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Il libro

Le imprese non innovano? È perché si fanno troppe riunioni

di Maurizio Di Lucchio

17 Set 2015

In “Smart simplicity”, Yves Morieux, managing director di BCG, spiega in che modo le imprese reagiscono alla complessità diventando più complicate e moltiplicando la burocrazia. Il rimedio è la semplicità intelligente, basata sulla cooperazione. «Le startup applicano la smart simplicity senza accorgersene»

Yves Morieux, Peter Tollman, ''Smart simplicity'', Egea, 192 pp., 2015
Le imprese fanno poca innovazione? È colpa delle troppe riunioni. E dei troppi report e del groviglio di livelli e strutture che intercorre tra i vertici e la base operativa. In poche parole: è colpa della complicatezza. È la tesi di Yves Morieux, senior partner e managing director presso la sede di Washington di The Boston Consulting Group (BCG), nel suo saggio Smart simplicity, scritto a quattro mani con Peter Tollman e pubblicato in Italia da Egea.

Se le aziende non innovano abbastanza (o abbastanza bene) – sostiene Morieux – è a causa della proliferazione di corpi intermedi, procedure e regole create per rispondere alle richieste del mercato. Ma il risultato è un aumento della burocrazia interna che abbassa il coinvolgimento e impedisce alle persone di cooperare per ascoltare le esigenze dei clienti rendendo di fatto impossibile l’innovazione.

Cosa spinge le imprese a complicarsi? La complessità. Al netto del bisticcio di parole, la complessità – spiega Morieux a EconomyUp – è intesa come quell’insieme di «richieste che una società deve soddisfare per attrarre e mantenere clienti, costruirsi un vantaggio competitivo e crescere in modo profittevole: in base a uno studio fatto dal BCG Institute for Organization (di cui Morieux è direttore, ndr), nel 1955 un’azienda doveva raggiungere dai 4 a 7 obiettivi di performance, mentre oggi deve soddisfarne da 25 a 40: sei volte di più in sessant’anni».

Le esigenze del mercato sono definite “complesse” anche perché spesso risultano estremamente contraddittorie: a un’azienda è

Yves Morieux
richiesto di customizzare i propri prodotti ma anche di standardizzarli, di soddisfare i bisogni locali ma anche di agire a livello globale, di essere veloce ma anche affidabile. La risposta istintiva delle imprese a questa situazione è l’avvitamento.

«Per ogni nuova richiesta del mercato, si crea un nuovo dipartimento, con relativi nuovi ruoli e nuove gerarchie», fa notare l’autore del saggio. «Le conseguenze? Innanzitutto, si perde tempo inutile: basti pensare che una ricerca svolta dal nostro Institute for Organization ha rilevato che i manager delle grandi corporation passano più del 40% delle proprie ore lavorative a scrivere report e tra il 30% e il 60% a fare riunioni di coordinamento».

Ma lo spreco di tempo è solo una delle conseguenze nefaste di questa tendenza delle imprese alla complicatezza. Ce n’è una, appunto, ancora più grave. «Questa situazione – aggiunge Morieux – genera gap di conoscenza e punti ciechi che impediscono alle aziende di capire come innovare: cosa che spesso scatena disastri economici».

La ricetta proposta per gestire la complessità evitando che si trasformi in una trappola è la smart simplicity, la semplicità intelligente. Si tratta cioè di semplificare l’organizzazione aziendale con pochi interventi mirati e puntuali, senza ripensare tutto il sistema. Nel libro, Morieux suggerisce sei regole per rendere il tutto più semplice e aumentare il livello di coinvolgimento e di cooperazione all’interno dell’azienda. «La prima cosa da fare è capire davvero ciò che le persone fanno sul posto di lavoro, e come le loro azioni, decisioni e interazioni – i loro ‘comportamenti’ – influenzano le performance».

Ma anche le startup hanno bisogno di adottare questa smart simplicity? «Abbiamo osservato – dice a EconomyUp il co-autore del saggio – che le startup di solito lavorano seguendo queste sei regole senza accorgersene. Tuttavia, quando diventano più mature e affrontano nuova complessità, tendono anche loro a moltiplicare strutture, procedure e sistemi non necessari. Cadono anche loro nella trappola della complicatezza: a un certo punto, quindi, devono cominciare ad applicare le sei regole in modo consapevole».

In questa logica, fare open innovation è un contributo alla semplificazione. «L’innovazione aperta aiuta a evitare i monopoli interni, che sono fonte di burocrazia. Per esempio, il ‘dipartimento innovazione’ può dire: ‘io comando l’innovazione e sono io a dire a voi – marketing, sales… – cosa fare’. È la fine della cooperazione. Con l’innovazione aperta, nessuno ha il monopolio dell’innovazione. Non è sufficiente per rendere un business più semplice. Ma di certo aiuta». 

Per approfondire il tema dell’open innovation, conoscerla e soprattutto capire come guidarla e trarne vantaggio, si può far riferimento all’iniziativa del Gruppo Digital360: una piattaforma che a 360° tocca tutti i temi dell’innovazione aperta

Maurizio Di Lucchio

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