L’OSSERVATORIO

Space Economy, startup e scaleup: quanto valgono, dove operano, la situazione in Italia



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I finanziamenti alla Space Economy nel mondo sono pari a 5/7 miliardi di euro annui. Guida il Nordamerica, seguito da Asia e Europa. La maggior parte delle risorse va a startup e scaleup nei segmenti capital intensive (produzione di lanciatori, manifattura satellitare). Le difficoltà italiane

Pubblicato il 26 mar 2026



space economy economyup
Foto: Shutterstock

Punti chiave

  • Metodologia rigorosa dell’Osservatorio Space Economy: perimetro imprese nate dal 2008 (spartiacque legato a SpaceX), esclusione delle realtà multi-verticali e focus sui round di equity.
  • Nel 2025 investimenti > 9 miliardi ma fortemente influenzati da outlier come World View (2,3 mld); valore strutturale stimato 5–7 mld, con leadership del Nord America e settori capital intensive in testa.
  • Scenario europeo con investimenti limitati (1,25 mld) e poche grandi operazioni (es. ICEYE); l’Italia raccoglie 25 mln nel 2025, con dipendenza da player come D-Orbit. Opportunità: dual-use e il nuovo 28° regime per ridurre la frammentazione.
Riassunto generato con AI

Il settore dell’aerospazio sta attraversando una fase di trasformazione strutturale profonda, segnata da una crescita dei capitali e da una ridefinizione dei confini tecnologici. Durante il recente convegno organizzato dall’Osservatorio Space Economy presso gli Osservatori Digital Innovation del Politecnico di Milano, sono stati presentati i dati relativi all’andamento globale del comparto, con un focus specifico sulle dinamiche che regolano la nascita e lo sviluppo di nuove imprese. Jacopo Manotti, ricercatore dell’Osservatorio, ha illustrato come il panorama internazionale stia premiando modelli di business sempre più solidi, nonostante un contesto caratterizzato da forti oscillazioni e dalla presenza di operazioni finanziarie straordinarie che influenzano i volumi complessivi di investimento.

La metodologia scientifica applicata al monitoraggio di startup e scaleup

Per comprendere il valore reale del mercato, l’Osservatorio adotta una metodologia rigorosa che distingue le analisi accademiche dalle semplici cronache finanziarie. Il perimetro della ricerca include esclusivamente le imprese nate dal 2008 in avanti, un anno scelto come spartiacque fondamentale per la New Space Economy. Secondo Jacopo Manotti, questa data non è casuale: “Occorre scegliere un evento spartiacque: per noi, nell’ambito della New Space Economy, questo evento è il primo lancio di successo di SpaceX, essendo il primo vettore privato a raggiungere l’orbita con soli capitali privati”. Sebbene esistano precedenti storici come i CubeSat del 1999, la ricerca li esclude poiché privi di un’originaria finalità commerciale.

Un ulteriore criterio di selezione riguarda l’esclusione delle imprese cosiddette multi-verticali. Si tratta di realtà che sviluppano tecnologie abilitanti applicabili allo spazio, ma che servono contemporaneamente altri mercati come l’architettura o la nautica. Un esempio citato durante l’analisi è quello dell’italiana Caracol, specializzata nella stampa 3D, che nel 2025 ha raccolto 40 milioni di euro. Nonostante l’importanza dell’operazione, tali realtà vengono escluse dal database proprietario per evitare il rischio di sovrastima del mercato. Manotti ha spiegato che, non potendo allocare con precisione la quota di capitale destinata esclusivamente alle attività spaziali, il “double counting” altererebbe la percezione reale del settore.

Il valore del capitale di rischio e la fiducia degli investitori

Un punto fermo della ricerca riguarda la natura dei finanziamenti analizzati: vengono considerati esclusivamente i round di equity. La scelta di ignorare il finanziamento tramite debito deriva da una visione strategica dell’industria. Manotti ha infatti sottolineato che “La fiducia degli investitori si misura sul capitale di rischio; il finanziamento in debito è una transazione commerciale finalizzata al profitto sugli interessi, non un indice di fiducia nel settore”. In un comparto deep-tech, dove la commercializzazione dei servizi può richiedere tempi lunghi, le quotazioni in borsa (IPO) e le fusioni (M&A) rappresentano tappe fondamentali per raccogliere le risorse necessarie alla crescita prima ancora di aver raggiunto la piena maturità operativa.

Dinamiche globali: il peso degli outlier nel 2025

I dati aggregati del 2025 mostrano un volume complessivo di investimenti superiore ai 9 miliardi di euro, segnando un incremento del 69% rispetto al 2024. Tuttavia, una lettura attenta dei numeri rivela che l’andamento del settore è fortemente influenzato da operazioni eccezionali. Se nel 2021 il picco era legato al boom delle SPAC e nel 2023 all’integrazione Eutelsat-OneWeb, il risultato del 2025 è condizionato dal caso statunitense World View. Questa società, attiva nel segmento dei palloni stratosferici per la Very Low Earth Orbit (VLEO), ha dichiarato una raccolta record di 2,3 miliardi di euro.

