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Fiona Murray: ecco come funziona il NATO Innovation Fund da 1 miliardo per startup che innovano la difesa



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Il fondo è nato nel 2022 per sostenere realtà che portano innovazioni di frontiera ai Ministeri della Difesa e ai cittadini. Previsti investimenti di 100 milioni di euro l’anno, l’80% alle startup, il 20% ad altri fondi di venture capital. Parla Fiona Murray, Chair del NATO Innovation Fund

Pubblicato il 28 gen 2026



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Fiona Murray, Chair del NATO Innovation Fund

La sicurezza del continente europeo attraversa una fase di profonda trasformazione, spinta dalla necessità di rispondere a sfide tecnologiche senza precedenti e a un panorama geopolitico sempre più instabile.

In una recente analisi approfondita, Fiona Murray, attuale Chair del NATO Innovation Fund (NIF) e Associate Dean per l’innovazione presso la MIT Sloan School of Management, ha delineato le priorità strategiche del fondo in un dialogo con Amy Lewin per il podcast Startup Europe (Sifted).

Il quadro che emerge è quello di un’organizzazione nata per colmare un vuoto critico nel settore della difesa, dove il capitale di rischio europeo è stato storicamente assente o estremamente cauto.

NATO Innovation Fund: un miliardo di euro contro la minaccia russa

Il fondo, lanciato ufficialmente nel 2022 e operativo dal 2023, dispone di una dotazione di 1 miliardo di euro sostenuta da 24 nazioni alleate. La missione principale è rispondere a una realtà che Murray definisce inequivocabile, citando le parole del Segretario Generale Mark Rutte: “Siamo il prossimo bersaglio della Russia e siamo già in pericolo“. Per contrastare questa minaccia, il NATO Innovation Fund non si limita a finanziare armamenti tradizionali, ma punta a costruire un vantaggio tecnologico difensivo attraverso il supporto a aziende che portano innovazioni di frontiera nelle mani dei Ministeri della Difesa e dei cittadini.

L’approccio del fondo è orientato al lungo periodo, con un orizzonte temporale di 15 anni, una scelta deliberata per permettere alle tecnologie deep tech di maturare e raggiungere la scala industriale necessaria. La strategia di dispiegamento del capitale prevede l’investimento di circa 100 milioni di euro all’anno. Di queste risorse, l’80% è destinato a investimenti diretti in startup, mentre il restante 20% è convogliato in altri fondi di venture capital (schema “fund of funds”), come V Squared, OTB Ventures e Twin Track Ventures. Questo modello ha permesso al NATO Innovation Fund di ottenere un’esposizione indiretta a oltre 100 startup, oltre ai 14 investimenti diretti già ufficializzati.

Il capitale privato e la nascita dei neo-prime

Uno dei dati più rilevanti dell’operato del fondo riguarda la sua capacità di agire come catalizzatore per il settore privato. Murray ha confermato che, a fronte di circa 150 milioni di euro già impiegati, il fondo è riuscito a attrarre co-investimenti per circa 1,4 miliardi di euro da parte di altri attori. Questo significa che per ogni euro investito dal NATO Innovation Fund, il mercato ne ha aggiunti quasi dieci, coinvolgendo non solo altri fondi VC, ma anche fondi sovrani, fondi pensione e family office europei che vedono nella resilienza della NATO una missione fondamentale.

Il fondo punta con decisione alla creazione di quelli che vengono definiti “neo-prime“. Si tratta di startup nate con una mentalità agile che, crescendo, si integrano verticalmente fino a diventare grandi aziende industriali capaci di competere con i giganti storici della difesa. Esempi di questa strategia sono già presenti nel portafoglio del NIF:

  • Tekever: azienda portoghese produttrice di droni che sta costruendo una fabbrica nel Regno Unito, diventando uno dei primi “unicorni” del fondo.
  • Kraken: specializzata in imbarcazioni autonome, che collabora con aziende come Lürssen e Rheinmetall per la produzione su vasta scala.
  • ARX Robotics: startup focalizzata sulla robotica terrestre senza equipaggio.
  • Isar Aerospace: realtà attiva nel settore delle tecnologie spaziali.

