POLITICA & INNOVAZIONE

Incentivi fiscali per chi investe in startup, Carlo Tassi (IAG): oggi servono più che in passato



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Dopo la sospensione dell’incentivo del 30%, il presidente dell’associazione di business angel dice: “Dieci anni fa era molto più rischioso investire in startup, oggi bisogna sostenere chi lo fa e dare un segnale politico chiaro di continituità, come in Francia”

Pubblicato il 20 gen 2026



Carlo Tassi IAG
Carlo Tassi, presidente di IAG, Italian Angels for Growth

Gli incentivi fiscali per chi investe in startup “servono più che mai. Non tanto per spingere chi già investe, quanto per ridurre l’incertezza e dare un messaggio politico chiaro sulla volontà dell’Italia di sostenere la crescita di un ecosistema che resta fragile”.

Carlo Tassi, presidente di IAG (Italian Angels for Growth) interviene su una questione che sta agitando l’ecosistema italiano delle startup e in particolare i business angel, quegli investitori privati che più sono toccati dalla sospensione degli incentivi fiscali per chi investe in startup e PMI innovative, che non sono più operativi dall’inizio del 2026. Una sospensione attesa, perché la scadenza era nota da tempo, ma non per questo indolore. Il mancato rinnovo della detrazione del 30% per gli investitori privati sta già producendo effetti sull’ecosistema italiano dell’innovazione, soprattutto nelle fasi early stage, dove il capitale privato rappresenta ancora una leva decisiva.

La Commissione europea ha chiesto chiarimenti al Governo italiano sull’applicazione dell’incentivo negli ultimi anni e sul rispetto delle regole sugli aiuti di Stato, visto che alcune startup sarebbero state controllate da grandi aziende. Il confronto è in corso.
Al di là degli aspetti tecnici, la sospensione ha riacceso un dibattito più ampio: a oltre dieci anni dalla sua introduzione, questo strumento è ancora necessario? E che segnale manda oggi il Paese a chi investe nell’innovazione?

Incentivi fiscali per startup: perché sono sospesi

La sospensione degli incentivi non nasce da una scelta discrezionale dell’ultimo minuto. La misura è arrivata a scadenza il 31 dicembre 2025 e, come già accaduto in passato, il suo rinnovo richiede un passaggio autorizzativo a livello europeo. Questa volta, però, il percorso si è complicato.

La Commissione europea ha chiesto al governo italiano un supplemento di informazioni dopo aver rilevato che, nel corso degli anni, alcuni investimenti agevolati avrebbero riguardato startup partecipate da grandi gruppi industriali. Una situazione che, secondo Bruxelles, potrebbe configurare una violazione delle regole sugli aiuti di Stato.

«Purtroppo i furbi ci sono ovunque e quindi perché non avrebbero dovuto esserci anche nel nostro mondo?», osserva a ragione Tassi, che è intervenuto nell’ultima edizione di InnovationWeekly (qui puoi rivedere il video). Il punto, però, è che per correggere eventuali distorsioni si è finiti per bloccare l’intero impianto, lasciando gli investitori senza certezze.

Il Ministero delle Imprese e del Made in Italy ha fornito le prime risposte alle richieste di chiarimento e il dialogo con Bruxelles è in corso. Ma i tempi della burocrazia europea non sono brevi e, nel frattempo, l’incentivo resta sospeso.

Incentivi agli investitori in startup: 10 anni di proroghe e instabilità

Introdotti oltre dieci anni fa, gli incentivi fiscali per chi investe in startup innovative nascono con un obiettivo preciso: compensare, almeno in parte, l’elevato rischio degli investimenti fase iniziale e stimolare l’afflusso di capitale privato in un ecosistema allora quasi inesistente.

«Questi incentivi sono stati prorogati già per due volte, quindi sono dieci anni che erano in essere», ricorda Tassi. Ma quella che avrebbe potuto diventare una politica strutturale è rimasta invece una norma a scadenza, rinnovata di volta in volta.

Il risultato è una instabilità permanente, che ha accompagnato tutta la crescita dell’ecosistema italiano: ogni rinnovo è stato preceduto da incertezze, attese e trattative, rendendo difficile per investitori e operatori pianificare nel medio periodo.

Il nodo della retroattività e l’incertezza che frena gli investimenti

Uno dei temi più delicati è quello della possibile retroattività. Anche se il rinnovo dovesse arrivare nei prossimi mesi (nessuno sa quando, ma non prima di marzo aprile) non è affatto scontato che l’incentivo possa valere anche per gli investimenti effettuati a partire da gennaio 2026.

