appoggia all’economia reale, se non c’è nessuno che la traduce in impresa. D’accordo sul fatto che l’innovazione a lungo termine debba essere finanziata: che poi questo avvenga con i soldi dello Stato o dei privati è tutto da vedere. Ma poi la ricerca deve essere ben collegata a un ecosistema imprenditoriale.


Quale ruolo deve giocare lo Stato nel finanziamento di questo ecosistema?

Non c’è dubbio che lo debba favorire. Ma certamente non deve intervenire con vecchie logiche, che non hanno niente a che fare con il mercato. L’intervento non deve essere diretto ma indiretto, attraverso soggetti privati e qualificati. Un esempio positivo, per quanto forse non troppo conosciuto, è l’Istituto Italiano di Tecnologia, impegnato a promuovere lo sviluppo tecnologico e la formazione avanzata del Paese: usufruisce di finanziamenti pubblici ma è in contatto con i privati. In generale uno dei problemi è che, quando il pubblico pensa ad erogare finanziamenti, li intende a fondo perduto, ma questo a mio parere è un ossimoro: se si parla di investimenti, è ovvio che ci si debba aspettare un ritorno. Perché sono soldi che debbono fruttare e che in ogni caso contribuiscono a creare innovazione.

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