L’intervista

Diyala D’Aveni, chi è la CEO di Vento (venture builder della famiglia Agnelli) che dice: “Il talento italiano attira gli investimenti esteri”



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Torinese, studia all’estero e durante un master incontra John Elkan. Da lì nasce l’Italian Tech Week, ora Wave, e il venture builder. “Gli investitori internazionali credono nelle startup italiane, adesso sta crescendo una nuova generazione di imprenditori”

Pubblicato il 6 mar 2026

Luciana Maci

Giornalista



Diyala D’Aveni
Diyala D'Aveni, CEO di Vento

In sintesi

  • Leadership e strategia: Diyala D’Aveni guida Vento (fondo early‑stage finanziato da Exor), con venture building e fondi da 30M e 75M per finanziare founder italiani ovunque.
  • Ecosistema in maturazione: più investitori esteri e storie di successo; settori promettenti come health e deep tech, con Torino tra i poli rilevanti.
Riassunto generato con AI

Da 100 a 15.000 partecipanti in 7 anni: salta subito all’occhio, soltanto dai numeri, come sia cresciuta lItalian Tech Week, una delle conferenze di tecnologia più influenti d’Europa che quest’anno ha annunciato la sua evoluzione in Wave by Vento. Ma c’è un elemento in più di cui tenere conto: se, nel 2018, i relatori e i partecipanti erano quasi tutti italiani, negli ultimi anni sono arrivati gli stranieri. Gli investitori di altri Paesi stanno cominciando a credere sempre di più nelle realtà e nelle startup innovative italiane. Il segno di un ecosistema che, pur con le sue fragilità, sembra procedere nella giusta direzione.

A dirlo a EconomyUp è Diyala D’Aveni, la CEO di Vento, il fondo di venture capital early-stage finanziato da Exor (famiglia Agnelli), che investe sui migliori founder italiani, ovunque si trovino e che, appunto, organizza ogni anno dal 2018 la (ormai ex) Italian Tech Week. “Nell’ecosistema italiano dell’innovazione c’è ancora tanta strada da fare e non stiamo performando al massimo del nostro potenziale – afferma D’Aveni – ma, considerando che nel 2018 praticamente non c’era nulla, abbiamo già fatto grandi passi avanti.”

Ma vediamo meglio chi è Diyala D’Aveni, come è arrivata alla guida di Vento da giovanissima, cosa pensa dello scenario innovativo attuale e quale ritiene che sia il ruolo di una città come Torino (che è anche la sua città).

Diyala D’Aveni, una carriera precoce

D’Aveni parte da un dettaglio che, in Italia, pesa più di quanto dovrebbe: l’età. “Sono giovane per gli standard italiani: ho 33 anni. In altri Paesi non sei considerato giovane, ma da noi purtroppo sono un’eccezione. E poi c’è il fatto di essere una donna in un mondo molto maschile“.

Nata e cresciuta nel capoluogo piemontese, ha studiato all’estero e ha frequentato un MBA al College des Ingénieurs (CDI), muovendosi tra Torino, Parigi e Monaco. Ed è proprio in quel contesto che inizia il capitolo della sua vita che lei stessa descrive come “una sequenza di esperimenti”.

“Nel 2016, nell’ambito dell’MBA, incontro John Elkann: voleva fare qualcosa per aiutare le persone in Italia che intendevano fare impresa. Mi sono offerta per affiancarlo e abbiamo iniziato proprio dall’università. All’inizio era difficile: in un’aula da 200 persone chiedevi chi stava considerando l’idea di fare impresa e alzava la mano una persona, massimo due. E spesso erano figli di imprenditori”.

Poi arriva un secondo tentativo: cambiare la percezione non solo con la didattica, ma con l’esperienza. Nel 2018 nasce l’intuizione dell’evento: un esperimento “piccolo”, quasi un prototipo sociale per capire se, portando in Italia speaker internazionali e storie di impresa credibili, si potesse produrre quell’effetto contagio che spesso manca nei Paesi con meno role model. “Così è nata la prima edizione dell’Italian Tech Week da 100 persone”.

L’evento diventa un “acceleratore psicologico” per aspiranti founder, un luogo in cui il “si può fare” smette di essere uno slogan e diventa un’ipotesi concreta. “Ci siamo resi conto che era un’opportunità incredibile: le persone ne uscivano ispirate e convinte che potevano farcela anche loro”.

