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Eccellenze

Biotech Italia, è il momento di una strategia nazionale

26 Set 2016

«Startup come Genextra, Genenta Science o MolMed hanno dato un contributo importante alla creazione di valore», dice Valerio De Molli, Managing Partner di The European House-Ambrosetti. Che in occasione del Technology Forum Life Sciences ha chiesto al governo una linea sulla ricerca e una governance più efficace

Il settore delle Life Sciences, le Scienze della Vita, è in crescita in Italia, ma resta ancora molto indietro rispetto ad altre realtà internazionali: alcuni strumenti ci sono già o stanno arrivando (incentivi, sgravi fiscali, progetti in grado di attrarre capitali e investitori), ma per uscire da una dimensione ancora troppo ristretta serve una strategia nazionale dell’innovazione e della ricerca che abbia una governance efficace e centralizzata. Perché l’innovazione è fondamentale anche per creare nuove imprese, come hanno dimostrato egregiamente alcune startup o giovani società del biotech quali come Genextra, Genenta Science o MolMed. È quanto emerso dalla seconda edizione del Technology Forum Life Sciences (lunedì 26 settembre a Milano)


Il Forum, sul tema “La Sfida del Biotech Italiano: Rimuovere gli Ostacoli e Valorizzare le Eccellenze“, punta a contribuire a promuovere lo sviluppo di un ecosistema dell’innovazione nel settore Life Sciences in Italia. Realizzato da The European House – Ambrosetti in collaborazione con Assobiotec, Associazione nazionale per lo sviluppo delle biotecnologie, e Alisei, Cluster Tecnologico Nazionale Scienze della Vita, l’evento ha visto riuniti un selezionato gruppo di imprenditori e dirigenti di aziende del comparto, autorevoli rappresentanti del mondo della ricerca, della finanza e delle istituzioni e personalità del settore provenienti da tutto il mondo.

“Ci sono luci e ombre nel Life Science italiano” ha esordito Valerio De Molli, Managing Partner di The European House – Ambrosetti. Le note positive: il nostro Paese è ottavo al mondo per citazioni scientifiche, abbiamo il più alto tasso di pubblicazioni per ricercatore (1,3 milioni all’anno) e abbiamo diversi progetti finanziati dall’ European Research Council (ERC), organismo europeo che finanzia la ricerca di frontiera in Europa. Per quanto riguarda in particolare il bio-tech, è un settore che investe 30 volte di più in Ricerca e Sviluppo (R&D) di altri settori tradizionali ed è anti-ciclico, cioè non risente particolarmente delle crisi economiche. Un terzo degli occupati nel comparto, circa 10mila persone, sono ricercatori. D’altro lato ci sono i dati meno positivi. E non sono pochi, né di poco rilievo. La nostra spesa in R&D è pari a 21 miliardi di euro all’anno, pari a quella di una regione della Germania, la Renania settentrionale-Westfalia. Una spesa (quella italiana) che non supera l’1,3% del Pil (prodotto interno lordo), mentre l’obiettivo europeo è il 3%. I talenti fuggono dall’Italia e non rientrano. Si pubblica moltissimo sulle riviste scientifiche ma si brevetta molto poco, 6 volte meno della Germania. Dei 3976 brevetti depositati, un terzo sono in Lombardia. I ricercatori italiani sono ancora pochi e in Europa il Paese ha la maglia nera dell’attrattività, cioè non è sufficientemente in grado di attirare capitali esteri.

Eppure l’innovazione e la ricerca sono fondamentali per lo sviluppo di un Paese. “Il biotech in particolare –

dice Valerio De Molli – è importante per favorire la nascita di nuove imprese. Startup e società come Genextra, Genenta Science o MolMed hanno dato un contributo molto importante alla creazione di valore. Una collaborazione come quella recente tra Genenta Science e il big statunitense Amgen sono l’esempio concreto di come la grande impresa può realizzare accordi con startup per sviluppare soluzioni al’avanguardia”.

