Luciano Floridi: "Io, filosofo, vi spiego gli effetti della digital transformation sul mondo delle imprese" | Economyup
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L'INTERVISTA

Luciano Floridi: “Io, filosofo, vi spiego gli effetti della digital transformation sul mondo delle imprese”

di Luciana Maci

02 Ott 2017

Una delle voci più autorevoli della filosofia contemporanea, docente a Oxford, tiene un keynote speech all’EY Digital Summit di Capri. Il digitale “scolla” e incolla pezzi della cultura moderna, dice. E cambia le prospettive di interi settori economici. Nella infosfera è fondamentale l’etica, che è collegata all’innovazione

L’innovazione tecnologica è un uragano che ha travolto modelli di business, aziende e lavoratori senza far caso a quanto incontrava nel cammino. È venuto il momento di fermarsi a riflettere su cosa è rimasto dopo questo uragano, cosa è stato distrutto, cosa è sopravvissuto, cosa è stato generato dalla trasformazione: in pratica sulle conseguenze che la digital transformation sta avendo e avrà sulla vita delle persone. È così che il business incontra la filosofia. Una coppia solo in apparenza strana: l’incontro è destinato a essere proficuo soprattutto se chi lo osserva è Luciano Floridi, una delle voci più autorevoli della filosofia contemporanea, professore ordinario di Filosofia ed Etica dell’informazione all’Università di Oxford, dove dirige il Digital Ethics Lab.

L’abbiamo intervistato in vista della sua partecipazione all’EY Digital Summit Capri 2017 (4-6 ottobre), l’annuale vertice che ospita i protagonisti dell’innovazione in Italia e che, non a caso, l’ha voluto come relatore con un suo keynote speech. Floridi ci ha spiegato molte cose. Innanzitutto che l’innovazione è tutta una dialettica tra scollamento e incollamento: la trasformazione digitale ‘scolla’ determinati processi ma poi finisce per re-incollarli in altro modo. Ha poi sottolineato come questo fenomeno stia travolgendo interi settori economici: dal retail, in Italia non ancora al passo con la trasformazione digitale in Italia, alle fabbriche 4.0, dove trionferà l’automazione. Ha sostenuto che la robotica non è da temere, evidenziando però che la sua affermazione sta avvenendo in tempi troppi rapidi. Ha assicurato che alcuni lavori non verranno rimpiazzati dai robot, soprattutto quelli che riguardano l’economia dell’esperienza (formazione, sanità, turismo). Ha messo in guardia sui rischi della perdita della memoria digitale, contro i quali la cybersecurity può essere un’arma importante, ma non l’unica. Ha sottolineato l’importanza della co-innovazione tra aziende di settori diversi. Ha poi spiegato cos’è “La quarta rivoluzione”, che è anche il titolo del suo ultimo saggio edito da Raffaello Cortina (sottotitolo “Come l’infosfera sta trasformando il mondo”). Una conversazione ricca di spunti per innovatori, imprenditori, manager. Perché di esperti di nuove tecnologie c’è sempre più bisogno, ma, in questo scenario di grande trasformazione, serviranno anche i filosofi.

Luciano Floridi

Professor Floridi, che cosa c’entra l’innovazione con l’etica?

L’innovazione è uno sgabello a tre gambe: una gamba sono le grandi invenzioni (per esempio la scoperta della ruota), l’altra le grandi scoperte (la scoperta dell’America) e l’altra ancora il grande design (per esempio quello dell’iPhone). Innovazione è sempre queste tre cose messe insieme. Nella nostra epoca l’innovazione è solo design. Questo perché il digitale ha la straordinaria capacità di ‘scollare’ e incollare buona parte degli elementi che abbiamo ereditato dalla cultura moderna. Mi spiego meglio: da un mondo che era completamente analogico abbiamo ereditato un quadro di riferimento di fenomeni e concetti. Questo quadro è stato scollato e re-incollato in vari modi dal digitale. Prendiamo la localizzazione della presenza: se devo zappare, zappo nell’orticello. Sono lì in quel preciso punto a compiere quella azione. Ma se utilizzo l’online banking per un bonifico, lo posso fare da qualsiasi luogo. Questo ‘scollamento’ della localizzazione è già stato fondamentale per il declino nel numero di filiali delle banche negli Stati Uniti. Legge e territorialità oggi sono scollati, proprietà e uso lo sono ugualmente. In questo contesto, tornando alla mia definizione dell’innovazione, è evidente che la gamba più importante delle tre è il design, perché rappresenta la parte di incollamento e scollamento del digitale. Tanto più ci permette di fare questo – scollare e incollare – tanto più diventa fondamentale. Non è casuale che il design sia fondamentale per l’innovazione del XXI secolo. Fare innovazione significa individuare nuove forme di incollamento o scollamento.