Al netto di questi casi isolati, gli esperti del Politecnico stimano che il valore strutturale dei finanziamenti nella New Space Economy si sia stabilizzato in una forchetta compresa tra i 5 e i 7 miliardi di euro annui. La distribuzione geografica conferma la leadership del Nord America, seguito dall’Asia che si consolida al secondo posto, lasciando l’Europa in terza posizione. Sotto il profilo tecnologico, le startup e scaleup che operano nei segmenti capital intensive, come la produzione di lanciatori e la manifattura satellitare, continuano ad assorbire la maggior parte delle risorse a discapito delle applicazioni digitali a valle.

Lo scenario europeo e le difficoltà del sistema Italia

L’Europa ha totalizzato nel 2025 investimenti per 1,25 miliardi di euro, ma la sua capacità di generare round di grandi dimensioni appare ancora limitata rispetto alle superpotenze globali. Analizzando la classifica dei primi dieci round dell’anno, emerge che solo uno è di matrice europea: si tratta dei 200 milioni di euro raccolti dalla finlandese ICEYE. Questo dato evidenzia una forte polarizzazione delle direzioni strategiche industriali verso gli Stati Uniti e la Cina.

In questo contesto, la situazione italiana appare complessa. Nel 2025, le startup e scaleup del nostro Paese hanno raccolto solo 25 milioni di euro. Sebbene il confronto con i 176 milioni del 2024 possa suggerire un drastico calo, Manotti ha precisato che la cifra dell’anno precedente era quasi interamente dovuta a un unico round da 150 milioni di euro realizzato da D-Orbit. La principale differenza tra l’Italia e i suoi vicini europei risiede proprio nel numero di aziende di grandi dimensioni. Mentre l’Italia dispone sostanzialmente di una sola scaleup di rilievo, nazioni come Germania, Francia, Spagna e Regno Unito ne contano tre o quattro ciascuna, spesso concentrate nel settore critico dei lanciatori, garantendo così flussi di capitale più costanti nel tempo.

QUI UN’INTERVISTA DI ECONOMYUP SUL TEMA A RAFFAELE MAURO, GENERAL PARTNER DI PRIMO SPACE

Nuove opportunità: il dual-use e l’abbattimento delle barriere doganali

Nonostante le sfide legate alla frammentazione, il futuro del settore offre prospettive di crescita legate a cambiamenti normativi e strategici. Un elemento chiave è lo sdoganamento del concetto di “duale”, ovvero l’integrazione tra applicazioni civili e militari. Manotti ha evidenziato come questo approccio rappresenti una leva per la commercializzazione: “Realtà americane come Planet o BlackSky stanno scalando proprio grazie a contratti in questa direzione”.

La seconda grande opportunità risiede in un’iniziativa politica annunciata dalla Commissione Europea. Si tratta del cosiddetto “28° regime”, uno statuto legale unico previsto per metà giugno. Questo strumento permetterà a una startup di operare direttamente in tutti i Paesi dell’Unione Europea senza dover affrontare le barriere burocratiche dei singoli mercati nazionali. “Si tratta di un passaggio fondamentale per ridurre la frammentazione del mercato europeo, che, se considerato unitamente, sarebbe probabilmente il più ricco al mondo”, ha affermato Manotti a chiusura del suo intervento.

FAQ: Startup

Una startup è un’impresa di nuova costituzione che cerca di sviluppare un modello di business scalabile e ripetibile, solitamente nel settore tecnologico o innovativo. Si caratterizza per un’elevata dose di innovazione e per la configurazione orientata alla crescita rapida. Le startup operano in condizioni di incertezza e si basano spesso su finanziamenti esterni come venture capital per supportare il loro sviluppo. Il costo iniziale per la costituzione è contenuto, ma nei primi anni i costi di ricerca, sviluppo e commercializzazione possono essere elevati a fronte di ricavi insufficienti, rendendo necessaria la ricerca di investitori. Il tasso di fallimento è piuttosto alto (circa il 95% entro 4 anni), ma queste realtà sono fondamentali per l’ecosistema innovativo e possono contribuire a migliorare la vita delle persone attraverso l’innovazione.

Le startup differiscono dalle imprese tradizionali principalmente per il loro approccio al rischio e al fallimento. Mentre per le aziende tradizionali il fallimento è un’eventualità da minimizzare, per le startup è considerato la normalità, l’esito più ricorrente. Le startup sono definite dal tipo di investitore che le finanzia: il venture capitalist, che accetta un rischio altissimo in cambio di potenziali rendimenti elevati. Inoltre, le startup mirano a una crescita rapida e scalabile, con modelli di business che possono aumentare il volume d’affari in modo esponenziale senza un impiego proporzionale di risorse. Questo le rende un’asset class completamente diversa, difficilmente inquadrabile con gli schemi economici e giuridici tradizionali.

