ECOSISTEMI

Torino ha costruito tanti luoghi dell’innovazione ma mancano le startup di successo 



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La fine delle attività di Techstars a Torino arriva in una città che negli ultimi decenni ha fatto molto sul fronte della rigenerazione urbana. Ma non ha visto nascere imprese capaci di creare valore su larga scala

Pubblicato il 4 mar 2026



Torino

Torino sta cambiando pelle. La company-town dell’auto sta lasciando il posto, più lentamente e dolorosamente di quanto ci si potesse attendere, a nuovi attori e nuovi business. La trasformazione, guidata più dalle istituzioni che da imprenditori e capitali di rischio, sembra però appesantita da un’impostazione che ha visto prevalere la volontà di costruire luoghi dell’innovazione piuttosto che spingere progetti pronti per il mercato.

Ecco qualche appunto.

Torino 1999, nasce I3P del Politecnico

Era il 1999 quando il Politecnico di Torino dava vita a I3P, il proprio incubatore d’impresa, guidato da un’intuizione: la nuova generazione di ingegneri e architetti poteva aspirare ad un futuro da imprenditori con idee e brevetti sviluppati durante il percorso universitario. La sede di I3P non è stata gran cosa fino al 2007 quando l’ateneo realizzò un vero hub, nel quadro del proprio sviluppo immobiliare (il cosiddetto “raddoppio”) e delle grandi trasformazioni della città a cavallo dei Giochi Olimpici invernali del 2006.

Nel frattempo, nel 2000, la città perdeva lo storico salone dell’auto (uno dei primi campanelli dell’arme sulla fine della centralità del manifatturiero) dando un duro colpo al Lingotto Fiere, luogo d’elezione degli eventi B2B e B2C della città, che nel 2007 venne venduto a GL Events. La multinazionale francese, tuttavia, non ha mai saputo dare una direzione chiara a quell’investimento e da qualche anno fa pressione sugli enti pubblici perché riacquistino il polo fieristico, che può vantare solo il Salone del libro come evento di punta.

Dall’Innovation Center di Intesa Sanpaolo alle OGR

Appena qualche anno più tardi, nel 2015, nasceva l’Innovation Center di Intesa San Paolo, dall’alto del trentunesimo piano del grattacielo di Renzo Piano, che sovrasta la Stazione di Porta Susa.

Nel 2017 è poi arrivato OGR, che non solo ha dato nuova vita ad uno degli spazi post-industriali più belli della città, ma ha collegato idealmente il grattacielo con il Poli e più ancora ha messo in relazione cultura e innovazione, grandi eventi e percorsi di crescita per startup. Una casa perfetta per Vento (nato nel 2021), il Venture capital di Exor guidato da John Elkann, che progressivamente ha differenziato i propri investimenti, allontanandosi sempre più dall’automotive. Qui Vento dà spettacolo ogni anno con l’Italian Tech Week, portando il gotha mondiale del tech sull’ormai iconico palco rotante, che da quest’anno è stata ribattezzata Wave.

L’EnviPark che completa l’Innovation Mile

Ma la pipeline delle operazioni urbanistiche non è finita. All’appello manca infatti l’ultimo tratto di quell’Innovation Mile che punta a collegare le realtà citate sopra con l’EnviPark. Questo parco tecnologico, attivo fin dal 1996 e focalizzato sui temi della sostenibilità, si trova sulla Spina 3, uno dei maggiori corridoi ferroviari che attraversano la città, oggi totalmente interrato, che conduce a Stazione Dora, da cui partono i treni per l’aeroporto di Caselle. Il progetto, promosso dall’associazione NexTo, prevede tra gli altri il coinvolgimento di NewCleo, la società di Stefano Buono che sviluppa reattori nucleari di quarta generazione.

Insomma, c’è fermento! Almeno dal punto di vista della rigenerazione urbana, perché le Fondazioni bancarie (Compagnia di San Paolo e CRT) con i loro enti strumentali, l’Università degli studi e il Politecnico, la Città e la Regione hanno scelto di declinare gran parte dei propri investimenti a lungo termine sull’hardware (gli spazi), supponendo che il software (progetti, contatti, investitori privati, partnership industriali) sarebbe arrivato di conseguenza. Per dirla con i Talking Heads, la convinzione dei decision maker è stata “This must be the place”.

Ma in questi giorni è arrivato un segnale contrario: TechStars atterrato nel 2020, lascia OGR. Fisiologico dice qualcuno, preoccupante qualcun altro. La verità probabilmente sta nel mezzo: se il numero di startup registrate in provincia di Torino negli ultimi dieci anni è effettivamente triplicato, ad oggi non si conta nessun unicorno o almeno qualche scaleup di successo. Servono, perché danno fiducia e dimostrano che “si può fare”.

L’Astronave di Niemeyer per l’aerospazio

Non possiamo dimenticare il mondo dell’aerospazio. Un settore altamente complesso e sottoposto a logiche geopolitiche (quando non militari) che riducono molto il margine di azione. Tuttavia, secondo i dati di IRES Piemonte, il comparto comprende oggi 350 imprese con player internazionali che vanno da Leonardo ad Avio a Thales-Alenia, ed un fatturato da 8 miliardi con 35.000 addetti. La punta di diamante è Argotec, una startup che ce l’ha fatta e appena fuori città ha recuperato un vero gioiello dell’architettura, l’Astronave di Oscar Niemeyer, per farne il proprio Space Park dove vengono progettati piccoli satelliti per ESA e Nasa.
Ciliegina sulla torta, dal 2008 Torino ospita l’Aerospace & Defense Meetings e su Corso Marche prende forma la Città dell’Aerospazio per dare spazio alle PMI del settore.

Insomma, la strategia di ridisegnare la città sotto la spinta di innovazione e tecnologia è affascinante purché formazione/sperimentazione/finanziamenti portino alla creazione di imprese capaci di creare valore su grandi numeri e sappiano quindi camminare sulle proprie gambe. Il rischio altrimenti è di creare nuovi grandi volumi per dare casa a progetti che restano startup troppo a lungo.

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