L'INTERVISTA

Social commerce e reselling: le sfide 2021 secondo il pioniere Simon Beckerman (Depop)

Nuove funzionalità video ed espansione in nuovi Paesi: sono i piani di Depop, app per la compravendita di capi usati. La scaleup ha previsto le tendenze attuali. E ora punta sull’avanzamento tecnologico. “Il lockdown ci ha favorito, ma dobbiamo restare al passo con le giovani generazioni” dice il founder Simon Beckerman

Pubblicato il 09 Dic 2020

Simon Beckerman, fondatore di Depop

Per riuscire ad essere innovativi bisogna saper guardare oltre. E Depop, startup nata 9 anni fa per la compravendita online di capi di abbigliamento usati e oggi affermata scaleup, è riuscita a farlo dal primo momento. Ha anticipato le tendenze attuali che premiano la sostenibilità nel retail, il reselling e il social commerce. E, nell’anno della pandemia, non ha temuto per il proprio business. Anzi.

“Abbiamo più che raddoppiato le vendite e il fatturato, così come i download e i like. Inutile negare che il lockdown ci abbia favorito”, dice a EconomyUp il fondatore Simon Beckerman, 47 anni, nome inglese e madre italiana, che ha partecipato all’Unicredit Italy Tech Day.

Le basi erano evidentemente solide. Depop è stata disegnata pensando a una “generazione mobile” e attiva sui social network. L’interfaccia è mobile first: si entra nella piattaforma, si possono scattare foto da cellulare degli oggetti che si vogliono vendere (abiti, scarpe, borse ecc.ecc.), si possono seguire gli amici o le persone alle quali si è interessati, è possibile fare commenti, dare like, negoziare privatamente nella chat. Un ecosistema fondato sull’online e sull’interazione social. Che negli anni è riuscito a convincere e coinvolgere imprenditori affermati come Renzo Rosso e Matteo Marzotto, solo per fare qualche nome. In tutto Depop ha raccolto 105,6 milioni di dollari in 4 diversi round di finanziamento con 11 investitori.

I piani per il 2021 sono di ulteriore espansione. “Siamo super-occupati a cercare di scalare senza crollare” dice Beckerman con una punta di ironia. “Uno degli obiettivi per l’anno che verrà è consolidare il team tecnico in modo da poter creare nuove funzionalità ed espanderci proprio a livello di scalabilità tecnica”. Con circa 25 milioni di utenti, Depop è attualmente operativa in Gran Bretagna (dove ha sede), Italia, Usa e Australia. In questo periodo sta testando il campo per aprire nuovi fronti in Francia, Germania, Canada e forse in Asia. Cosa significa concretamente? Tradurre l’app in una nuova lingua e creare team locali di riferimento. Qualcosa che richiede tempo, almeno un anno per ogni Paese. Ma Beckerman sa bene che il tempo va cavalcato, soprattutto in un’era di rapidissima trasformazione come questa. E che è necessario spingere sulle nuove tecnologie. Per questo Depop sta sperimentando l’introduzione dei video nella piattaforma: “Una versione basica, in base ai risultati decideremo se implementare la funzione”.

Depop e la sostenibilità

Come dicevamo, la scaleup è stata “sostenibile” forse ancor prima di realizzare di essere tale. “Sostenibilità – dice Beckerman – significa comprare e vendere capi non più nuovi, oggi li chiamiamo vintage. Ma anche acquistare capi nuovi da aziende che non producono in grande massa e puntano a creare abiti di qualità che durano nel tempo. Oppure prediligere brand più piccoli che lavorano soprattutto per divertirsi e sostenere la propria famiglia”.  Il founder di Depop è convinto che la sostenibilità “passerà dall’essere un trend a una funzionalità. È come costruire una casa nuova e non metterci il bagno. È una filosofia di base e un principio che tutti noi applicheremo in futuro”.

Depop e il reselling

Di recente è tornato ad esplodere in Italia il fenomeno del reselling, con il caso delle scarpe Lidl. Ma è già da alcuni anni che si è imposto nel mondo questo trend che consiste nel possedere un prodotto molto ricercato, di solito in edizione limitata, e poterlo rivendere a prezzo maggiorato a coloro che non riescono ad ottenerlo in altro modo. “Il reselling – afferma Simon Beckerman – è lo specchio delle nuove generazioni che comprano vintage o acquistano da piccoli marchi non solo per esigenze di sostenibilità, ma anche per sentirsi unici e trovare una propria personalità, diversa da quella proposta alle masse da catene come Zara o H&M. Per questo Depop è diventato un luogo di ritrovo di una generazione. Quella che utilizza maggiormente la nostra piattaforma oggi ha meno di 25 anni, è la cosiddetta Generazione Z. Per ora abbiamo mantenuto il passo, ma dobbiamo spingere sulle nuove tecnologie. I giovanissimi hanno il video come mezzo di comunicazione, Tik Tok è una delle app più usate. Da qui la necessità di introdurre i video”.

La startup nata per il social commerce

Con la spinta alla digitalizzazione causata dalla pandemia il social commerce,  ovvero l’uso dei social per la compravendita online e la condivisione dell’esperienza con altri utenti, ha ottenuto un’ulteriore accelerazione. Ma il processo di crescita sarebbe proseguito comunque. “La componente di ecommerce diventerà omnipresente in qualsiasi piattaforma” prevede Beckerman. “Quando abbiamo iniziato c’era gente che vendeva su Tumbrl, poi è arrivato Instagram. A breve le funzionalità di vendita saranno presenti su quasi tutte le piattaforme. Per noi non sono competitor, anzi Depop ne sta traendo giovamento perché si apre un mercato che dà la possibilità di vendere online”.

L’azienda sta “andando molto bene”, assicura il fondatore, e per l’immediato futuro non sono previsti ulteriori round di finanziamento. “Non ne abbiamo bisogno e in teoria non dovremmo averne bisogno per un po’. Adesso ci occuperemo dei progetti in campo, con la passione di una startup innovativa. Tecnicamente siamo una scaleup, ma nel cuore rimaniamo una startup. Del resto, nel mondo della Silicon Valley, ci si può definire tali finché non si è fatta una IPO o una exit”. Quindi exit in vista? chiediamo. Simon Beckerman sorride e non risponde. Lo scopriremo il prossimo anno.

Valuta la qualità di questo articolo

La tua opinione è importante per noi!

Luciana Maci
Luciana Maci

Giornalista professionista dal 1999, scrivo di innovazione, economia digitale, digital transformation e di come sta cambiando il mondo con le nuove tecnologie. Sono dal 2013 in Digital360 Group, prima in CorCom, poi in EconomyUp. In passato ho partecipato al primo esperimento di giornalismo collaborativo online in Italia (Misna).

email Seguimi su

Articoli correlati

Articolo 1 di 2