In quali altri settori economici si sta verificando questo fenomeno?

Prima si andava al supermercato, si acquistava una scatola di fagioli e la si porgeva alla cassiera che ne scannerizzava il codice. Oggi, grazie alla digital transformation, in alcuni supermercati le cassiere sono sparite e al loro posto ci sono macchinari che utilizziamo per scannerizzare la scatola di fagioli. Il digitale ha ‘scollato’ il codice a barre dalla cassiera e l’ha incollato a noi, perché siamo noi a fare il lavoro. Un lavoro, a dir la verità, non gradito a tutti. Ma in molti stanno già facendo la spesa online e se la fanno portare a casa: ecco che il digitale ha ‘reincollato’ il processo, riportandolo in capo al supermercato e non a noi. Uber ha ‘scollato’ il servizio taxi dal fatto che ci sia un taxi. Prima si andava in albergo, poi sono arrivate realtà come Airbnb, che hanno ‘scollato’ l’hotel dal suo ospite. La dialettica tra scollare e incollare non si ferma. Certo, bisogna avere la capacità innovativa di vedere dove il digitale permette uno scollamento utile e intelligente in grado di creare profitto per la società.

Uber è stato uno scollamento intelligente?

L’innovazione disruptive da un lato porta stravolgimenti, dall’altro provoca miglioramenti. Apprezzo Uber non tanto per il servizio in sé, quanto perché ha indotto un notevole miglioramento del servizio taxi.

Nel suo nuovo libro “La quarta rivoluzione” lei scrive che viviamo in un’infosfera in cui i confini tra online e offline sono scomparsi. Quale impatto ha questo fenomeno sui mercati economici?

Sicuramente ha un impatto su tutto il settore della vendita al dettaglio. Ad oggi il retail non ha ancora un rapporto costruttivo con il digitale: giocando in rimessa, finirà per perdere. Il supermercato che non ha una sua app è destinato a chiudere in tempi brevissimi. In questo settore i margini sono limitati e la competizione è feroce: il focus non è tanto su che cosa vendo ma sull’esperienza che ha il mio cliente nell’acquistare questo o quell’altro. Tutto si gioca sulla qualità dell’esperienza del customer: se la app è facile da usare, se il cliente la trova subito nello store ecc. ecc. Sono nozioni che il marketing conosce a memoria ma che vanno messe in salsa digitale. In Italia c’è ancora un certo ritardo su questo fronte, forse perché è un Paese frammentato e con realtà diverse tra loro, però ci stiamo arrivando.

L’AVVENTO DEI ROBOT E LE NUOVE COMPETENZE DIGITALI

L’Industria 4.0 prevede una fabbrica totalmente interconnessa e automatizzata. Quali problemi di natura etica sorgeranno nell’utilizzo sempre più diffuso dei robot e come affrontarli?