L’obiettivo del NATO Innovation Fund è accoppiare l’ingegno del settore privato con la capacità di produzione industriale su larga scala. Per facilitare questo processo, il fondo ha istituito il “Mission Platform Group“, una struttura dedicata a supportare le aziende nel portare le proprie capacità tecnologiche direttamente ai Ministeri della Difesa o in partnership con i grandi gruppi industriali.

Sicurezza della “zona grigia” e infrastrutture critiche

Il concetto di difesa espresso da Fiona Murray si estende ben oltre il conflitto armato convenzionale, abbracciando la cosiddetta “zona grigia“. Le minacce attuali includono incursioni ai confini, provocazioni tramite droni, minacce ai cavi sottomarini e attività ostili nell’Artico o nello spazio. In questo ambito, Murray sottolinea che l’Europa deve essere disposta a “prezzare la resilienza“, investendo in sistemi che oggi potrebbero apparire costosi ma che sono vitali per la sicurezza futura.

Le infrastrutture digitali e fisiche europee presentano vulnerabilità significative. I cavi sottomarini sono tra i punti più sensibili, motivo per cui il NATO Innovation Fund ha investito in aziende come Kongsberg Ferrotech, che si occupa della sorveglianza e riparazione di queste infrastrutture. Altre aree critiche identificate includono la dipendenza delle catene di approvvigionamento dalla Cina — specialmente per i minerali critici — e la necessità di proteggere fisicamente e ciberneticamente i centri dati necessari per lo sviluppo dell’intelligenza artificiale.

La resilienza richiede anche un cambiamento nel ruolo dei governi come acquirenti. Paesi come l’Estonia sono stati citati come modelli di efficienza grazie alla velocità nei processi decisionali, mentre la Germania sta compiendo una rapida transizione per diventare un “buon cliente” per le startup della difesa, iniziando a mettere contratti reali sul tavolo e avviando test di valutazione.

Superare lo stigma e le barriere finanziarie

Nonostante il successo operativo, il percorso del NATO Innovation Fund non è stato privo di ostacoli interni e sfide di mercato. L’organizzazione ha affrontato una fase iniziale complessa, che ha visto la partenza di quattro dei cinque partner fondatori originali. Murray ha minimizzato l’impatto di questo ricambio, paragonandolo al naturale “churn” che si osserva nelle startup nelle fasi iniziali. Ha inoltre affrontato il tema della disputa legale con l’ex Chair Klaus Hommels riguardo a un bonus non pagato, confermando che i salari iniziali (che per Hommels raggiungevano i 700.000 euro annui) sono stati rivisti verso il basso per allinearsi meglio agli standard di mercato del venture capital.

Oltre alle questioni di governance, il settore della difesa deve ancora affrontare uno stigma finanziario radicato. Murray evidenzia come molte grandi banche incontrino difficoltà nel gestire clienti del settore difesa a causa di processi di conformità (KYC e anti-riciclaggio) che sollevano automaticamente segnalazioni di rischio. Anche i fondi pensione mostrano ancora nervosismo nell’investire in quest’area, nonostante il potenziale di ritorni economici. Tuttavia, si registra uno spostamento culturale: la difesa viene sempre più vista come un dovere civico e una necessità per garantire la sicurezza delle generazioni future.

L’azione del NATO Innovation Fund mira quindi a creare un ecosistema dove l’innovazione tecnologica non serva solo alla prontezza bellica, ma generi ricadute positive sulla società civile attraverso tecnologie dual-use. La robotica sviluppata per il campo di battaglia può rendere le fabbriche civili più efficienti, così come i sistemi di autonomia stradale e la protezione delle infrastrutture dai cambiamenti climatici traggono beneficio dalla ricerca finanziata per scopi difensivi. Come sottolineato da Murray, investire oggi nella forza tecnologica è lo strumento principale per prevenire i conflitti di domani

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