Collaborative mobility, l'equilibrio fra uomo e macchine nella mobilità del futuro secondo e-Novia | Economyup

L'intervista: IVO BONIOLO

Collaborative mobility, l’equilibrio fra uomo e macchine nella mobilità del futuro secondo e-Novia



«Si parla tanto di mobilità multimodale, ma perché non sento mai la parola camminare?». Ivo Boniolo, Chief Operating Officer di e-Novia, spiega che cos’è la “collaborative mobility” e come la sta sviluppando la “fabbrica di imprese” di cui è co-founder. Obiettivo: innovare il trasporto di persone e merci

di Giovanni Iozzia

05 Lug 2021


Ivo Boniolo, Co-Founder e Chief Innovation Officer di e-Novia

Basta una battuta per entrare nella collaborative mobility. «Si parla tanto di mobilità multimodale, di come passare in modo sempre più fluido e semplice da un mezzo all’altro. Ma perché non sento quasi mai la parola camminare? In e-Novia, per esempio, abbiamo creato Wahu, una scarpa in grado di modificare attivamente la forma della propria suola per adattarsi alle diverse conformazioni del terreno e di chi la indossa. Per comunicare con chi la indossa. Per reagire alle sue necessità. Abbiamo creato, in sostanza, un wearable per la mobilità integrata».

Le parole di Ivo Boniolo pongono la questione dell’equilibrio fra uomini e macchine nella mobilità del futuro: «Dobbiamo creare le condizioni per avere una mobilità in cui la persona resti al centro». È il concetto di Collaborative Mobility che guida le strategie di e-Novia, la società di cui Boniolo è co-Founder e Chief Operating Officer.

e-Novia è la Fabbrica di Imprese (Enterprises Factory) che ha al suo attivo 31 progetti imprenditoriali, 24 dei quali sono imprese attive e operanti sul mercato. Tra queste, diverse sono nate proprio con l’obiettivo di innovare il trasporto di persone e merci con la visione della collaborative mobility.

Abbiamo incontrato Ivo Boniolo per chiedergli quali sono le tendenze nel mondo della mobilità, che sta attraversando una fase di grandi cambiamenti, determinati in gran parte dall’impatto delle tecnologie digitali nonostante la pausa forzata dell’emergenza sanitaria.

Ivo, cominciamo subito chiarendo che cos’è la Collaborative Mobility.

«Muoversi è un bisogno primario delle persone. Il compito della tecnologia è quello di aiutarci a farlo in modo semplice, sicuro ed efficiente. Dobbiamo quindi lavorare allo sviluppo di soluzioni in cui la persona resti protagonista, della collaborative mobility. La mobilità smart, a partire da elettrico e ibrido, è in continua crescita anche attraverso incentivi di sistema (e ci attendono ancora tante evoluzioni). Il nostro obiettivo è quello di creare sistemi intelligenti che comprendano meccanica, meccatronica e Intelligenza Artificiale. E di sviluppare soluzioni concrete che integrino questo mix in applicazioni specifiche».

Da cosa nasce questo concetto di Collaborative Mobility?

«Vi è una profonda trasformazione in corso nel mondo della mobilità. Da una parte, però, c’è il rischio che questa si trasformi in una corsa al ribasso, trasformando il trasporto di persone e merci in una commodity con una competizione basata esclusivamente sul prezzo. Un problema che, ad esempio, è evidente già nei servizi di consegna a domicilio, nella food delivery. La strada alternativa è invece quella di lavorare sulla qualità del servizio, proponendo soluzioni tecnologiche di supporto alla persona nella forma di Mobility as a Service».

Quali sono le aree di attività di e-Novia per la mobility?

«In e-Novia, siamo stati tra i primi a cogliere una tendenza: la crescita e lo sviluppo dei veicoli leggeri che recuperano terreno rispetto alle auto. Nella strategia generale del Gruppo ci muoviamo nel solco di tre traiettorie: il veicolo leggero, il veicolo robotizzato autonomo, il servizio di qualità. Sono tre direttrici che si declinano e si intrecciano nei progetti che sviluppiamo».

Vediamo qualche esempio di mobilità leggera a due ruote?

