L’innovazione non è più monopolio della Silicon Valley. C’è una nuova geografia delle tecnologie emergenti, fatta di ecosistemi in competizione, a cui è dedicato un intero libro che torna assai utile per leggere meno pessimisticamente di quanto di solito si faccia in questi ultimi mesidi tensioni geopolitica fra Europa e Stati Uniti.
Il libro è The new geography of Innovation (Collins) e l’autore si chiama Mehran Gul, analista dell’innovazione conosciuto per aver vinto il Bracken Bower Prize di McKinsey e Financial Times per le voci emergenti della letteratura economica e di business. Gul, sulla base di centinaia di conversazioni filtrate da una cornice metodologica, propone una narrazione leggermente diversa da quella prevalente (il dominio a stelle e strisce) e più aderente alla realtà che cambia. E lancia un invito assai interessante: non basta contare le startup, le scaleup o gli unicorni. Perché non bastano i semi, se non c’è un buon terreno. E il buon terreno non si trova solo in Silicon Valley.
IN SINTESI_ Che cosa c’è nel libro
Il saggio di Mehran Gul analizza il tramonto del monopolio della Silicon Valley a favore di una geografia dell’innovazione globale più frammentata. La tesi centrale è che l’innovazione non sia solo frutto di geni solitari, ma della qualità del “suolo imprenditoriale” in cui crescono le imprese.
L’autore utilizza tre lenti d’analisi: il numero di startup di alto valore (unicorni), la capitalizzazione di mercato totale delle aziende tech e l’indice di innovazione della WIPO.

Il libro esplora modelli nazionali specifici:
* la Cina come “studente precoce” imbattibile nell’esecuzione e nel dispiegamento tecnologico;
* gli USA, ancora dominanti nel settore dei chip AI (Nvidia) e nell’attrazione di talenti mondiali;
* l’Europa, che punta su un ecosistema guidato dai valori per difendere la propria sovranità. Vengono esaminati anche i casi della Svizzera (eccellenza in sistemi e ricerca scientifica), della Germania (leader nel Deep Tech e automazione) e del Canada (modello basato sull’importazione di geni). Gul conclude che la sfida odierna non sia tra modelli diversi, ma tra diverse intensità di un unico modello globale iper-capitalista.
Indice degli argomenti
L’innovazione globale secondo Mehran Gul
Per anni, in Europa, la tecnologia è stata vissuta (e raccontata) come un fattore neutrale: un insieme di strumenti da comprare sul mercato globale, da integrare nei processi e da governare con regole di concorrenza e privacy. Oggi quel racconto non funziona. Non perché sia improvvisamente falso, ma perché lascia fuori il punto: chip, cloud, AI e software di base non sono soltanto “scelte efficienti”. Sono diventati asset strategici. Infrastrutture. Leve di potere (e in Italia ce l’ha ricordato il recente caso di Genenta Sciences, che ha esteso il suo campo di azione dal biotech alla difesa e alla cybersecurity).
La relazione transatlantica resta fondamentale, ma la frizione cresce: su filiere industriali, standard, accesso ai dati, giurisdizioni. E soprattutto su una questione che in Europa è diventata meno teorica: la dipendenza tecnologica dagli Stati Uniti ( e dalla Silicon Valley). Di recente, il Parlamento europeo ha adottato un rapporto che chiede alla Commissione di ridurre la forte dipendenza da fornitori extra-UE in segmenti chiave come semiconduttori, cloud, software e intelligenza artificiale. È un cambio di passo e di lessico: dalla “digital policy” alla sicurezza economica.
Non è un caso isolato. Un’analisi del Parlamento europeo sulle dipendenze (software/cyber) mette in evidenza quanto l’ecosistema digitale europeo sia ancora fortemente legato a tecnologie non UE e quali rischi ne derivino in termini geopolitici e industriali. Nel frattempo, anche nelle istituzioni si percepisce una maggiore sensibilità “difensiva” verso tecnologie integrate e data governance, segnale di un contesto che sta cambiando e che rende più urgente la domanda di autonomia.