Ad oggi il mondo della ricerca e dell’innovazione può contare su una serie di norme e provvedimenti adottati negli ultimi anni o pronti per essere adottati che dovrebbero garantirle un input all’espansione. Nel provvedimento sull’Industria 4.0 appena annunciato è previsto un incremento di 11,3 miliardi di spesa privata in ricerca, sviluppo e innovazione e un “iperammortamento al 250% per i beni legati all’industria 4.0”, del quale potranno avvalersi anche le aziende del bio-tech. Negli ultimi anni sono state realizzate riforme e azioni fiscali quali incentivi fiscali per il rientro dei cervelli in fuga, credito d’imposta al 25% per investimenti incrementali in R&D, Patent Box (sgravio fiscale sui rediti derivanti da marchi e brevetti), agevolazioni fiscali a favore di startup e pmi innovative, riforma dell’equity crowdfunding.

Insomma, qualcosa si muove e si sta muovendo. Ma serve di più. Valerio De Molli chiede di “definire una governance efficace, certa e centralizzata” che consenta al settore di avere un unico interlocutore ben definito, “una strategia nazionale dell’innovazione e della ricerca” e sottolinea l’esigenza di focalizzare l’attenzione su tre ambiti cruciali per la competitività: trasferimento tecnologico, cultura dell’imprenditorialità e attrazione di investimenti. L’Agenzia Nazionale Ricerca è”fondamentale per lo sviluppo dell’ecosistema”. Infine “è prioritario aumentare il budget di R&S perché il Life Science italiano possa equipararsi a quello della Francia, della Germania e della Gran Bretagna. Per farlo – chiude De Molli – servono 17 miliardi all’anno in più: 4,5 nel 2017, 5,5 nel 2018 e 7 nel 2019”.

Investimenti che serviranno anche per un grande progetto in grado di valorizzare la ricerca italiana: lo Human Technopole, annunciato dal governo, che vedrà la luce all’interno dell’ex area Expo. Uno Steering Committee formato da esponenti delle Università milanesi Statale, Bicocca e Politecnico ha incaricato alcuni colleghi di delinearne i contenuti scientifici. Tra questi il professor Giuseppe Pellicci, Research Director dello IEO (European Institute of Oncology), che ha spiegato: “Nell’ex area Expo ci sarà un’infrastruttura di ricerca su malattie umane con quattro divisioni distribuire in 7 centri: genomica e food science, big data, tecnologia avanzata, scienze socio-economiche. La sua missione sarà fare ricerca, attività cliniche e technology tranfer. Si parla – ha concluso – di 150 milioni all’anno di euro di finanziamento per Human Technopole: una cifra consistente ma di gran lunga insufficiente”.

Gli esempi da seguire – o almeno due degli esempi più significativi a livello internazionale di partnership vincenti tra pubblico e privato – sono quello di Codiak Bioscience, dell’area Boston-città di Cambridge negli Usa, e della Israel Innovation Authority. Quest’ultima, illustrata da Ora Dar, è un esempio interessante di sostegno governativo all’innovazione: il governo eroga a realtà universitarie innovative finanziamenti quasi a fondo perduto (li chiederà indietro solo se la startup che ne deriverà avrà successo). In questo modo ha erogato diverse centinaia di milioni di euro di finanziamenti e contribuito a creare centinaia di startup. “Il ruolo del governo – spiega Ora Dar – è far leva sull’imprenditorialità e sull’innovazione, perché fa parte della cultura del nostro Paese. Per questo favoriamo la crescita delle startup”. Altra esperienza internazionale dalla quale trarre ispirazione è quella dell’Imperial Innovations Group britannico.

Tornando allo scenario italiano, Guido Guidi, capo della Pharma Region Europe di Novartis, ha sottolineato l’importanza di coltivare l’imprenditorialità giovanile, ricordando il progetto Bioupper, contest per cercare idee innovative tra i giovani organizzato dalla multinazionale farmaceutica. Ed ha anche accennato a un altro tema caldo per il bio-tech, ovvero la candidatura di Milano a sede dell’Ema, Agenzia europea del Farmaco. “Serve credibilità, una governance chiara, una strategia a lungo termine e un rapporto win-win tra pubblico e privato”.

Riccardo Palmisano, presidente di Assobiotec, ha sottolineato: “Non si tratta di investirre da zero nelle cose, occorre prenderle e fare sistema. L’esecuzione non è meno importante della strategia”. Sul fronte del venture capital per startup del bio-tech, Graziano Seghezzi, partner di Sofinnova, ha rimarcato la mancanza di specialisti in questo settore. Settore che invece è ricco di potenzialità, sia per gli startupper sia per gli investitori.

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