«Yape è un drone autonomo di terra creato per offrire servizi di last mile e low-contact delivery in spazi aperti o chiusi. È dotato di due ruote auto-bilanciate che gli consentono di muoversi con agilità e di un sistema di Intelligenza Artificiale attraverso cui interagisce con gli elementi dell’ambiente circostante, dai semafori agli ascensori intelligenti. Elaborando una mappa dettagliata degli spazi in cui opera, il drone pianifica il percorso più efficiente per giungere a destinazione. È inoltre in grado di evitare gli ostacoli nel suo percorso grazie a un sistema di visione tridimensionale.

Yape si inserisce in un trend che rivoluziona il mondo della mobilità delle merci, ponendosi come alternativa sostenibile ai furgoni, che oggi muovono dalle tre alle cinque tonnellate all’interno dei centri storici. Solo a Milano si parla di undicimila veicoli al giorno, al 60% vuoti, che determinano il 27% dell’inquinamento da traffico in città.

Tra le nostre tecnologie per le due ruote troviamo anche Measy, una e-cargo bike ultraleggera dotata di tecnologie brevettate che garantiscono la stabilità del carico e il controllo della temperatura degli alimenti al suo interno».

Prima parlavi di Imprese che offrono un servizio di qualità. Mi fai un esempio?

«Proprio attraverso Measy, abbiamo introdotto il primo servizio di consegna a domicilio di quartiere e di alta qualità: Measy Delivery si compone di una piattaforma con la quale le botteghe del Mercato milanese di Morsenchio (e presto anche di altri mercati comunali) possono consegnare i propri prodotti a domicilio nel quartiere. Le consegne sono effettuate esclusivamente da rider professionisti, a bordo dei veicoli Measy. L’elemento unico del servizio? La possibilità di fruire, anche online, dell’esperienza di acquisto sotto casa, tramite l’accesso a più punti di vendita con un solo scontrino e con un’unica consegna garantita dal marketplace di quartiere. Proprio come al mercato, ma con tutte le potenzialità offerte dal digitale.

E poi c’è Y.Share, che offre servizi di condivisione alle aziende proprietarie di flotte di veicoli. L’Impresa ha sviluppato un device che, installato a bordo di un mezzo, permette di crearne il digital twin, il gemello digitale. Non solo, ha messo a punto un locker modulare che sfrutta l’Internet of Things per abilitare la condivisione e la prenotazione dei veicoli. L’ampio range di servizi offerti da Y.Share ha permesso all’Impresa di approcciare una serie di ambiti di business molto diversificata: dal trasporto pubblico ai servizi per la pulizia delle strade, passando per le multi-utility. Sono diversi i player di settore che hanno affidato a Y.Share la gestione delle attività legate alle proprie flotte: da AMSA al Gruppo energetico altoatesino Alperia».

Parliamo infine della terza traiettoria: la guida autonoma.

«Spostando il focus sul mercato dell’autonomous driving, e-Shock è l’Impresa che offre le migliori soluzioni meccatroniche per il controllo delle prestazioni del veicolo, per la sua sicurezza e per la sua robotizzazione. Uno dei prodotti di e-Shock è Rob.Y: basato sul sistema proprietario di sensoristica e algoritmi Dynamic Cortex”, si tratta del primo telaio digitale a offrire, in modalità “ready to market”, la migliore esperienza possibile con i più alti standard richiesti di guida autonoma. Il sistema è in grado di integrare tutte le componenti meccaniche governate dall’elettronica digitale: i freni, lo sterzo, gli ammortizzatori, il motore e qualsiasi altro dispositivo a controllo meccanico su un veicolo. Si rivolge proprio a quei clienti che da soli non hanno ancora raggiunto un elevato grado di sviluppo dei sistemi di autonomous driving: dagli operatori logistici ai servizi di pulizia delle strade».

La tecnologia c’è, insomma. Che cosa manca ancora per la diffusione di una Collaborative Mobility?

«Il primo ostacolo è di tipo culturale, cioè legato all’accettazione sociale delle tecnologie. Poi c’è il tema infrastrutturale. Sul primo punto le cose stanno cambiando: rispetto alla generazione dei Baby Boomer i nativi digitali sono più abituati a sistemi complessi che funzionano in modo integrato. È così che già funzionano i microcosmi integrati creati da Google o da Apple e questo vale anche per gli spostamenti. Le nuove generazioni sono pronte a recepire i benefici di una mobilità leggera, a muoversi in maniera agile, a vivere la città in maniera diversa. Il mezzo che ci rappresenta è cambiato: non contano la dimensione ma la ricercatezza, l’unicità, la sostenibilità».

