Siamo un Paese per startup, altro che gelaterie! | Economyup
Questo sito utilizza cookie per raccogliere informazioni sull'utilizzo. Cliccando su questo banner o navigando il sito, acconsenti all'uso dei cookie. Leggi la nostra cookie policy.OK

Siamo un Paese per startup, altro che gelaterie!

20 Lug 2015

A chi periodicamente lamenta che in Italia «siamo perduti, andate all’estero» o invita ad aprire una pizzeria (con i coni in versione estiva…), il presidente di Italia Startup replica: guardate le statistiche, gli occhiali e le Jeep. E lancia un invito: non accontentarsi mai, non rinunciare mai

Marco Bicocchi Pichi, presidente di Italia Startup
Di tanto in tanto in rete sui blog spunta un classico, il pezzo sul “non ci provate qui” e “siamo perduti, andate all’estero” con la variante di “aprite una pizzeria” (versione invernale) o “aprite una gelateria” (versione estiva). E così in questi giorni del gran caldo del luglio 2015 il noto esperto di e-commerce e comunicazione on-line, Gianluca Diegoli, che ci informa nella sua biografia sul blog  “scrive un po’ per scherzo, un po’ per passione, un po’ per non fare sport” , ci spiega che “Il business dei gelati ha il 30%-50% di possibilità di trasformarsi in un business sostenibile nel giro di qualche anno” e chiosa “non conviene aprire una startup in Italia”. Ma pensa un po’, che errore hanno fatto imprenditori come Paolo Barberis di Dada, Federico Marchetti con Yoox e Vito Lo Mele di Job Rapido per non parlare di Mauro del Rio con Buongiorno e molti altri. E poi parlando di gelaterie c’è poi anche il modo startupper di farle di Guido Martinetti e Federico Grom che nati nel 2003 ora hanno 57 negozi in Italia, più 7 all’estero, un fatturato di 30 milioni di euro e 650 collaboratori.  

Quando un bravo professionista decide di scriverci per dire che “assieme ad altri motivi, di mio non farei mai una startup in Italia”, è corretto porsi delle domande e provare a dare delle risposte. Gli otto punti proposti da Diegoli per dimostrarci che stiamo perdendo tempo spaziano dalla necessità di andare all’estero per capire i mercati globali e imparare bene l’inglese, a un po’ di lamentazioni sul nostro sistema amministrativo (una macedonia estiva che include la fatturazione, normative sul lavoro, quella sui cookie e i concorsi a premi non proprio ordinata) e immancabilmente con la mitica citazione dell’estero, quell’isola che non c’è dove i nostri Peter Pan amano volare, perché in Italia non è “come all’estero”. Infine in Italia si dice che il fallimento non è esperienza accettata e non ci sono capitali di rischio.

Allora miei giovani e meno giovani startupper ascoltate il pragmatico Diegoli e non “rischiate di buttare anni produttivi della vostra vita credendoci (che si può fare startup in Italia) ”. Non provateci, mi raccomando dedicatevi ad altro o se proprio volete insistere andatevene “all’estero” dove avrete anche il rischio di trovare un lavoro dipendente ben pagato oltre che poter forse riuscire con la vostra startup (nuova impresa ad alta crescita). Non credete assolutamente a chi vi racconterà che se l’erba del vicino è sempre più verde a volte la semplice lettura on-line dei quotidiani di altre nazioni, uno stage di lavoro, o la negoziazione di un contratto internazionale la fanno impallidire fino a riconoscere che in molti casi quell’eldorado chiamato  “all’estero” si vede osservando da fuori dei nostri confini proprio l’Italia.

Alla convergenza tra arte e tecnologia non c’è posto migliore dell’Italia. Noi siamo il Paese del Rinascimento, noi siamo il Paese da cui Frans Johansson deriva l’ispirazione per scrivere “ THE MEDICI EFFECT, taking us on a fascinating journey to THE INTERSECTION: a place where ideas and concepts from diverse industries, cultures, departments, and disciplines collide, ultimately igniting an explosion of ideas leading to extraordinary innovations”.

