Perché Gorillas lascia l'Italia

IL CASO

Gorillas lascia l’Italia perchè la velocità non serve senza sostenibilità economica



Gorillas lascia l’Italia perché è cambiato il clima nei mercati finanziari e gli investitori ora guardano ai risultati economici. Potrebbe uscire anche Getir ma il mercato delle consegne a domicilio non è certo finito. Come dimostra l’italiana Macai

di Giovanni Iozzia

05 Lug 2022


Gorillas chiude in Italia e la notizia giustamente colpisce: perché coinvolge oltre 500 lavoratori, perché l’ingresso in Italia è stato accompagnato con tanto di fanfare e perché la ritirata gratifica le cassandre sempre pronte a interpretare i fatti come presagi di sciagure. La fine delle startup, l’inverno del venture capital, la crisi del delivery. Ma la realtà è sempre più complessa di come si tende a rappresentarla. C’è una congiuntura economica globale e la crisi di un modello di delivery estremo, tanto è vero che secondo alcuni rumor anche Getir, startup turca concorrente di Gorillas, starebbe cercando una soluzione per uscire dal mercato South-Europe.

Gorillas in crisi per eccesso di velocità

Certamente il ridimensionamento di Gorillas ci dice che la velocità non è nulla senza il profitto, almeno non lo è più nel mondo dopo la pandemia e una guerra in Europa. Lo sta scoprendo sulla sua pelle Kagan Sumer, founder e CEO di Gorillas, che sul collo si è fatto tatuare l’animale a cui si è ispirato per battezzare la startup fondata a Berlino appena due anni fa: è nata per portare la spesa a casa in 10 minuti, è stata la startup a diventare più velocemente un unicorno, è passata da Berlino a nove mercati, da 400 a 1500 dipendenti in venti mesi,. Troppa velocità…

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La ritirata dall’Italia non è una sorpresa

Che Gorillas lasci l’Italia non è una sorpresa. Da qualche mese si parlava della necessità di ridurre i costi, magari rinunciando a qualche mercato meno interessante, e qualche settimana fa sono cominciati pesanti ridimensionamenti nell’headquarter di Berlino dove ancora a febbraio si lavorava a un nuovo round da 700 milioni dopo quello da 1 miliardo del’autunno 2021.

Poi Putin ha scombinato ogni budget decidendo di aggredire l’Ucraina e mettendo in fibrillazione i mercati di tutto il mondo. Per l’universo startup, scaleup e unicorni è stata come una doccia gelata che ha spento eccitanti piani finanziari basati su valutazioni audaci e round di finanziamento ogni sei, massimo 12 mesi. Basti pensare al prosciugamento della valutazione di Klarna, che è privata ma in pochi giorni ha perso tre quarti del suo valore. Una bolla? No, semplicemente una sopravvalutazione della top line rispetto alla bottom line, l’ultima riga del bilancio, che sta portando a una correzione molto più dolorosa lì dove i mercati erano più ricchi e generosi.

Perché Gorillas ha deciso di lasciare l’Italia fra i nove mercati in cui è presente? La risposta è probabilmente nella combinazione di diversi fattori che hanno portato a questa decisione. Dovendo tagliare i costi e dimostrare agli investitori la voglia e la capacità di “darsi una regolata”, si lascia il mercato in cui si lavora da poco e un’area, il Sud Europa, a torto o a ragione ritenuta tra le meno sviluppate dal punto di vista digitale e la meno propensa quindi a usare servizi online. C’è poi da aggiungere che Gorillas non si attende di poter ricevere investimenti da operatori italiani. Certo non avrebbe mai abbandonato Londra o Madrid.

La sfida difficile del quick commerce

In questo contesto si rivela anche la debolezza di un modello di business: il quick commerce (qui trovi un approfondimento sul nuovo modello di delivery) basato su reti di dark store e la consegna a domicilio in pochi minuti. Gorillas è nata sulla scia del successo di Delivery Hero, fondata nel 2011, che in Borsa ha visto crollare il titolo dagli oltre 80 euro di febbraio ai 35 di inizio luglio, con una capitalizzazione però di quasi 9 miliardi. E ha rilanciato puntando tutto sulla velocità delle consegne di generi alimentari in un momento in cui il grocery sembrava la nuova terra promessa.

Ma riuscire a consegnare in meno di 15′ qualsiasi cosa con un margine accettabile è soprattutto una sfida logistica assai capital intensive che si può affrontare quando di capitali ce ne sono in abbondanza, appunto. È quindi una promessa pericolosa e, probabilmente, dedicata solo a target metropolitani diciamo così poco organizzati e dalla vita movimentata. Una promessa poco allettante con il ritorno ai negozi, soprattutto se l’offerta non è ampia.

Macai
Macai

L’anti-Gorillas italiano che non fa quick commerce

A Giovanni Cavallo, founder di Macai, non piace l’espressione quick commerce anche se la sua impresa all’inizio è stata  subito presentata come il competitor italiano di Gorillas. “Ma proprio sin dall’inizio abbiamo interpretato in modo diverso il q-commerce, senza esasperare l’aspetto della velocità ma quello del servizio e dell’ampiezza dell’offerta”. Cosa significa? Avere quattro volte le referenze della media del segmento. “A regime arriveremo a 7500 referenze, come un supermercato di taglia media”, il modello che il progetto intende portar online.

Il clima è cambiato, ammette Cavallo, ma Macai da gennaio continua a crescere del 10% ogni settimana, è presente in cinque città e punta al raddoppio per fine 2022, ha un team di 60 persone destinato a crescere in base alle esigenze del prossimo round, previsto nel secondo semestre. Macai ha raccolto 3 milioni prima di andare sul mercato, ottobre 2021, e quest’anno conta di chiudere un seed a doppia cifra. “La velocità di consegna è importante ma non è tutto, conta anche l’offerta”, insiste Cavallo..” Il nostro obiettivo è diventare un supermercato completo online e non una versione digitale del convenience store dove trovi l’essenziale, quello che in Italia chiamiamo minimarket, ndr.. Il nostro focus è sull’offerta e poi sulla velocità”.

La velocità con cui Gorillas si è ritirata dal mercato italiano, lasciando centinaia di persone senza lavoro da un giorno all’altro. “Noi ci siamo detti interessati a prendere alcune persone che possano portare valore al nostro team”, rivela Cavallo. “L’obiettivo è essere quanto più snelli possibili ma abbiamo un piano di recruiting per i prossimi mesi”.  “La narrativa è cambiata, dentro e fuori”, conclude Cavallo. “Meno crescita e più sostenibilità economica è il mood per la nuova stagione”. E non solo nel delivery.

Giovanni Iozzia

Ho studiato sociologia ma da sempre faccio il giornalista e seguo la tecnologia . Sono stato direttore di Capital, vicedirettore di Chi e condirettore di PanoramaEconomy.