In questa fase il libro di Gul diventa quindi un prezioso deposito di argomenti per andare oltre la mitologia della Silicon Valley: aiuta a capire dove si concentra l’innovazione, perché si concentra lì e come si trasforma in vantaggio strutturale. L’autore costruisce la sua tesi con una ricerca sul campo — quasi 200 conversazioni con protagonisti globali del tech: imprenditori, venture capitalist, scienziati, policy maker. Quando si parla di “geografia dell’innovazione” si scivola facilmente nel pamphlet o nella retorica. Gul prova a mettere un argine con metodo: osservare, comparare, incrociare percezioni e dati.
Quel che fa Gul è spostare il focus dal mito individuale (“il genio nel garage” come ci ha abituato la Silicon Valley) alla struttura collettiva (“l’ecosistema che rende l’innovazione riproducibile”). È una chiave che oggi vale doppio, perché in una fase geopolitica tesa non è sufficiente avere idee: conta chi controlla infrastrutture e filiere.
Dal mito del genio-startup al valore del “suolo”
Gul affida la sua tesi centrale a una metafora agricola che funziona perché è semplice. Scrive: “i cattivi agricoltori coltivano erbacce, i buoni agricoltori coltivano i raccolti e i grandi agricoltori coltivano il suolo”.
Non è solo un’immagine efficace. È un cambio di prospettiva. Gul sostiene che l’innovazione non dipende solo dai “semi” (startup, idee, progetti). Dipende dal “suolo” (capitale, istituzioni, infrastrutture, domanda, cultura del rischio). Un ecosistema efficace è quello che rende l’innovazione ripetibile, non episodica.
Questa metafora è anche una critica implicita al modo in cui l’Europa ha spesso raccontato l’innovazione. Molta enfasi sui semi: bandi, acceleratori, iniziative. Meno attenzione al terreno: mercato, scala, capitali, procurement, infrastrutture, regole pro-crescita. È una differenza concreta. E oggi diventa ancora più concreta.
Perché il “suolo” tecnologico dell’Europa, in molti casi, non è europeo. Se lo stack infrastrutturale è esterno — cloud, piattaforme, AI — anche la capacità di decidere tempi, standard e condizioni d’uso è parzialmente esterna. Non è un giudizio morale. È una dinamica di potere.
Gul, però, evita la lettura da “tramonto americano”. Lo scrive esplicitamente: questa fase “non significa che gli Stati Uniti siano necessariamente in declino”. Significa che devono affrontare più competitori, non solo la Cina ma “una dozzina di altri centri emergenti”.
Il punto non è tifare. Il punto è che il mondo dell’innovazione è diventato più affollato e più strategico. E in quel mondo l’Europa rischia di essere soprattutto un grande mercato e un grande regolatore.
Le metriche della nuova mappa dell’innovazione
Il contributo di Gul sta nel modo in cui costruisce la mappa. Parte da una ricerca: quasi 200 conversazioni con figure chiave del settore tech globale. E quello che raccontano viene poi potenziato da tre filtri: la densità del capitale, la capacità di attrarre talenti, la connessione tra università e imprese. Contano le infrastrutture. Conta la qualità dello Stato e la sua capacità di azione. Conta la domanda del mercato domestico. Conta la cultura del rischio. In altre parole: conta il terreno.
L’innovazione non è un tema “motivazionale”. È un tema sistemico. E se la geopolitica sposta le priorità, questa dimensione sistemica diventa ancora più determinante.
Gul propone tre filtri per leggere la competizione globale: venture capital/unicorni, capitalizzazione di mercato, Global Innovation Index della WIPO (la World Intelectua Property Organization) La scelta di usare più lenti è una forma di prudenza metodologica. Ogni metrica, da sola, rischia di distorcere. Insieme, restituiscono un’immagine più robusta.
1) Unicorni e venture capital: un filtro rapido (ma con bias)
Il primo filtro guarda alle startup ad alta valutazione e ai flussi di capitale. Gul lo definisce un “filtro rapido e approssimativo per verificarne la rilevanza”. La classifica degli unicorni è nota: Stati Uniti (grazie alla Silicon Valley), Cina, Regno Unito. Sono dati che raccontano una concentrazione enorme di capitale e scaleup in poche aree.
