Claudia Pingue (CDP Venture Capital): ecco che cosa faremo con il Fondo Technology Transfer - Economyup

L'INTERVISTA

Claudia Pingue (CDP Venture Capital): ecco che cosa faremo con il Fondo Technology Transfer



Nuovi poli nazionali e fondi di venture capital dedicati al trasferimento tecnologico. La responsabile del Fondo Technology Transfer di CDP Venture Capital, Claudia Pingue, racconta a EconomyUp le logiche di investimento e i prossimi passi. Obiettivo: favorire la crescita delle startup che arrivano dalla ricerca

di Giovanni Iozzia

22 Ott 2021


Claudia Pingue, Responsabile del Fondo Technology Transfer di CDP Venture Capital

Poli Nazionali di Trasferimento Tecnologico dedicati alla robotica, alla sostenibilità ambientale, alle nuove cure per le persone, alla sostenibilità alimentare e allo spazio. Fondi di Venture Capital focalizzati sul trasferimento tecnologico e altamente specializzati sulle stesse aree dei Poli. Il tutto è pensato per dare una grande spinta alle startup che arrivano dalla ricerca. La recente partnership fra FEI (Fondo Europeo degli Investimenti) e CDP Venture Capital che porta ulteriori 130 milioni di euro alle startup deep tech in Italia è il turbo nell’intenso programma del Fondo Technology Transfer nel bouquet del Fondo nazionale Innovazione.

Si parla di startup deep tech quando c’è una tecnologia brevettabile, di solito nata in laboratori di ricerca universitari, che deve essere testata e accompagnata verso il mercato. Ecco perché si dice trasferimento tecnologico. Un’attività che Claudia Pingue ha conosciuto bene negli anni alla guida del PoliHub, l’incubatore del Politecnico di Milano, e che dalla fine del 2020 è al centro della sua missione come Responsabile del Fondo Technology Transfer di CDP Venture Capital. In questa intervista a EconomyUp racconta come funziona il fondo, i suoi obiettivi e i prossimi passi.

“Il Fondo Technology Transfer lavora con una duplice logica di investimento. Interviene sulle startup che arrivano dalla ricerca scientifica nella loro fase iniziale di sviluppo, anche quando sono ancora progetti imprenditoriali in laboratorio, per ridurre il rischio legato all’implementazione tecnologica e per rendere i progetti comprensibili e interessanti per il mercato del venture capital e industriale.

E qual è l’altra logica di investimento?

L’altro obiettivo è finanziare nuovi fondi di venture capital altamente specializzati sulle tecnologie di frontiera, per supportare la crescita delle startup più promettenti. Per questa attività di investimento abbiamo stanziato una parte significativa dei 275 milioni di dotazione del fondo a cui si aggiungono i130 milioni messi a disposizione del FEI per sostenere la nascita di nuovi fondi di venture capital dedicati al deep tech in Italia, con un effetto leva rilevante.

Quanti nuovi fondi prevedete di far nascere?

Molti. È importante che nascano nuovi investitori che parlino la lingua della scienza e della ricerca in grado di sostenere la crescita di aziende altamente innovative che possano aiutarci ad affrontare le sfide più pressanti dei prossimi anni: dallo sviluppo dei nuovi farmaci alla sostenibilità ambientale.

Quali caratteristiche dovranno avere questi nuovi venture capitalist?

Bisogna creare team di investimento sempre più multidisciplinari che alle competenze finanziare e di mercato sappiamo affiancare le competenze tecnologiche, quelle del “saper fare”, che sappiano avviare un dialogo efficace con chi sta lavorando su invenzioni e innovazioni di frontiera: ricercatori e scienziati a cui bisogna dare supporto concreto per far sì che il loro lavoro possa generare nuove imprese. Noi forniremo ai gestori dei Fondi un grande supporto anche attraverso i Poli Nazionali di Trasferimento Tecnologico.

Che cosa sono i Poli Nazionali di Trasferimento Tecnologico?

Un modello di piattaforma multidisciplinare e multiattore per creare massa critica di capitali e competenze. Obiettivo del fondo è finanziare le startup che arrivano dalla ricerca, ma bisogna creare le condizioni perché queste nuove imprese possano nascere, perché ci sia appunto il trasferimento tecnologico. I Poli sono hub in cui vengono integrati capitali e competenze, “fabbriche” che affiancano il ricercatore nell’applicazione della tecnologia e in tutte le fasi dello sviluppo del progetto di impresa.

Che cosa c’è dentro questi Poli? Come nascono?

I Poli Nazionali di Trasferimento Tecnologico sono costituiti da cinque ingredienti. Federiamo le migliori università italiane sul tema di riferimento, nel polo della robotica ad esempio l’Istituto Italiano di Tecnologia di Genova, la Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, l’Università Federico II di Napoli e l’Università degli Studi di Verona, per avere una massa critica di competenze e di progetti di ricerca tra cui selezionare le possibili startup, diciamo in fase embrionale. Poi ci sono gli investimenti preseed del Fondo per la realizzazione del prototipo e la verifica del bisogno di mercato. Terza fase: se il test funziona, viene fatto un investimento seed per lanciare l’impresa, che viene sostenuta anche con servizi di Mentoring e business creation. Nei Poli ci sono anche le aziende, Leonardo in quello della robotica ad esempio, che oltre alle competenze portano l’accesso ai canali di mercato. Il quinto elemento sono i fondi creati con i nostri investimenti indiretti che possono valutare i migliori spin-off generati dal polo. Per esempio abbiamo investito in Eureka! Fund I – Technology Transfer il fondo di EUREKA! Venture Srg specializzato in scienza e ingegneria dei materiali innovativi, e in Cycero, specializzato nella robotica umanoide e industriale.

Quanto costa attivare un Polo Nazionale di Trasferimento Tecnologico?

Per attivare il Polo RoboIT, sulla robotica l’investimento è stato di circa 40milioni di euro: 10 per sostenere costantemente per i prossimi quattro anni la produzione di idee e invenzioni; 30 per attivare indirettamente nuovi fondi. Teniamo conto che con l’effetto leva questi 40milioni diventano almeno 100.

Il Polo RoboIT è il primo. Ce ne saranno altri?

Sì, a breve. Entro fine 2021 sarà attivato un polo sulla Sostenibilità. L’International Energy Agency ci dice che il 60% delle tecnologie che potrebbero dimezzare le emissioni di CO2 ci sono già, nei laboratori di ricerca. Oggi, quindi, è cruciale accelerare e valorizzare il trasferimento tecnologico per far maturare il nostro ecosistema dell’innovazione. E non solo sulla sostenibilità.

A cosa saranno dedicati gli altri poli?

Ci concentreremo su un Polo dedicato allo sviluppo di nuove terapie per la cura delle persone in particolare nei settori dell’oncologia e del cardiovascolare, settori in cui l’Italia ha una leadership internazionale riconosciuta. Ci sarà poi un polo della sostenibilità alimentare e agraria, quindi sull’agritech. E stiamo ragionando su un polo sul tema spazio/difesa.

E dove nasceranno i nuovi poli?

Tutti i Poli avranno un hub fisico di riferimento. Quello della robotica sarà nella nascente robot Valley di Genova, ai piedi dell’IIT sotto il ponte Morandi. Le altre location sono in corso di definizione.

 

Giovanni Iozzia

Ho studiato sociologia ma da sempre faccio il giornalista e seguo la tecnologia . Sono stato direttore di Capital, vicedirettore di Chi e condirettore di PanoramaEconomy.