Certamente la robotica è disruptive. Dobbiamo temere i robot? No. Sono un problema? Sì. Non per la trasformazione che stanno portando, ma per la velocità della trasformazione. Alla lunga l’automatizzazione creerà lavori migliori, diversi, lavori che fino a ieri non si potevano fare, creando dunque ulteriore valore aggiunto. Ma tutto questo sta avvenendo troppo velocemente. La generazione attuale vivrà questa accelerazione sulla propria pelle. La società dovrebbe farsi carico del costo che questa operazione comporterà. Dovrebbe pensare ad ammortizzatori sociali per esempio per chi, a 50 anni, verrà rimpiazzato da un robot. Sulla bontà della trasformazione, tuttavia, non ho dubbi. È dai tempi di Adamo e Eva che l’uomo sogna di non pensare né lavorare. La robotica l’abbiamo cercata e voluta da sempre. Ma la partenza di questo “razzo” dell’innovazione è così rapida che ci sarà molta gente che non troverà più un’occupazione. D’altra parte l’Unione europea prevede che, nel 2020, potrebbero esserci, a seconda degli scenari economici, da 730.000 a oltre 1,3 milioni di posti di lavoro vacanti nell’ICT.

Quindi per lavorare serviranno solo competenze tecnologiche e digitali?

No. Ci sarà sempre più bisogno di tutte quelle occupazioni che fanno parte della cosiddetta economia dell’esperienza, dalla formazione al comparto sanitario fino al turismo. In Gran Bretagna, per esempio, non abbiamo abbastanza insegnanti e infermieri e importiamo decine di migliaia di persone dall’estero per farle lavorare nelle scuole e negli ospedali.

Non crede alla formazione online?

Si preferirà sempre andare in una scuola dove ci sono uomini e donne: chi può si riprenderà l’essere umano. L’economia dell’esperienza, di cui come dicevo fa parte il settore turistico e la produzione di esperienze in generale, è una grande occasione per l’Italia, così ricca di bellezze naturali e artistiche. Sul fronte delle competenze strettamente tecnologiche, invece, ci sarà sempre più bisogno di persone che siano capaci di connettere una tecnologia all’altra tecnologia. Tanto più abbiamo tecnologia nel mondo, tanto più dobbiamo saper collegare le tecnologie.

L’IMPORTANZA DI PROTEGGERE LA MEMORIA DIGITALE

Lei sostiene che la qualità della memoria digitale è un mito e che in realtà ci sono molteplici rischi di perdita di quanto conservato online. La cybersecurity è l’unica risposta o l’approccio è più complesso?

La cybersecurity è una risposta importante, perché si prende cura dei danni provocati alla Rete, a volte voluti, a volte casuali. Ma la sicurezza non è solo quella che garantisce la difesa da operazioni malevoli: è anche quella che interviene perché consapevole che le cose sono fragili e bisogna proteggerle. In questo contesto le persone che curano l’informazione sono quelle maggiormente sotto pressione. Dovrebbero giocare un ruolo cruciale eppure, strano a dirsi, il mondo dell’informazione è in crisi, così come lo è la professione del giornalista. La questione è che, avendo mal compresa la fragilità del digitale, non ci occupiamo delle professioni che fanno curatela, ovvero che si prendono cura del digitale, dall’azienda giornalistica alla biblioteca. Non le valorizziamo perché stiamo sottovalutando la fragilità della Rete. Nell’Unione europea ogni Stato membro ha un delegato per la cura delle informazioni online di quel Paese, che si occupa di registrare quelle informazioni e far sì che non vadano perdute. Fin a poco tempo fa, tutte le nazioni ne avevano uno tranne il Belgio e l’Italia. È il segno che non si è capito il rischio di perdere la memoria digitale: quello di dimenticare il passato e vivere in un eterno presente.

METTERE AL CENTRO L’ALTRO, ANCHE NEL BUSINESS

Cos’è esattamente “La quarta rivoluzione” e quali conseguenze ha sul mondo economico?

La prima rivoluzione è stata quella di Copernico che, con la sua teoria eliocentrica, ha tolto la Terra – e quindi l’essere umano – dal centro dell’universo. Poi Darwin ci ha dimostrato che l’uomo non era nemmeno al centro del regno animale. A quel punto speravamo di essere al centro dello spazio mentale, ma Freud ha smentito questa tesi scoprendo l’inconscio. Sono state tre rivoluzioni di autoconsapevolezza. Ora sta avvenendo una quarta rivoluzione: finora ci eravamo messi instintivamente al centro dello spazio dell’informazione. Pensavamo: ‘Quando si tratta di gestire l’informazione siamo i più bravi del mondo: giochiamo a scacchi, guidiamo l’automobile, ecc. ecc.’. Invece ci sono robot che giocano a scacchi, guidano l’auto per noi, fanno financial trade online molto meglio di noi.  Il digitale ci ha tolto per la quarta volta dal centro del mondo dove ci eravamo collocati.

