Enrico Deluchi (PoliHub): sono dipendente dall'innovazione, per me non esiste l'impossibile | Economyup

L'INTERVISTA

Enrico Deluchi (PoliHub): sono dipendente dall’innovazione, per me non esiste l’impossibile



Il general manager dell’incubatore del Polimi Enrico Deluchi si racconta: l’attrazione per la tecnologia, l’influenza del padre, la sua prima garage company, il lavoro da manager, l’attività come investitore e mentor. “Entro gennaio ci sarà il nuovo piano strategico del PoliHub”, anticipa

di Giovanni Iozzia

12 Nov 2020


Enrico Deluchi, General Manager di PoliHub

Per la prima volta a guidare le attività del PoliHub, l’incubatore di imprese del Politecnico di Milano, non c’è un professore. Enrico Deluchi, che da ottobre si è insediato come general manager, è un imprenditore – manager – investitore con l’irresistibile attrazione per la tecnologia e l’innovazione, “da quando avevo 14 anni e mi esercitavo con i kit di meccanica ed elettronica”, racconta.

Enrico Deluchi, triestino, 59 anni, ingegnere elettronico che ha ricoperto ruoli di responsabilità in diverse multinazionali (da Cisco a Canon), si è messo subito al lavoro per disegnare il PoliHub del futuro prossimo. “Nei miei primi 100 giorni voglio portare a casa un conto economico in ordine e un piano per i prossimi tre, quattro anni con una visione chiara per tutti gli stakeholder e un programma solido di attività. A gennaio avremo questo piano”. In attesa, lo abbiamo incontrato perché avevamo voglia di conoscerlo meglio e di dare questa possibilità a chi nell’ecosistema dell’innovazione non ha ancora avuto occasione di incontrarlo.

“Per me non esiste l’impossibile”, attacca Enrico Deluchi. “Sono sempre alla ricerca di cose nuove perché sono una persona che ama la scoperta e istintivamente segue percorsi inesplorati. È qualcosa che ho preso da mio padre”

Come ti ha influenzato tuo padre?

Lavorava sempre, il suo cervello non si fermava mai. Faceva il geofisico in ENI e da lui ho imparato molto. Soprattutto la manualità: io sono un buon bricoleur. In casa riesco a fare quasi tutto e in famiglia mi chiamano Manny tuttofare. Ricordi il cartone animato?

Che cosa fai per aver meritato questo appellativo?

Di tutto. Io non riesco a stare fermo con le mani nelle mani, come canta Cocciante. E mi piace esprimermi anche artisticamente: faccio sculture con materiali di recupero. In spiaggia, per esempio, raccolgo legni e corde e costruisco poi barchette. Mi piace molto lavorare il legno perché amo la natura. Per questo scio e cammino nei boschi.

Però non sei diventato un’artista ma hai debuttato da imprenditore…

Sì, in effetti io ho fatto la mia prima impresa nel garage di casa, una vera garage company: ero un ventenne che assemblava e vendeva dispositivi geofisici.

L’influenza di tuo padre è evidente. Com’è andata?

Non benissimo, ma anche per mia scelta. Lavoravo in un mercato allora non particolarmente ricco, quello della tutela del territorio, dove la committenza era prevalentemente pubblica ed era estremamente difficile farsi pagare. Avevo poi fatto studi diversi e quindi a un certo punto mi sono trovato davanti a un bivio: insisto o faccio ciò per cui ho studiato?

E hai scelto questa seconda opzione. Perché?

Perché mi sembrava la strada verso il futuro. Perché ho cominciato a lavorare su Internet quando in Italia non esisteva ancora. Siamo all’inizio degli anni 90 e ho partecipato alla costruzione fisica dei mattoni che avrebbero poi costituito la Rete in Italia. Prima con Italtel, dove lavoro con i Bell Las di At&T, poi con Cisco, che è stata la mia esperienza manageriale più lunga e formativa. Se credo di capire intimamente Internet e tutto quanto è collegato, dipende da quel che ho imparato in quegli anni.

Che cosa di questa esperienza ti porti nel tuo nuovo lavoro di patron delle startup?

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Beh, posso certamente dire che non sono una nativo digitale ma una levatrice digitale. E posso aggiungere: voi ci siete nati con la Rete, ma io l’ho fatta! Battute a parte, quel che mi porto oltre la dipendenza dall’innovazione è l’altro pezzo di codice del mio Dna: sono sempre stato un giocatore di squadra. Ho fatto basket a livello agonistico fino a 40 anni. Questo mi ha insegnato che quando sei alla guida di un team devi far rendere ciascuno al massimo del proprio talento e capacità. Quindi devi imparare a conoscere le persone, a saper leggere tra le loro ambizioni e debolezze, a valorizzare i punti di forza. Quindi diventa fondamentale una capacità umanistica: la conoscenza dell’uomo.

E che cosa c’entra questo con le startup?

Quando parli con una startup, con un imprenditore, non puoi fermarti solo a valutare tecnologie e business plan ma devi cercare di capire le qualità di quell’uomo o di quella donna, se e come riuscirà a fare quel che dice di voler fare.

