Barcellona smart city, parla l’italiana che guida la trasformazione digitale della città secessionista

Francesca Bria , Chief Innovation Officer della metropoli catalana, racconta la strategia per rendere la città sempre più intelligente. “Ci siamo permessi il lusso di ribaltare vecchi paradigmi. Non partiamo dalle tecnologie ma dai bisogni dei cittadini”. E spiega perché non torna in Italia

Pubblicato il 05 Ott 2017

Francesca Bria, presidente di CDP Venture Capital

Barcellona è sotto le luci dei riflettori per il referendum sulla secessione da Madrid, ma- non tutti lo sanno – è anche una città all’avanguardia tra le smart city in Europa. E questo grazie anche a una donna, italiana per di più: Francesca Bria, Chief Technology and Innovation Officer della Città di Barcellona. “Stiamo vivendo un momento di grande tensione – dice parlando a margine dell’EY Capri Digital Summit nell’ambito del panel Città- Piattaforme urbane per lo sviluppo – e di emergenza istituzionale: il Comune si è mobilitato per assistere i  feriti, la nostra sindaca ha offerto assistenza legale gratuita a tutti quelli che hanno subito abusi. Famiglie e persone erano lì pacificamente per votare:  pensiamo che il diritto al voto debba essere garantito per tutti. Ora stiamo chiedendo un tavolo di dialogo, possibilmente con una mediazione internazionale. Al momento, però, la situazione è molto incerta e tesa”.

Francesca è arrivata a Barcellona partendo da Roma, sua città natale, e spostandosi per l’Europa. Era nel Regno Unito, dove lavorava presso l’Agenzia per l’innovazione del governo britannico, quando è stata chiamata dalla giovane sindaca di Barcellona Ada Colau, ex attivista anti-sfratti candidata (anche) di Podemos. Un cervello italiano “in fuga” che ha trovato in Spagna l’ambiente ideale per costruire una città davvero smart.

 Come?

Sono stata chiamata dalla sindaca di Barcellona lo scorso giugno per ricoprire un ruolo nuovo nella gestione della strategia digitale della città.  Oltre che donna, cosa non frequente in questo settore, sono l’unica straniera nel governo catalano. Questo dimostra apertura e volontà di sperimentare. Il mio ruolo è stato ripensare la smart city partendo dal basso, dalle necessità dei cittadini. Scoprire le sfide che deve affrontare la città di Barcellona: mobilità sostenibile, diritto alla casa, transizione energetica, creazione di nuove politiche come il superblock, un provvedimento molto dibattuto che prevede la chiusura di alcuni spazi urbani al traffico per garantire più spazi verdi e per i cittadini, le  politiche sul cambiamento climatico e sulla qualità dell’aria.. Quindi ripensare la città a livello più democratico di sostenibilità.  Prima la strategia era di tecnology push: si pensava a connettività, sensoristica e solo dopo ci si chiedeva quali problemi si possono risolvere con la tecnologia. Noi abbiamo ribaltato il paradigma, siamo partiti dai bisogni dei cittadini, per poi chiederci che tipo di tecnologie servono e soprattutto come devono essere governate.

Quali strategie avete messo in pratica?

Abbiamo co-creato un piano con i cittadini composto da 3 assi principali. Il primo è l’asse della trasformazione digitale, che prevede l’uso della tecnologia per rendere più trasparente e accessibile la pubblica amministrazione dando sovranità ai cittadini. Molti dei dati che collezioniamo sono anche personali e appartengono ai cittadini, vogliamo che sappiano cosa succede ai loro dati. Il secondo asse è  la creazione di un ecosistema di startup e innovatori dal basso per capire il futuro dell’Industria 4.0, della robotica, delle piattaforme digitali, che non devono essere solo predatorie, alla Uber o alla AirBnb, ma garantire le regole. Noi dobbiamo fare in modo che non ci sia monopolio ma che le imprese locali possano entrare nel mercato e accedere ai dati. L’ultimo asse è l’empowerment dei cittadini: prevede anche un ripensamento sul futuro del lavoro, che cambierà con la robotica e altre tecnologie, e sull’educazione, che è fondamentale per una città e un Paese.

Cosa state facendo nel settore educativo?

Abbiamo creato una serie di FabLab pubblici, laboratori dove si protipano le nuove tecnologie, e li stiamo connettendo con le scuole per pensare al futuro dell’educazione. Per quanto riguarda le competenze, non lavoriamo solo sulla parte tecnologica ma anche sull’arte. Non solo sullo Stem (competenze scientifico-matematiche) ma anche sullo Stam, dove “a” sta per arte. Anche per colmare il gender gap che vuole le ragazze più indietro rispetto ai maschi nelle materie scientifiche e tecnologiche.

Come avete ingaggiato i cittadini?

