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Startup innovative, l’identikit di Bankitalia: più brevetti e investimenti, ma meno incassi delle altre nuove imprese

12 Set 2016

Un paper di Via Nazionale segnala le caratteristiche delle neoaziende iscritte al Registro: sono più innovative, crescono più in fretta, sono più capitalizzate, investono di più, ma vendono meno

Se si confrontano le startup innovative con le altre nuove imprese nate in Italia negli ultimi anni si scopre che le prime fanno più innovazione, possiedono più brevetti e asset intangibili, investono di più, crescono più in fretta, hanno una maggiore capitalizzazione e un livello più elevato di liquidità, riescono a raccogliere più investimenti in equity. Però, allo stesso tempo hanno fatturati più bassi, anche perché arrivano sul mercato più tardi.

È questa la specificità delle aziende iscritte alla sezione speciale del Registro secondo uno studio di Bankitalia, pubblicato a luglio del 2016, intitolato Le startup innovative in Italia: le loro caratteristiche e l’effetto della legge del 2012 (in inglese). 

[Leggi anche su Startupbusiness: “Bankitalia analizza le startup innovative, ecco cosa ha scoperto”]

Gli autori del paper, Paolo Finaldi Russo, Silvia Magri e Cristiana Rampazzi, hanno comparato le 1.758 startup innovative che a fine 2015 avevano presentato i bilanci 2013-2014 con le oltre 134mila imprese che in Italia, secondo il database Cerved, hanno caratteristiche simili (piccole con non più di 4 anni di vita, fatturato inferiore a 5 milioni e asset totali superiori a 0) ma non sono iscritte alla sezione speciale del Registro introdotta con il decreto Crescita 2.0 del 2012, la legge che ha dato il via alla startup policy italiana.

La prima specificità delle startup innovative (abbreviate con l’acronimo ISUP) che il documento mette in evidenza è la più elevata incidenza delle risorse intangibili (in particolare, brevetti e proprietà intellettuali) rispetto al totale degli asset. Lo scarto rilevato è di circa 20 punti percentuali ed è alto anche se il confronto è con le startup hi tech non iscritte al Registro: per queste ultime, pesano per il 15,5% rispetto al 33,6% delle neoaziende accettate nell’elenco speciale gestito dalle camere di commercio. Questo gap suggerisce che “la presenza di un’alta percentuale di asset intangibile – si legge nella ricerca – non riflette semplicemente un più alto grado di innovatività delle aziende attive nei settori hi tech, ma è un segno distintivo delle startup innovative”.

Fa da contraltare un’altra peculiarità: il giro d’affari è più basso rispetto alle altre nuove imprese: 165mila euro di fatturato medio contro i 459mila euro delle startup non iscritte. Il motivo – ipotizzano da Bankitalia – è anche il maggiore tempo che le startup innovative impiegano per arrivare sul mercato: la percentuale di imprese che non ha ancora cominciato a vendere i propri prodotti è di circa il 20%, quasi il doppio rispetto alle altre.

A differenza delle altre startup italiane, quelle innovative ricevono una quota di investimenti in equity superiore: almeno 15mila euro in media. Allo stesso, i debiti sono più bassi. C’è un minor peso dei debiti con le banche ma questo aspetto – spiegano gli autori del paper – potrebbe anche essere legato al fatto che i progetti delle ISUP sono considerati rischiosi dalle banche e l’accesso al credito diventa “più difficile che per le altre aziende”. È questo che giustificherebbe la possibilità, voluta dal legislatore, di accedere in modo più semplice al Fondo di Garanzia per le Pmi. Ed è anche il ricorso alle iniezioni di capitale che rende le startup innovative le più capitalizzate tra tutte le nuove imprese.

Un’altra specificità dal punto di vista finanziario è l’alta presenza di liquidità, la cui percentuale è intorno a 3-4 punti percentuali più elevata rispetto alle startup. Il motivo? L’ipotesi di Bankitalia è che le maggiori opportunità di crescità e la variabilità del cash spingerebbero le ISUP e mantenere del cash per affrontare con più serenità future spese per investimenti anche senza essere finanziate dall’esterno. 

In un Paese in cui gli investimenti sono al palo (nel secondo trimestre del 2016 gli investimenti fissi lordi sono calati dello 0,3%), le startup innovative sono una categoria di aziende che investe in modo significativo: lo fanno più delle altre nuove imprese, tanto che il 77% delle ISUP registrano un valore positivo nella spesa per investimenti contro il 60% delle altre società. Se si osserva il peso degli investimenti sugli asset complessivi, per le startup innovative è del 22%, per le altre è dell’11,4% (startup hi tech non innovative) e del 10,1% (startup non hi tech): un gap di 11 punti percentuali.

Nel complesso, anche se i fatturati stentano, le percentuali di crescita sono le più alte tra tutte le nuove imprese. Tra il 2012 e il 2013, considerando sia le vendite che gli asset, le ISUP hanno registrato un incremento superiore rispetto alle altre, finanziato sia dagli investimenti in equity che dal debito.

Oltre al confronto tra le startup, l’obiettivo del documento pubblicato da Via Nazionale è quello di valutare se le agevolazioni per le ISUP introdotte con il Decreto Crescita 2.0 hanno avuto effetto e in che modo. “Nel complesso – sintetizzano gli autori – sembra che la legge del 2012 abbia avuto importanti effetti sulle startup innovative attive nel settore dei servizi perché ha aiutato ad aumentare i fondi provenienti dall’esterno, sia sotto forma di prestiti bancari (verosimilmente attraverso le garanzie pubbliche del Fondo Centrale di Garanzia), sia in equity, per cui gli investitori hanno avuto incentivi fiscali. Gli effetti sembrano più forti per le ISUP nel settore dei servizi non hi tech”.

Ma cosa fare in vista del rinnovo delle agevolazioni? Secondo Bankitalia è necessario che i criteri di innovatività per individuare le ISUP siano più rigidi possibile e che vengano concessi solo a questa categoria di imprese e non anche alle Pmi innovative, che invece sembrano mostrare a parere degli autori del documento un minore tasso di innovazione.

di Maurizio Di Lucchio

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