Quando hai cominciato a fare il mentor e l’investitore?

Ho cominciato a investire in startup e società tecnologiche a fine anni 90. Ho beccato tranvate da paura, ma ho imparato che non bisogna fidarsi di quel che ti piace: devi guardare altri parametri che sono più importanti. Molti giudicano sulla base di quello che piace e raramente fanno un buon investimento.

Hai investito su startup in Italia o all’estero?

Nel primo decennio ho investito soprattutto all’estero, negli Stati Uniti. Nel mio portafoglio adesso ci sono solo quattro startup italiane e 15 internazionali. In Cisco tecnologia, azioni, Borsa si respiravano come l’aria. Avevamo costituito anche un incubatore a fine anni 90, Marsupium, ed eravamo vicini alle iniziative di Elserino Piol, il papà del venture capitali italiano.

Stiamo parlando degli albori dell’ecosistema italiano…

Io l’ho visto nascere e quando intercettavo startup italiane con potenzialità internazionali le segnalavo a Cisco. Siamo tra il 2008 e il 2011 e in quegli ho fondato una nuova impresa, che però non ha funzionato…Poi ho avuto l’opportunità di tornare in azienda.

Beh, hai fatto il CEO di Canon Italia e li hai chiuso la tua carriera di manager.

Il mio percorso manageriale era arrivato alla fine, la mia voglia di di innovazione, la necessità di velocità mi hanno fatto comprendere che era arrivato il momento di fare cose che mi interessano e cominciare a restituire un po’ di quel che avevo imparato. Il giving back, come dicono gli americani: ho fatto più mentorship gratuite che investimenti!

Qual è la tua prima regola da mentor?

Capire la persona che hai davanti, capire se ha chiaro qual è il problema che cerca di risolvere con la sua impresa…

E la cosa che valuti più importante nella tua valutazione?

Fare startup è un lavoro life time non solo full time, non può essere quindi part time. Pensare di farlo mentre si fa un altro lavoro è già un indicatore negativo della possibilità di successo.

A questo punto svela che cosa ti dà più fastidio quando discuti con uno startupper…

Una cosa che mi infastidisce è quando parli con qualcuno che o non ascolta o risponde in difesa, reagendo a un’osservazione come se fosse una critica personale. Se mi hai chiesto di darti un feedback, cerca di approfondire! Mi è capitato tante volte di vedere persone poco disponibili all’ascolto e questo è un grande limite. Un segnale di warning. Qualcuno potrebbe dire che la determinazione e la convinzione sono un valore, ma questo non significa essere chiusi.

In PoliHub è cominciata una nuova fase, come già ci ha raccontato il presidente Andrea Sianesi. Qual è il tratto che la caratterizza?

More, more, more. Di più di più. PoliHub è Politecnico, che ha tre missioni: la terza, insieme a didattica e ricerca, è creare impatto economico e sociale ne territorio di riferimento. Questo impatto si manifesta in due modi: proprietà intellettuale, cioè brevetti, e imprese che nascono da docenti e studenti. Ambizione del rettore è veder crescere l’impatto del TT, il Trasferimento Tecnologico, e del PoliHub, quindi delle nuove imprese.

Come potrà crescere l’impatto del PoliHub?

Aumentando il numero startup che raccolgono investimenti e fanno exit, soprattutto di natura industriale. Ma abbiamo anche un obiettivo qualitativo: vogliamo crescere nel settore dove abbiamo competenze e tecnologie, il deep tech con una forte IP alla base. Vogliamo diventare il luogo dove andare per chiunque sia interessato al deep tech: startup, ricercatori, investitori, imprese, studenti. Non solo un luogo fisico, ma un riferimento forte.

PoliHub ha cambiato la sua figura giuridica: da srl a scarl (società cooperativa a responsabilità limitata) per uniformarsi alle altre società di cui il Polimi è azionista. Questo cambia il modello di business?

Adesso non abbiamo scopo di profitto e dobbiamo agire come service company. Questo non significa che il conto economico non debba tornare o che non dobbiamo crescere. Ma se facciamo utili, li reinvestiamo per migliorare i servizi.

Chi sono i vostri stakeholder?

Startup e corporate sono fondamentali e complementari: le une hanno bisogno delle altre. Le startup hanno bisogno delle imprese per testare il mercato, come clienti o primi investitori o acquirenti nell’ipotesi della exit. Tutte le aziende da parte loro stanno cercando idee e opportunità di open innovation. Vengono in PoliHub e le trovano. Il modello di business non è cambiato ma vorrei potenziarlo facendo del PoliHub il posto del deeptech, come dicevo prima. Ci aspettano tre mesi di lavoro intenso per definire il nostro piano strategico.

 

Giovanni Iozzia

Ho studiato sociologia ma da sempre faccio il giornalista e seguo la tecnologia . Sono stato direttore di Capital, vicedirettore di Chi e condirettore di PanoramaEconomy.