Ma Gul aggiunge subito una cautela. Ed è una cautela che in Europa va tenuta nella dovuta considerazione: “filtrare in base al numero di startup di alto valore e alla quantità di finanziamenti che attraggono è un modo utile di guardare le cose, ma non privo di inconvenienti”. Il limite principale è semplice: questa lente presuppone che l’innovazione avvenga solo nelle startup.
Questo passaggio ha una conseguenza pratica. L’Europa (e l’Italia) non possono misurare la propria rilevanza solo con il termometro degli unicorni. Sarebbe un errore. Tuttavia non possono nemmeno usare questo argomento come alibi. Perché l’altro tema resta: la scala.
2) Capitalizzazione: la lente del potere
La seconda lente guarda alle aziende consolidate e al loro peso economico. Qui emerge il cuore della partita. L’innovazione diventa potere quando diventa massa critica. Gul sostiene che la capitalizzazione “catturi in modo più accurato l’importanza relativa delle diverse regioni”.
E aggiunge un punto ulteriore. Questo filtro — per quanto economico — “si mappa ordinatamente laddove sta avvenendo a livello globale la maggior parte dell’innovazione tecnologica”. In altre parole: la geografia dell’innovazione segue anche la geografia delle valutazioni. Perché il valore di mercato non è solo finanza. È una misura indiretta di potere: accesso a capitale, capacità di investimento, capacità di imporre standard.
L’esempio di Nvidia serve a chiarire la tesi. Gul nota che Nvidia, fondata nel 1993, è un’azienda “di mezza età” che nel ciclo dell’AI raggiunge il massimo splendore solo ora. È un modo per dire che innovazione non significa soltanto “nuove startup”. Significa anche posizionamento lungo le infrastrutture abilitanti: chip, calcolo, toolchain, ecosistemi.
3) Global Innovation Index, con qualche dubbio
La terza lente è il Global Innovation Index della WIPO, basato su oltre 80 indicatori. Gul riconosce che è un approccio ampio. E riconosce che mira a una valutazione complessiva del sistema. Ma inserisce anche un dubbio che colpisce nel vivo la narrazione europea. A volte i risultati “non superano del tutto la prova dell’olfatto (don’t quite pass the smell test)”.
La frase è chiara: l’Europa può apparire eccellente in molti indicatori. Ma se poi fatica a trasformare questa eccellenza in imprese scalabili e infrastrutture controllate, qualcosa non torna. È un avviso sul passaggio più difficile: dalla qualità del sistema alla creazione di potere tecnologico.
Europa, la dipendenza che diventa geopolitica
Arriviamo al passaggio più duro. È anche il più utile per capire perché, oggi, il tema delle dipendenze tecnologiche è diventato politico. Gul scrive:
“il valore combinato di tutte le aziende tech in tutta Europa è molto inferiore al valore di una sola azienda, Microsoft”.
Questa frase non è una provocazione, che riporta l’attenzione sulla Silicon Valley. È una fotografia. Dentro quel confronto c’è un aspetto strutturale: la capacità di imporre standard, di definire ecosistemi di sviluppo, di presidiare mercati, di controllare identità e sicurezza. In breve: la capacità di trasformare tecnologia in influenza.
Nel testo di partenza, questa dinamica viene nominata in modo esplicito: il rischio di una “colonizzazione tecnologica” da parte dei giganti americani o cinesi.
Oggi il rischio appare più concreto. Non perché l’Europa sia destinata a “perdere”. Ma perché il contesto geopolitico rende più costosa l’indipendenza. E rende più vulnerabile chi non controlla i layer infrastrutturali.
Italia: fratture interne e spazio di specializzazione
Nel libro di Gul l’Italia viene citata in modo laterale ma significativo. Gul richiama i divari territoriali italiani come termine di paragone per quelli britannici. Osserva che la distanza tra Londra e alcune aree del Regno Unito può essere persino più marcata della storica distanza Nord-Sud italiana.
