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SOLUZIONI & APPLICAZIONI

Open innovation, tre motivi per non partecipare agli hackathon

di Nicola Mattina

04 Ott 2017

I progetti partoriti durante un gara di sviluppatori organizzata da una grande azienda rimarranno lettera morta. Partecipare può servire, ma non nei seguenti casi: quando non si impara niente di nuovo, i premi in palio valgono poco o niente e gli organizzatori acquisiscono la proprietà intellettuale delle idee sviluppate

La settimana scorsa, ho proposto alcune riflessioni sugli hackathon, sul perché le aziende dovrebbero decidere di organizzarli e su cosa aspettarsi in termini di risultati (Open innovation: gli hackathon convengono alle aziende?). Oggi, mi occupo dello stesso argomento dal punto di vista dei partecipanti.

Ricordo che per hackathon intendo un evento pubblico di uno o più giorni (generalmente si tratta di un weekend), durante il quale team di programmatori software e designer sviluppano dei progetti con l’obiettivo di risolvere problemi di innovazione degli organizzatori. Questo è il format che si è diffuso in Italia.

Ufficialmente, le aziende organizzano gli hackathon per cercare nuove idee. La verità è che qualsiasi azienda ha decine di modi per raccogliere nuove idee, a partire da quelle di clienti, dipendenti e fornitori. Una manciata di suggerimenti in più, per lo più partoriti  in modo estemporaneo senza sapere come funziona l’azienda o avere esperienza nel suo mercato di riferimento, difficilmente può fare la differenza.

A questo si aggiunge il fatto che le aziende che organizzano gli hackathon (normalmente grandi organizzazioni) non hanno processi che permettano di raccogliere il frutto del lavoro di un team e usarlo per realizzare nuovi prodotti o migliorare quelli esistenti.

Quindi, tenendo conto che i progetti partoriti durante un hackathon rimarranno lettera morta, perché si dovrebbe partecipare? Dal mio punto di vista la risposte sono due: perché si ha l’opportunità di imparare qualcosa e/o perché si può vincere un premio significativo. Altrimenti, ci sono modi più piacevoli di passare il weekend.

Imparare strumenti e tecnologie. Poiché l’obiettivo degli hackathon promossi da grandi aziende è affrontare delle sfide di innovazioni abbastanza specifiche, occorre verificare cosa verrà messo a disposizione in termini di informazioni e di tecnologie. Avendo a disposizione il giusto mix, in due giorni si possono imparare molte cose interessanti come usare nuovi tool, approfondire le dinamiche in un prodotto, conoscere e simpatizzare con decisori aziendali e via di seguito.

Secondo me ci sono due segnali che chi organizza un hackathon si è preoccupato di costruire una buona esperienza anche per i partecipanti: vi manderà un brief dettagliato in anticipo, con tutte le informazioni di contesto in modo che possiate prepararvi; ha predisposto una sessione di spiegazione delle tecnologie e ha preparato tutto il necessario per rendervi subito produttivi.

Vincere un premio. I premi di un hackathon non devono essere simbolici, ma concreti e significativi. Se un’azienda mette a budget una spesa di 50.000 mila euro per organizzare questo tipo di eventi, una parte significativa di questa somma deve essere allocata per premiare chi partecipa. Per esempio, negli ultimi quattro hackathon di cui ho coordinato la realizzazione, il primo premio consisteva nella partecipazione, per i cinque membri del team vincitore, a un evento tech europeo di primo piano come Web Summit a Lisbona o Slush a Helsinki (all included, viaggio, soggiorno e biglietti). In alternativa ai premi, l’azienda promotrice dovrebbe prevedere un rimborso spese per il tempo dei partecipanti.

Infine, occorre prendere in considerazione le scelte degli organizzatori in merito alla tutela della proprietà intellettuale delle idee presentate. Normalmente, i regolamenti di queste manifestazioni prevedono correttamente che la proprietà intellettuale rimanga ai partecipanti, ma più di una volta mi è capitato di leggere regolamenti in cui accade esattamente il contrario con il passaggio automatico della proprietà intellettuale all’azienda organizzatrice. Dal punto di vista pratico, a mio avviso, cambia poco, perché quello che esce da un hackathon rimarrà lettera morta. Tuttavia, dal punto di vista etico, un’azienda non dovrebbe appropriarsi del frutto dell’attività creativa di una persona senza pagare.

In conclusione, se volete partecipare a un hackathon, chiedetevi:

  • che cosa potrò imparare di nuovo, sull’azienda, sul suo mercato e le tecnologie che mi mettono a disposizione?
  • quanto vale il premio messo in palio?
  • gli organizzatori pensano che sia eticamente accettabile acquisire la proprietà intellettuale senza retribuire lo sforzo creativo?

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Nicola Mattina
Imprenditore e co-founder di Stamplay

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