Qualcosa si sta cominciando a fare anche sul fronte infrastrutturale.

«Certo, i semafori intelligenti non bastano, non è solo questione connettività. L’Internet of Things è solo un canale di comunicazione che non può funzionare senza un quadro di riferimento per la gestione dei dati che genera. Serve una concertazione di responsabilità per capire non solo chi registra i dati, ma anche quali dati possono essere considerati imparziali in caso di eventi negativi».

Puoi farci un esempio per capire meglio?

«Pensiamo a Yape. Se mentre attraversa la strada un’auto lo investe di chi è la responsabilità? E quali dati sono più attendibili per individuare tale responsabilità? Quelli che ha registrato Yape o quelli dell’auto? Le infrastrutture e la connettività fra oggetti e persone, il cosiddetto Internet of Everything, non sono sufficienti se manca una condivisione delle regole. È necessario definire un soggetto affidabile, che dia la linea».

Chiaro. Questo ci porta alla necessità di nuovi quadri normativi. A che punto siamo?

«Non è un percorso semplice. Deve essere però chiaro che se non c’è collaborazione fra i diversi operatori sul mercato, pubblici e privati, non può esserci mobilità collaborativa. E questo è l’altro livello sui cui insiste la nostra visione. In un mondo ideale tutti dovrebbero condividere i loro dati, senza alcun tipo di filtro. Ma questo va contro qualsiasi logica di mercato».

Come se ne esce?

«Al di là del livello tecnologico, dove possiamo prevedere un’evoluzione verso la blockchain, idealmente dovrebbe esserci una normativa sovranazionale ma è poco probabile che sarà così, almeno nel medio termine. Da una parte, ad oggi non esiste un’autorità europea dedicata, dall’altra ciascuno degli attori, dagli enti locali alle aziende, cercherà di trattenere per sé una quota di valore. È più probabile quindi che nasceranno ecosistemi locali, fino a quando qualcuno raggiungerà una massa critica tale da poter andare oltre i confini del proprio territorio».

Quale ruolo potrebbero avere le Big Tech in questo scenario?

«Beh, se Apple decidesse di farsi il suo veicolo, come del resto si vocifera a fasi alterne da tempo, potrebbe usare il suo ecosistema, a partire dall’iPhone, e quindi le sue regole. Hanno già una massa critica per fare questo tipo di attività. Ci sono diversi interessi che si stanno muovendo in questo momento e non è ancora definito il risultato del loro confronto».

Torniamo all’oggi. Dopo Cremona, Milano e Fukushima in Giappone, Yape è in fase di test anche a Stoccolma: un droide che consegna i piatti di Foodora in partnership con Tele2. Yape è stato inserito dal World Economic Forum fra i “groundbreaking bot”, i robot rivoluzionari. Qual è il valore che esprime per la delivery un veicolo autonomo come questo?

«Stiamo spingendo per aumentare la flotta in test a Milano per andare verso una regolamentazione informata. Nel mercato del retail che si digitalizza, la consegna di qualità diventa un elemento importate nella value chain del prodotto. Come abbiamo ormai capito durante l’emergenza sanitaria, in molti casi è l’unico momento di contatto tra il venditore e il cliente. Il mezzo di consegna, quindi, diventa un pezzo dell’identità del prodotto venduto e questo è ancora più importante per i beni di alto livello. Quindi la delivery sarà sempre di più un momento di customer relation (lo stiamo vedendo anche con Measy) che caratterizzerà un’esperienza di acquisto di prodotti alimentari di qualità».

Ci sono altri progetti nella pipeline di e-Novia dedicata alla mobility?

«Stiamo studiando il mondo dei monopattini, per renderli più sicuri di quanto non siano oggi. Vediamo una finestra di opportunità importante. C’è un’Impresa della nostra Factory, Blubrake, che ha sviluppato un sistema di ABS per le e-bike. Potrebbe essere una soluzione applicabile anche ai monopattini».

 

Giovanni Iozzia

Ho studiato sociologia ma da sempre faccio il giornalista e seguo la tecnologia . Sono stato direttore di Capital, vicedirettore di Chi e condirettore di PanoramaEconomy.