Tra le startup italiane più promettenti nel 2025 troviamo realtà innovative in diversi settori. Nel campo dell’intelligenza artificiale spiccano AI.TECH, che sviluppa soluzioni per l’analisi dell’impronta energetica, e AndromedAI, specializzata nell’ottimizzazione di cataloghi e-commerce. Nel settore healthtech emergono Serenis, piattaforma per la salute mentale che ha chiuso un round da 12 milioni, e AmaliaCare per l’assistenza agli anziani. Nel settore automotive, Maxi Mobility sta rivoluzionando la mobilità elettrica per taxi e flotte urbane. Altre startup di rilievo includono Lexroom (AI per il settore legale), TextYess (conversazioni digitali per e-commerce), Pack (HR tech con AI), e J4ENERGY (piattaforma per l’ottimizzazione energetica). Queste realtà rappresentano l’eccellenza dell’innovazione italiana, con modelli di business scalabili e tecnologie all’avanguardia.

Il finanziamento delle startup in Italia avviene attraverso diversi round di investimento che accompagnano le diverse fasi di sviluppo dell’impresa. Si parte dal pre-seed, fase iniziale in cui si raccolgono capitali per sviluppare l’idea e validare il progetto, seguito dal seed round che supporta la fase iniziale. La serie A accelera lo sviluppo del prodotto, mentre la serie B permette l’espansione e la serie C finanzia la crescita internazionale. Ogni round comporta un aumento del capitale e un rischio crescente per gli investitori. In Italia, i finanziamenti provengono principalmente da fondi di venture capital, business angel, corporate venture capital, e programmi di accelerazione come quelli della Rete Nazionale Acceleratori di CDP Venture Capital. Esistono anche strumenti come l’equity crowdfunding e finanziamenti pubblici come Smart&Start Italia.

Gli acceleratori di startup svolgono un ruolo fondamentale nel velocizzare la crescita delle giovani imprese innovative che hanno già un’idea di prodotto e un business model definito. Offrono programmi strutturati, generalmente della durata di 3-6 mesi, durante i quali forniscono mentorship, networking, accesso a investitori e talvolta finanziamenti seed in cambio di quote di equity. A differenza degli incubatori, che supportano le idee imprenditoriali sin dalle fasi iniziali, gli acceleratori si concentrano maggiormente sullo sviluppo economico e sulla scalabilità di business già avviati. In Italia, la Rete Nazionale Acceleratori di CDP Venture Capital gestisce un network di acceleratori verticali dedicati a diversi settori strategici, affiancati da realtà come Cariplo Factory, H-Farm, Luiss Enlabs e Plug & Play, che offrono programmi specializzati per supportare la crescita delle startup nei rispettivi mercati.

Uno startup studio, o venture builder, è una macchina per creare imprese che parte da un processo strutturato: analizza mercati, tendenze emergenti e bisogni latenti per sviluppare soluzioni digitali scalabili. A differenza del modello tradizionale basato sul founder visionario, lo startup studio progetta e costruisce startup da zero, selezionando progetti ad alto potenziale e pianificandoli nei minimi dettagli. Fornisce un’impalcatura solida che include validazione del bisogno, sviluppo del business model, implementazione operativa, reclutamento del team e strategia di go-to-market. Questo approccio industriale all’innovazione produce startup più robuste, con maggiore capacità di crescita e velocità di ingresso sul mercato. In Italia, tra i principali startup studio troviamo Mamazen, Startup Bakery, Vento, Nana Bianca e FoolFarm, ciascuno con approcci e specializzazioni diverse.

Le startup italiane affrontano diverse sfide significative nel loro percorso di crescita. La prima è l’accesso ai capitali: nonostante la crescita del venture capital italiano, i finanziamenti restano inferiori rispetto ad altri paesi europei, limitando la capacità di scalare rapidamente. Un’altra sfida è la burocrazia e il quadro normativo complesso, che rallenta la costituzione e lo sviluppo delle imprese innovative. La difficoltà nel trovare talenti specializzati, soprattutto in ambito tech, rappresenta un ulteriore ostacolo, aggravato dalla fuga di cervelli verso l’estero. Le startup italiane devono anche affrontare un mercato interno relativamente piccolo che spesso le costringe a internazionalizzarsi precocemente, processo che richiede risorse e competenze specifiche. Infine, la cultura imprenditoriale italiana è tradizionalmente avversa al rischio, con una minore propensione all’investimento in progetti innovativi ma rischiosi.

Il Corporate Venture Capital (CVC) in Italia sta crescendo come strumento strategico per le grandi aziende che vogliono innovare attraverso l’investimento in startup. A differenza dei fondi di venture capital tradizionali, il CVC non dovrebbe concentrarsi principalmente sul ritorno finanziario, ma funzionare come un sensore strategico sul futuro del business, capace di fornire insight alle funzioni che guidano l’azienda. L’obiettivo primario è comprendere in anticipo dove sta andando l’innovazione nel proprio settore, accelerare lo sviluppo di nuove linee di prodotto e, solo in terza battuta, generare rendimenti finanziari. In Italia, diverse grandi aziende hanno lanciato veicoli di CVC, spesso spinti dall’urgenza di fare open innovation, ma non sempre con un disegno strategico di lungo periodo. Il rischio è creare portafogli formalmente di successo ma debolmente integrati nel percorso industriale dell’azienda.

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