«Oggi nessuno è in grado di dire se chi ha investito o deciderà di investire da gennaio potrà godere di questo incentivo», sottolinea Tassi. Ed è proprio questa incertezza a produrre l’effetto più immediato: il congelamento delle decisioni in molti casi.

Alla fine del 2025 si è registrata un’accelerazione delle operazioni per chiudere gli investimenti entro il 31 dicembre. Ora, invece, il mercato sembra entrato in una fase di attesa. «È facile prevedere che nei prossimi due o tre mesi, soprattutto per le startup early stage, ci sarà un rallentamento nella raccolta di capitali», conferma Tassi dal suo punto di osservazione.

Il ruolo dei business angel in un ecosistema ancora fragile

Il peso di questa incertezza è amplificato dalla struttura stessa del mercato italiano. «La distanza con gli altri ecosistemi europei è enorme», afferma Tassi. «Il nostro ecosistema è talmente piccolo che ogni spostamento, anche piccolo, fa una grande differenza».

A differenza di Paesi dove il venture capital è più maturo e abbondante, in Italia il finanziamento delle startup nelle fasi iniziali dipende in larga misura dai business angel e dagli investitori privati. Non solo quelli organizzati in network, ma anche singoli individui che affiancano gli imprenditori quando il rischio è massimo e che, quindi, sono più sensibili a forme di incentivazione fiscale.

Secondo stime di settore, l’angel investing in Italia muove complessivamente centinaia di milioni di euro all’anno, con un’incidenza particolarmente alta nelle fasi seed ed early stage. È proprio qui che l’assenza di incentivi rischia di avere l’impatto maggiore.

Perché oggi gli incentivi servono più di dieci anni fa

Si potrebbe obiettare che, dopo oltre un decennio, l’ecosistema dovrebbe essere in grado di fare a meno di questi strumenti. Carlo Tassi ribalta la prospettiva e afferma convinto: «Oggi ne avremmo molto più bisogno rispetto a dieci anni fa».

Dopo il 2020, anche grazie agli interventi di CDP Venture Capital, diretti e indiretti, l’ecosistema italiano ha iniziato a strutturarsi. Sono nati nuovi fondi, soprattutto nelle fasi early stage, e si è ampliata la base di competenze. Ma proprio questa fase di maturazione rende più importante il supporto al capitale privato.

«Dieci anni fa investire in startup era quasi esoterico e spesso i soldi si perdevano e basta», ricorda Tassi. «Oggi ci sono molte più probabilità di costruire un portafoglio che possa dare ritorni anche a un investitore privato, che quindi va sostenuto nelle sue scelte”.

Il messaggio politico che manca

Secondo Tassi, il problema principale non è tanto l’assenza temporanea dell’incentivo, quanto il segnale che questa incertezza manda al mercato. «L’effetto negativo oggi è soprattutto psicologico», spiega. «Non si sa se e quando gli incentivi torneranno, e questo riduce la platea degli investitori».

Alcuni continueranno a investire comunque, magari all’estero, in startup fondate da italiani ma con sede fuori dal Paese. Altri, semplicemente, resteranno alla finestra. «Non è che questa sospensione cambierà da sola le sorti dell’ecosistema italiano», ammette Tassi. «Ma c’è bisogno di segnali, e i segnali devono essere convergenti».

Le associazioni del settore (InnovUp e ItalianTechAlliance in prima fila) stanno presidiando il tema e hanno già chiesto un rinnovo rapido e chiaro degli incentivi. Il MIMIT sta lavorando sul dossier e il confronto con Bruxelles prosegue, ma l’esito non è scontato.

Sul tavolo non c’è solo una misura fiscale, ma la credibilità complessiva delle politiche italiane per l’innovazione. Come osserva Tassi, «in Italia si parla di startup soprattutto quando c’è la legge di bilancio o quando c’è qualche problema fiscale». Quello che manca è una strategia dichiarata e riconoscibile.

«Servirebbe fare quello che ha fatto Macron in Francia», conclude Tassi. «Dire chiaramente che questo è un tema centrale per il Paese, e costruirci attorno strumenti e incentivi coerenti». Finché questo messaggio non arriverà, anche il rinnovo degli incentivi rischia di apparire come una soluzione temporanea, più che come parte di una visione di lungo periodo.

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