Noi siamo il Paese dove nascono migliaia di START, noi diventeremo il Paese di centinaia di SCALE e non è vero che le esperienze di fallimento non saranno utilizzate, noi faremo SCALE e RE-START (Diegoli la conosce ad esempio la storia di Venchi, un’azienda nata nel 1878 e “restarted” a fine anni 1990? Tre giovani manager con capitali di rischio hanno riorganizzato tutto, inserendo nuovi prodotti, adottando una diversa strategia distributiva e investendo in macchinari e infrastrutture così la nuova Venchi ha chiuso il 2014 con oltre 47 milioni di euro di fatturato segnando il diciassettesimo anno consecutivo di crescita a due cifre).   

Il futuro è dell’Italia, guardatevi cento volte il video http://extraordinarycommonplace.com/ ma soprattutto guardate alle statistiche, guardate al rilancio della FCA, alle Jeep prodotte in Italia ed esportate nel Mondo. In Italia ci sono 3200 aziende nel settore automotive ed esportano il 35% del fatturato. L’Italia è il secondo Paese al mondo nello sviluppo di programmi per l’efficienza energetica secondo l’American Council for an Energy Efficient Economy. L’Italia produce il 70% degli occhiali di alta gamma venduti nel mondo, così come è italiana l’azienda leader nella produzione di lenti in vetro ottico da protezione solare. Di questi esempi se ne possono fare tanti altri.

Noi di Italia Startup siamo dalla parte di chi vuole provarci, di chi vuole riuscire, siamo dalla parte di quelli che ci credono. Stare dalla parte degli startupper certo vuole dire anche stimolare il Governo Centrale e le Amministrazioni Locali a migliorare le leggi (anche semplificando e abrogando), ad essere più efficiente, a ridurre il peso della burocrazia e delle imposte, stare dalla parte degli startupper vuol dire aiutare nell’internazionalizzazione e nel dialogo con le imprese con l’open innovation e il corporate venture capital, lavorare per affermare un rinascimento dell’impresa in Italia vuole dire essere severi, intellettualmente onesti e dire chiaramente a chi non ha sufficiente talento ma soprattutto forza di volontà che “non ci sono pasti gratis” nella competizione mondiale e se i clienti non comprano e i finanziatori non finanziano occorre più spesso un esame autocritico che un richiamo all’idea che “all’estero” sarebbe un’altra cosa. Stare dalla parte delle startup vuol dire lavorare su tante strade per mobilizzare i grandi capitali privati che in Italia ci sono e attrarre investimenti esteri, ma per farlo occorre essere ossessionati dall’eccellenza, non dal pensiero che “all’estero” è diverso. 

Non viviamo in un Paese perfetto, ma possiamo tendere alla perfezione se solo mettiamo la nostra energia al servizio del fare e non del lamentarsi. Con la forza della volontà, con l’autodisciplina. Certo non c’è una via sola all’impresa e lo scale up è quanto o più importante dello start – scrive  Diegoli “Il problema non è facilitare la nascita, con bizzarre forme societarie, ma facilitare la crescita” – si d’accordo ma con “bizzarre forme societarie” non so a cosa ci si vuole riferire se non forse alla normativa su Startup e PMI Innovative e se è così, ancora una volta,  preferisco le critiche costruttive alla rinuncia.

In Italia si può e si deve fare impresa in tutte le sue forme, leggetevi anche le storie d’impresa narrate da Daniel Isenberg  in “Worthless, Impossible and Stupid: How Contrarian Entrepreneurs Create and Capture Extraordinary Value”, continuate a essere hungry and foolish e quando siete dubbiosi leggetevi il discorso di Steve Jobs: “Qualche volta la vita ti colpisce come un mattone in testa. Non bisogna perdere la fede, però. Sono convinto che l’unica cosa che mi ha trattenuto dal mollare tutto sia stato l’amore per quello che ho fatto. Bisogna trovare quel che amiamo… Non accontentarsi. Con tutto il cuore, sono sicuro che capirete quando lo troverete. E, come in tutte le grandi storie d’amore, diventerà sempre migliore mano a mano che gli anni passano. Perciò, bisogna continuare a cercare sino a che non lo si è trovato. Senza accontentarsi”.

