Post referendum

Brexit un mese dopo, tutto come prima ma gli investimenti in startup calano

A luglio le imprese hi-tech inglesi hanno ottenuto 200 milioni di sterline, quasi la metà dello stesso periodo del 2015. Ma per il sindaco di Londra Sadiq Khan gli ultimi investimenti sono una “dichiarazione di rinnovata fiducia”

Pubblicato il 03 Ago 2016

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Brexit o non Brexit, il Regno Unito non perde la sua appetibilità agli occhi delle società di venture capital. Nell’ultimo mese le imprese tecnologiche britanniche hanno ottenuto circa 200 milioni di sterline di finanziamenti, attraverso 42 accordi stipulati con venture capitalist internazionali, secondo le ultime stime pubblicate dal Pitchbook di London & Partners, la società promozionale della City.

Nonostante l’evidente rallentamento rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, quando sono stati conclusi il doppio degli accordi per un totale di 338 milioni di sterline di investimenti in capitali di rischio di startup del Regno Unito, la notizia positiva è che c’è ancora fiducia nei talenti e nelle buone idee che hanno trovato nel settore tech britannico il loro terreno fertile. La parola d’ordine nei corridoi di Canary Wharf e Old Street sembrerebbe essere “business as usual”, andare avanti come sempre, anche se un po’ di timore è tangibile. Tech City UK, l’organo del governo britannico che negli ultimi anni ha lavorato molto per promuovere il settore del tech a livello globale, ha voluto sondare il parere di circa 1205 operatori del settore tecnologico, raccogliendo commenti a caldo del dopo-Brexit (dal 27 giugno al 5 luglio scorsi). Poco più di un terzo degli intervistati ha affermato che andrà avanti senza grandi cambiamenti, ma quasi un quarto prevede di ridimensionare le sue ambizioni di crescita in seguito alla decisione popolare di lasciare l’Unione europea.

Per il sindaco di Londra, Sadiq Khan, gli ultimi investimenti sono una dichiarazione di rinnovata fiducia nei confronti del principale hub tecnologico europeo, e provano che di fatto che la City “è al primo posto quando si tratta di tecnologia e che, grazie sua diversità e allo spirito imprenditoriale, continua ad attrarre investimenti da tutto il mondo. Questi investimenti – prosegue il primo cittadino – dimostrano che Londra è aperta al business, aperta a nuove idee e continuerà ad accogliere i migliori talenti da tutto il mondo”.

Se Londra vorrà continuare ad essere all’avanguardia in molti settori digitali dovrà continuare ad essere ospitale e a garantire servizi e agevolazioni agli imprenditori. In ballo non c’è soltanto il suo primato come Silicon Valley europea ma anche un giro d’affari pari a 161 miliardi di sterline nel 2014 e oltre un milione e mezzo di posti di lavoro (dati Tech City UK).

Il Regno Unito non rinuncerà facilmente alle risorse culturali e imprenditoriali portate dagli immigrati, come ci

Leonardo Simonelli Santi

spiega Leonardo Simonelli Santi, presidente della Camera di Commercio e Industria italiana per il Regno Unito e attuale amministratore delegato di Etrufin Reserco, società di servizi finanziari con sede nella capitale britannica. “Ora c’è sicuramente un effetto psicologico di instabilità e di incertezza. Ma il messaggio che dobbiamo far passare è che ci vuole calma – prosegue Simonelli Santi – ci sarà un periodo abbastanza lungo in cui non succederà nulla. Se vi ricordate, il processo di entrata del Regno Unito in Europa è durato 10 anni. Anche adesso credo che si andrà molto per le lunghe. È uno scenario che va analizzato non sul breve periodo. Per questo motivo non possiamo cedere alle paure e incertezze. C’è la possibilità reale che la Brexit porti anche dei miglioramenti perché l’interesse ad attrarre talenti è grande e il Regno Unito non guarda soltanto all’Europa ma al mondo intero”.

La paura dei cittadini europei che si trovano oggi nel Regno Unito di tornare ad essere considerati “stranieri” è giustificata ma non deve trasformarsi in una barriera. “La Brexit ha scioccato tutta l’Europa – ha aggiunto il presidente della Camera di Commercio e Industria italiana per il Regno Unito, ex presidente di Assocamerestero – ha sconvolto molti equilibri perché nessuno si aspettava un risultato simile. È stato un voto sicuramente di protesta, ma dobbiamo guardare al futuro. Sicuramente il mondo delle startup è turbato da questo cambiamento perché essendo un settore relativamente nuovo non ha radici di ancoraggio profonde. Ma gli startupper se sono in Gran Bretagna è perché hanno già un lavoro e si stanno costruendo un futuro, non devono temere. Questo è il Paese che ha accolto Guglielmo Marconi sposando le sue idee innovative. Ciò che conta è la validità delle idee e regole più ferree renderanno ancora più interessante la competizione. Per il resto i soldi non hanno etichettatura di Stati e se c’è la fiducia continueranno a circolare come dimostrano gli ultimi investimenti”.

Nelle ultime settimane, ad esempio, Darktrace, una startup che si occupa di cyber security, fondata a Cambridge nel 2013, ha ricevuto 65 milioni di finanziamenti da una cordata di investitori tra i quali anche il fondo di private equity statunitense, KKR, raggiungendo una valutazione di più di 400 milioni di dollari. Festicket, il sito per prenotare festival musicali, ha ottenuto 6,3 milioni di sterline di finanziamento subito dopo il referendum e What3words, un’altra startup che offre un’alternativa ai codici postali, ha racimolato nelle ultime settimane 8,5 milioni di sterline da alcuni investitori, tra i quali anche Intel Capital.

La Brexit, quindi, non sembra minacciare la posizione di rilievo di Londra tra i poli tecnologici internazionali, piuttosto in futuro la City dovrà far più attenzione ad altri fattori, come ad esempio il costo della vita elevato. “Già prima del 23 giugno abbiamo visto emergere altre città della Gran Bretagna o della stessa Europa – aggiunge Simonelli Santi – come competitor diretti di Londra. Sebbene Londra mantenga una predominanza per i servizi finanziari, già da tempo stiamo assistendo all’avanzare di altre zone del Midwest, della Scozia e del Galles, diventate sempre più attrattive dal punto di vista culturale e imprenditoriale. Molti studenti italiani studiano a Warwick, Manchester, Liverpool, Birmingham, Edimburgo, perché Londra è molto costosa. Quando parliamo di startup non dobbiamo pensare soltanto al fintech e digitale, il Regno Unito è anche uno dei poli più importanti per le biotecnologie e le energie rinnovabili e queste imprese si trovano in maniera diffusa sul tutto il territorio. Gli immigrati hanno sempre contribuito a far fiorire queste realtà ed è nell’interesse di tutti di continuare ad attrarre le eccellenze mondiali. Brexit ci apre un periodo interessantissimo che va visto nel lungo periodo – conclude il presidente Simonelli Santi -. Bisogna affrontarlo con coraggio, serenità e cercando di trovare soluzioni che possano addirittura migliorare la situazione precedente”.

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