Nel 2020, la pandemia interrompe ritmi e piani, ma apre una finestra di riflessione strategica. Se l’ecosistema cresce e l’educazione imprenditoriale, nel frattempo, inizia a farsi strada anche nelle università, allora serve un passo ulteriore: non soltanto ispirare e formare, ma costruire. È nel 2021 che Vento sceglie la strada del venture building, dopo aver osservato modelli internazionali. “Nel 2022 abbiamo iniziato col primo fondo, con cui abbiamo investito circa 30 milioni. Nel gennaio 2025 abbiamo lanciato il secondo fondo, da 75 milioni

L’obiettivo è finanziare il talento italiano ovunque si trovi. Non solo in Italia, dunque, ma anche nei grandi hub globali, dove spesso si formano competenze, ambizioni e reti che poi diventano imprese. È un lavoro che normalmente implica viaggi e presenza sul campo. Oggi però, racconta D’Aveni, la sua base è tornata a essere soprattutto Torino. Per un motivo personale molto concreto: è incinta, in attesa del primo figlio, con nascita prevista a inizio maggio.

Come sarà Wave by Vento

Dal 7 al 9 ottobre a Torino nascerà anche il nuovo evento, Wave by Vento, che ospiterà, tra gli altri, Dario Amodei, fondatore e CEO di Anthropic (la società di Claude). “Il nome Italian Tech Week aveva senso nel contesto del 2018. Oggi, che è diventata una conferenza molto più internazionale, aveva bisogno di un nome che riflettesse questa ambizione”. Ma D’Aveni mette subito un paletto: l’obiettivo non è inseguire la scala “da fiera globale”, perché la massa rischia di diluire la qualità. Wave, al contrario, punta a restare su numeri simili alla precedente edizione e alzare drasticamente la densità di persone “che vengono per fare business”. “Vogliamo founder per cercare investimenti o opportunità commerciali, investitori per investire o raccogliere fondi, e aziende genuinamente interessate a iniziare collaborazioni con questo mondo.”

Il punto, per lei, è l’impatto: far sì che ciò che accade a Wave si traduca in dinamiche concrete. “L’ambizione è curare molto di più l’esperienza mantenendo la scala raggiunta e fare in modo che la conferenza abbia sempre più un impatto reale su quello che accade nel nostro ecosistema, e ormai anche in quello europeo.”

Come è cambiato l’ecosistema italiano

Dall’osservatorio di Vento, che ha già investito in 160 aziende e prevede nuove operazioni nell’anno in corso, si vedono le prime storie di successo. “All’inizio era difficile chiedere a un investitore straniero di incontrare founder italiani: c’era anche un po’ di pregiudizio. Adesso, vedendo investimenti che stanno andando particolarmente bene, sono molto più attenti. L’orizzonte temporale è lungo, ci vorranno magari 10 anni per capire la misura del successo. Però sono aziende che stanno performando ad altissimi livelli, paragonabili ad altre aziende europee.”

Le due generazioni di imprenditori

In particolare “ci sono due generazioni di imprenditori e imprenditrici. La prima è quella che conosciamo tutti, con i vari Bending Spoons, Satispay, Scalapay. Poi c’è una nuova generazione di aziende nate due o tre anni fa che stanno andando particolarmente bene: hanno già raccolto Series A e qualcuno sta iniziando a raccogliere Series B.”

I settori più promettenti

Per quanto riguarda i settori dove operano le startup più promettenti, D’Aveni individua alcune aree dove l’Italia può giocare partite credibili: health e deep tech. Sull’healthcare lega il potenziale alla massa critica di investimenti in ricerca, anche grazie al sistema sanitario pubblico, pur riconoscendo che il trasferimento tecnologico può essere ancora difficile.

Sul deep tech cita un perimetro ampio: quantum, elettronica e tecnologie per l’energia, fino alle nuove traiettorie legate al nucleare, per esempio Proxima Fusion.

“Sull’AI non stiamo giocando la partita dell’infrastruttura, ma possiamo giocare quella degli application player.”

Gli hub internazionali e il valore di Torino

Gli hub sono quelli classici del venture: Stati Uniti ed Europa. “Andiamo dove sappiamo che ci sono tantissimi italiani bravissimi: San Francisco, New York, Londra, Parigi, Zurigo, Berlino”. E Torino cosa rappresenta in questo contesto? “Ci sono nata e cresciuta, poi ho studiato fuori e ci sono tornata stabilmente dopo l’MBA. Qui c’è tanto potenziale e tanto talento: è una città con 100.000 studenti universitari. Oggi c’è più fermento su Milano, ma secondo me entrambi restano i due poli più importanti per l’innovazione in Italia”.

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