Amate l’Italia, amate le imprese, sforzatevi di trovare il modo di crescere, venite con noi in Italia Startup: vi accorgerete che non siete soli e che non è la rinuncia la strada, la strada è la persistenza. Venite e vi daremo l’occasione di andare nei mercati mondiali, di usarlo l’inglese, insieme attrarremo capitali, costruiremo il dialogo e lo scambio tra nuove imprese e imprese esistenti, faremo in modo che nessun talento ed esperienza vada sprecata e miglioreremo l’amministrazione pubblica attraverso la forza delle proposte costruttive e del consenso democratico organizzato.  “Non abbiate paura di sbagliare un calcio di rigore, non è mica da questi particolari che si giudica un giocatore, un giocatore lo vedi dal coraggio, dall’altruismo e dalla fantasia …”. Rinunciare mai. 

Marco Bicocchi Pichi è Presidente di Italia Startup

 

di Marco Bicocchi Pichi *

  • gluca diegoli

    rimango della mia opinione, ma è giusto che si ascoltino diverse visioni.

  • Fabio Allegreni

    Bravo Marco! Diegoli dice cose vere, ma l’atteggiamento è quello tipico italiano, specialmente di molti giornalisti e “comunicatori” che vedono il bicchiere sempre mezzo vuoto. Io credo che sia il termine start-up a non funzionare, sarebbe meglio dire “fare impresa”. E di gente che “fa impresa” in Italia ce n’è a bizzeffe, anzi, è nel nostro DNA. E molti, moltissimi, aprono bar, ristoranti, aziende commerciali, laboratori di artigianato, piccole imprese industriali. E, se anche non si quotano al Nasdaq (come Natuzzi ai bei tempi per esempio), quantomeno ci campano.
    Non è necessario fare la startup tecnologica, basta avere spirito di iniziativa. Chiaro che l’eco-sistema pubblico, e sottolineo pubblico, fa schifo. Ma questo dipende dalla cultura catto-comunista che permea tutti gli italiani da più di un secolo e che vede chi “intraprende” e ha successo come il diavolo. Ma perché accettare tutto ciò? Perché non dimostrare con i fatti che si può cambiare? Sta già succedendo. I giovani tra i 20 e i 40 anni hanno una testa diversa. Alla faccia dei miti catto-comunisti e dei rimuginatori pessimisti.

  • Anonimo

    Mi piace il passaggio del post del Presidente Pichi dove dice “non siete soli”, lo ammetto, è la frase che mi è rimasta in mente. Gentile Presidente Pichi, sarebbe così gentile da rispondere ad una mia mail? Sto per affrontare una fase del mio progetto che richiede tutto il supporto possibile. Grazie, Sebastiano Amenta

  • AndreaB

    Presidente, questo è un dibattito che periodicamente torna fuori e dico subito che io sono dalla parte degli startupper di Gianluca, anche perché sono uno di loro. Anche sa la mia startup cerco di farla funzionare in Italia.
    Ha ragione Gianluca: considerando solo il rapporto fra investimento (degli startupper) e rischio non ha senso investire tempo e vita se il rischio è troppo alto o se ci sono troppe difficoltà. Lo si fa per passione ma dal punto di vista dell’investimento forse non ha moltissimo senso.
    Ma il punto, secondo me, è un altro: qui in Italia diciamo agli startupper di rischiare ma poi bisognerebbe dire la stessa cosa anche ai venture capital, angel, ecc, ecc, che molto più spesso ragionano con la logica delle gelaterie di Gianluca. Perché funzioni deve valere per tutti non solo per gli start upper, magari giovani e con poca esperienza per capire bene i rischi.
    Andrea

Articoli correlati