Ha ancora senso parlare di open innovation?

OPEN WORLD

Ha ancora senso parlare di Open Innovation? No, ma anche sì. Ecco perché



Secondo uno studio dell’Economist il 95% delle aziende fanno open innovation! Alla luce di questo dato ha ancora senso distinguere tra innovazione e open innovation? No, a livello operativo. Ma è ancora necessario farlo da un punto di vista culturale. Perché in tante aziende c’è ancora molta confusione…

di Alberto Onetti

26 Apr 2022


Photo by Zulian Firmansyah on Unsplash

L’Open Innovation – l’approccio che ha democratizzato l’innovazione portandola al di fuori dai muri della Ricerca e Sviluppo – sembra sia diventata “ubiquitous”. Da uno studio condotto da The Economist (con il supporto di SUSE) emerge come il 95% (!) delle aziende facciano oggi leva su modelli di innovazione aperta. Inoltre, nel 54% dei casi l’open innovation è diventata mainstream, essendo adottata in tutti o nella maggior parte dei progetti di innovazione.

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Alla luce di questi dati ha ancora senso distinguere tra innovazione e open innovation? O, in altre parole, non dovremmo considerare l’innovazione aziendale open per definizione?

Questa è la domanda che si pone Ralph-Christian Ohr, uno degli esperti mondiali in tema di “Dual Innovation” che ci onora, oltre che della sua amicizia, con la sua presenza nel Judging Committee di Corporate Startup Stars.

La risposta a questa domanda è duplice. SI’ e NO.

NO. Non ha senso distinguere tra open innovation ed innovation sotto una prospettiva operativa

L’innovazione è ormai di fatto aperta. Lo dimostrano la forte diffusione di team dedicati all’open innovation, la presenza di executives in posizioni apicali (con titoli come Chief Innovation Officer e Manager of Open Innovation), la strutturazione di processi di scouting internazionale di startup, etc. I modelli tradizionali (a stampo chiuso) rimangono limitati nel campo dell’innovazione – in prevalenza incrementale – di prodotto e di servizio.

SI’. Ha ancora senso parlare di open innovation da un punto di vista culturale

La ricerca è stata condotta intervistando 500 technology executive di tre paesi (USA, Regno Unito e Germania). Quindi fotografa il mondo delle grandi imprese e le economie più sviluppate e ad alto tasso di innovazione. Se scendiamo di un livello (sia dimensionale che geografico) troviamo una situazione alquanto diversa.

Nel nostro dialogo quotidiano con amministratori e manager di tante aziende, in modo particolare tra le PMI ma non solo, troviamo ancora molta confusione su cosa siano open innovation e startup. A solo titolo di esempio, nell’assessment che abbiamo appena condotto con una media azienda italiana, il 44% dei 15 top manager che la guidano ha chiaramente evidenziato questa difficoltà.

L’assenza di chiarezza si traduce inevitabilmente in una strutturale difficoltà a metterla in pratica dato che se le persone in azienda non conoscono esattamente cosa si sta facendo è molto probabile che innalzino (spesso inconsciamente) barriere o non ci dedichino la giusta attenzione.

Per questo motivo è opportuno continuare ad enfatizzare questo “nuovo” approccio. Non perché sia qualcosa di particolarmente nuovo (se ne parla da oltre 20 anni) ma perché resta ancora culturalmente distante. E le barriere culturali richiedono tempi lunghi per essere abbattute.

Continuiamo a predicare.

 

Alberto Onetti

Chairman (di Mind the Bridge), Professore (di Entrepreneurship all’Università dell’Insubria) e imprenditore seriale (Funambol la mia ultima avventura). Geneticamente curioso e affascinato dalle cose complicate.