Non potremmo una volta per tutte rassegnarci al fatto che non siamo così centrali?

Questa è la strada pessimistica: non sono al centro della festa, perciò me ne vado. Ma si può avere un atteggiamento più maturo: il bello della festa è organizzarla. Smettiamola di metterci al centro, l’antropocentrismo non funziona. Ma – dirò un neologismo – l’antro- eccentrismo è interessante. Ovvero mettere al centro l’altro, il paziente nel caso di un ospedale, chi riceve una nozione nel caso di una scuola. Medici, insegnanti, infermieri svolgono professioni allocentriche: il significato del loro operare è chi sta male e chi ha bisogno. Questa è anche l’etica del business: il business è customer centered. L’azienda che si mette al centro è perdente, quella che mette al centro la propria clientela no. La vera mossa finale qui è mettere al centro non l’altro ma la relazione con l’altro. Il matrimonio non è fatto di un lui o una lei, ma della relazione tra loro. Così, anche nel rapporto di partnership di un’azienda con un’altra azienda, al centro è la relazione tra le due. È un mondo molto più maturo. Si è passati dal pensiero meccanicistico, dove conta ogni rondella, a un diverso pensiero dove conta il network e dove tutti i punti sono collegati.

LA BREXIT E IL FUTURO DELL’ITALIA

In un mercato europeo sempre più digitalizzato e interconnesso, la Gran Bretagna ha deciso di restare fuori dall’Unione europea. Una visione miope?

Abbiamo di fronte due scenari. Il primo, il più pessimistico: il sistema britannico andrà a perdere di competitività e di competenze. Chiudendosi nella sua scatola diventerà più povera e troverà più difficile dare lavoro agli altri europei. Ma c’è anche lo scenario più ottimistico: sarà un’enorme perdita di tempo. UK finirà per fare una fotocopia di tutto. Dovrà riprodurre tutte le regole europee che aveva già, per esempio quello che sta facendo con il General Data Protection Regulation, regolamento dell’Unione europea per la protezione dei dati. Risultato: un’enorme quantità di tempo, denaro e risorse spesi per giocare all’indipendenza. Alla fine saremmo tornati al punto di partenza. Come avrà capito, sono un europeista molto critico ma anche molto convinto.

E l’Italia? Quali prospettive in un contesto economico più favorevole oggi rispetto al passato?

L’opportunità c’è ed è notevole. Nella sfortuna di essere in ritardo, abbiamo una fortuna: possiamo saltare tutti gli errori compiuti dagli altri e metterci allo loro stesso livello. Si chiama leap frog, salto della rana. Al momento, però, non stiamo sfruttando le opportunità create dal digitale. Siamo fanalino di coda nell’export collegato all’e-commerce, una potenzialità sotto-sfruttata, così come lo siamo per transazioni digitali su carta di credito o prepagate. Se aumentassero i pagamenti tracciati, riusciremmo anche a ridurre l’evasione fiscale. I segnali positivi ci sono in Italia. Ma, mi chiedo, c’è la volontà politica di coglierli?

Il titolo del summit di Capri è “Dove l’innovazione diventa esperienza, valore, business”. Su che cosa si concentrerà il suo intervento?

Sull’etica digitale. Spiegherò perché l’etica è importante per il business, non solo per la società e la politica. E delineerò i modi in cui si connette con l’innovazione.

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Luciana Maci
Giornalista

Ho partecipato al primo esperimento di giornalismo collaborativo online in Italia (Misna). Sono dal 2013 in Digital360 Group, prima in CorCom, poi in EconomyUp. Scrivo di innovazione ed economia digitale

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