Bisogna contestualizzare l’amministrazione di Barcellona: la sindaca viene da un movimento cittadino, è stata eletta dal basso come nuova sperimentazione di fare politica, quindi la democrazia partecipativa è nel Dna di tutto quello che facciamo. Abbiamo creato un dipartimento sulla partecipazione democratica che ha un elemento digitale, la piattaforma Barcelona Decidim, che è open source (tra l’altro molte città in Italia la stanno riutilizzando). Ma noi consideriamo online e offline in maniera assolutamente integrata. La democrazia digitale non è solo un click o un voto online: il digitale serve per potenziare la partecipazione dei cittadini, che avviene in assemblee di quartiere, consultazioni, processi che vengono codificati dal questo dipartimento che si occupa della partecipazione cittadina in tutti gli ambiti del Comune.  La politica del governo di solito viene vista dai cittadini come un esercizio burocratico, noi l’abbiamo aperta alla cittadinanza e abbiamo integrato le proposte che venivano dai cittadini, sempre tra offline e online, con le azioni di governo. Il 60% delle loro proposte sono diventate azioni nella gestione del bilancio, sulle questioni relative ai quartieri ecc. ecc. Per noi la partecipazione della cittadinanza è vitale.

Il filosofo Luciano Floridi sostiene che siamo in un’infosfera all’interno della quale sono scomparsi i confini tra offline e online. Barcellona è l’applicazione pratica della teoria filosofica?

Direi proprio di sì. Per noi il digitale è assolutamente integrato con il territorio. Vogliamo vederlo così, perché altrimenti si crea una dicotomia e si pensa che la democrazia digitale sia solo scrivere un post o fare un click. Per noi questo è il presente ma anche il futuro del fare politica. Io credo che tutti, prima o poi, si debbano confrontare con questa modalità.

La digitalizzazione è questione di età?

Il digitale favorisce un’integrazione più ampia e più facile, soprattutto per le nuove generazioni ma non solo: dalla nostra piattaforma, se si va a vedere l’analisi dei dati, non arriviamo solo ai giovani più alfabetizzati digitalmente, ma abbiamo persone di ogni età che, magari con applicazioni semplificate, possono accedere a tutta una serie di servizi. Chi non può andare a un’assemblea o non ha tempo per seguire determinati incontri o non fa parte di collettivi, ha un’opportunità in più. Poi noi eseguiamo l’analisi dei dati, che sono a disposizione dei cittadini proprio per capire quali sono le questioni sulle quali si esprimono. Cerchiamo anche di fornire una parte educativa.

Come è riuscita a “sedurre” la Spagna?

E’ una storia bella. La sindaca Colau aveva bisogno di una persona che ripensasse la smart city. Io avevo un’esperienza a Nesta, agenzia per l’innovazione del Regno Unito, che prima era del governo inglese e ora è un’agenzia indipendente. Con la Commissione europea avevo lavorato sul tema smart city, elaborando vari programmi su questi temi. A Barcellona hanno apprezzato il mio lavoro, hanno esaminato il mio curriculum e mi hanno chiamato.

Un cervello in fuga?

Molti come me hanno fatto questi percorsi. L’Europa è piena di giovani italiani o di altri Paesi che hanno fatto carriera uscendo dal proprio territorio. In realtà noi vorremmo tornare ad occuparci del digitale nei nostri Paesi d’origine, però molto spesso si trovano grandi ostacoli. Così uno sceglie di stare in un posto dove si possono fare le cose.

In Italia quale città vorrebbe rendere smart?

In realtà ho preso contatti con molte delle mie colleghe, tra cui le assessore di Milano, Torino, Roma, rispettivamente Roberta Cocco, Paola Pisano e Flavia Marzano, per mettere in rete queste pratiche.

Tutte donne, in effetti.

Si dice però che, quando non ci sono soldi, si da l’incarico a una donna. Io credo che ci sia molto da lavorare per rendere le donne maggiormente protagoniste della rivoluzione digitale. Con le colleghe stiamo lavorando sulla politica dei dati. Qualcosa riusciamo a fare anche da fuori Italia. Però io penso che la Spagna sia più avanzata sui temi della digitalizzazione per la smart city. L’Italia deve mettersi in rete. Barcellona ha avuto una grande voglia di sperimentare, ha iniziato questi progetti molto tempo fa e si è permessa il lusso di ripensare la smart city.

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Luciana Maci
Luciana Maci

Giornalista professionista dal 1999, scrivo di innovazione, economia digitale, digital transformation e di come sta cambiando il mondo con le nuove tecnologie. Sono dal 2013 in Digital360 Group, prima in CorCom, poi in EconomyUp. In passato ho partecipato al primo esperimento di giornalismo collaborativo online in Italia (Misna).

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