Poi usa un riferimento storico-culturale (Borgia e Svizzera) per ragionare sul rapporto tra contesto e fermento creativo. Quel passaggio è meno “scientifico”, ma serve a sottolineare la tesi: il contesto conta. Non esiste innovazione “fuori dalla storia”.
La domanda a questo punto è: dove può stare l’Italia nella nuova geografia dell’innovazione? Qui la risposta più realista passa dalla specializzazione. L’Italia difficilmente può giocare la partita inseguendo un modello “puramente consumer”generalista”, perché richiede massa di mercato interno, capitali enormi e scalabilità rapida.
Ha più senso puntare su settori dove il Paese può trasformare una base industriale esistente in vantaggio competitivo: manifattura avanzata, automazione, robotica, energy tech, infrastrutture, cybersecurity industriale. È la logica del deep tech, cioè tecnologia legata a filiere reali.
Nella “Nuova geografia” disegnata da Gul c’è un’indicazione in questo senso: : “La Silicon Valley è buona per l’high tech, ma la Germania è buona per il deep tech”.
Ovviamente, non significa “copiamo la Germania”. Il messaggio è: scegliamo un terreno compatibile con la nostra struttura economica. Però non basta scegliere. Serve coltivare il suolo. E qui arrivano i limiti tipici dell’Italia e dell’Europa: capitale di crescita, trasferimento tecnologico, domanda pubblica e privata capace di comprare innovazione, procurement che non penalizzi chi sperimenta, stabilità delle politiche.
La mappa di Gul serve a togliere l’illusione che basti una buona idea o un buon bando. La crescita è un processo sistemico. E senza sistema, l’innovazione rischia di diventare un pezzo di filiere governate altrove.
I valori europei: un’opportunità o un ostacolo?
C’è un ultimo spunto di riflessione che arriva dal libro di Gul. È possibile avere una traiettoria euroepa, un ecosistema diverso non fondato sul mitra “move fast and break thing?
A proposito di un possibile “Rinascimento europeo” Saul Klein, venture capitalist tra i più influenti in Europa con base a Londra (Phoenix Court) dice: “La differenza è questa: un ecosistema guidato dai valori”. Bella prospettiva ma cosa significa? I valori possono essere un vantaggio. Possono diventare un differenziale competitivo. Ma solo se si trasformano in capacità industriale. Se restano solo anelito etico e cornice normativa, il rischio è evidente: un Continente che scrive regole e compra piattaforme.
La frattura geopolitica accelera proprio questo punto. La sovranità digitale non è più solo un concetto culturale. È una necessità di politica economica. Non significa autarchia. Significa ridurre le esposizioni sistemiche. Significa avere alternative credibili su stack e infrastrutture. Significa poter scegliere senza dover dipendere.
Il contributo di Mehran Gul è aver costruito una mappa che evita due estremi: la nostalgia per la Silicon Valley e la tentazione di copiare altri modelli. La sua proposta è più sobria. Dice: guardiamo agli ecosistemi. Guardiamo al suolo. Guardiamo alle condizioni che rendono l’innovazione riproducibile.
Se “forse le cose stanno cambiando”, il segnale è nell’attenzione politica nuova verso dipendenze su cloud, AI e software. Ma la mappa di Gul aggiunge una verità più scomoda: la consapevolezza non basta. Serve cambiare il terreno.
Cambiare il terreno significa fare scelte lunghe. Significa rendere reale la scala del mercato. Significa incentivare capitale di crescita. Significa rendere più intelligente e meno difensivo il procurement. Significa sostenere infrastrutture credibili e interoperabili. Significa avere una domanda capace di assorbire innovazione e farla crescere.
Se l’Europa non coltiva il suolo, continuerà a produrre ricerca e competenze che diventano valore altrove. Se l’Italia non coltiva il suo suolo — tenendo insieme industria e tecnologia — continuerà a parlare di innovazione come se fosse un evento. Non come un sistema.

















