Torino, la Silicon Valley italiana | Economyup
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Torino, la Silicon Valley italiana

10 Lug 2013

“Il futuro del Piemonte sono l’innovazione e la ricerca”. Parola di Claudia Porchietto, assessore al Lavoro della Regione che sta investendo sempre di più in incubatori e start up. E che non ritiene azzardato il paragone con il regno hi tech per eccellenza. “L’unica differenza è la capacità di ottenere credito”

Claudia Porchietto, Assessore al Lavoro della Regione Piemonte
“Il futuro del Piemonte sono l’innovazione e la ricerca: settori dove il costo del lavoro è marginale rispetto ad altri comparti e dove, di conseguenza, la nostra competitività cresce”. Parole che pesano sull’economia del nordovest, quelle usate da Claudia Porchietto, assessore al Lavoro della Regione Piemonte. Stiamo parlando di un territorio che negli ultimi anni ha pagato un prezzo altissimo sull’altare della crisi e della riconversione industriale. Fa piacere sapere che la strada maestra per ridare fiato alla culla industriale del nostro Paese sia la stessa che l’ha portata a diventare tale. Solo poco tempo fa è stata premiata da PNICube, l’associazione italiana che riunisce gli incubatori universitari, l’ennesima start up nata dall’incubatore i3P del Politecnico di Torino. Si tratta della Niso Biomed che ha ideato un dispositivo per la diagnosi precoce dei tumori, analizzando il succo gastrico durante l’esame endoscopico in modo che lo specialista possa confrontare in tempo reale le informazioni con l’osservazione ottica della mucosa. Tra i benefici del dispositivo, la forte riduzione di biopsie ed esami istologici, referti in tempo reale, riduzione delle liste d’attesa. Non male per dei nerd sabaudi.

Assessore, ma il Piemonte è ancora all’avanguardia nell’innovazione?
Mi limito a riportare alcuni dati: dal 2010 ad oggi, grazie ai nostri finanziamenti e all’accompagnamento delle Università, abbiamo attive sul territorio 170 start up che danno lavoro a oltre 800 persone e che sviluppano un giro d’affari di oltre 60milioni di euro. Credo che questi numeri diano l’immagine di un Piemonte dinamico sul fronte delle start up. D’altra parte Torino si è affermata quale capitale in Italia, superando addirittura Milano, per numero di aziende innovative e continua a crescere il numero di premi e riconoscimenti che vengono ottenuti dai nostri giovani.

Il Piemonte come la Silicon Valley, non è un tantino esagerato?
L’unica differenza con la Silicon Valley è la capacità di ottenere del credito. La Regione con il procurement pre-competitivo ha fatto la sua parte; il governo Monti con il ministro Passera, purtroppo, si è fermato a metà strada: non vincendo i dubbi europei e non inserendo quel volume di denaro sufficiente per ovviare all’idiosincrasia che le nostre banche hanno per il rischio d’impresa.

Pensa anche lei che per fare impresa in questo Paese bisogna essere un po’ eroi?
Assolutamente sì. Quando si decide di aprire un’azienda in Italia, si “entra in guerra” con lo Stato. Questa è una situazione assurda che deve essere affrontata dal Governo Letta in modo serio e definitivo, sfruttando la grande occasione che la crisi ci offre. Anche qui un dato: per aprire un’azienda in Italia ci sono 78 adempimenti da onorare e, quando va bene, 40 giorni da spendere in burocrazia. Una situazione surreale che scoraggia la voglia di fare. Lo sa quante volte viene citata la parola ‘impresa’ nella Costituzione italiana? Due, mentre il termine ‘lavoro” compare 22 volte. C’è un problema alla fonte: senza imprese non esiste lavoro.

Certo non si può risolvere tutto con qualche startup. Dunque?
È necessario che il governo italiano inizi nuovamente a fare politiche industriali. Sia ben chiaro questo non vuol dire tornare al tempo dell’Iri, bensì tutelare e difendere i settori strategici per il nostro Paese, riuscendo a dettare la nostra agenda all’Europa e alla Germania. Non può valere sempre e solo il contrario per l’Italia. Faccio un solo esempio: per i pannelli fotovoltaici sono stati introdotti dazi dall’Ue. Caso strano, il primo produttore in Europa è la Germania. Quando noi domandavamo la salvaguardia del settore tessile, dalla Commissione Europea si stracciavano le vesti. Mi piacerebbe che qualcuno mi spiegasse la differenza.
 

di Francesco Signor

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