Criptovalute, come sono regolati nel mondo i Bitcoin e le altre monete virtuali

Il governo federale degli Usa ha lasciato la scelta ai singoli Stati, la Cina ne ha proibito lo scambio ma non tra privati, la UE mette in guardia contro riciclaggio e speculazioni: ogni Stato è alla ricerca di regole per le valute digitali. Che sono al centro di un evento promosso da GrowITup a CariploFactory il 31 gennaio

Pubblicato il 24 Gen 2018

bitcoin

Da tempo le criptovalute sono al centro del dibattito internazionale. Diversi Stati le considerano con scetticismo e ritengono che il loro utilizzo possa avere un impatto negativo sull’economia, altri non si pronunciano oppure ne consentono la libera circolazione. Alcune potenze occidentali come gli Stati Uniti e la Gran Bretagna hanno mostrato un atteggiamento generalmente positivo verso le nuove tecnologie che abilitano le monete virtuali, altri come il Canada e l’Australia stanno ancora decidendo il da farsi, ma ci sono anche Paesi come la Russia che le hanno sostanzialmente proibite, salvo poi ricredersi in tempi recenti.

Il tema delle criptovalute è stato ampiamente trattato mercoledì 31 gennaio a Cariplo Factory in un evento intitolato “Cryptocurrencies: A bubble or here to stay?”.

Criptovalute: bolla o rivoluzione? A Milano l’evento sul tema del momento

A partire dalle 18.00, in via Bergognone 34 a Milano, alcuni dei protagonisti dello scenario delle criptovalute hanno spiegato cosa sta cambiando sui mercati finanziari ed economici con l’avvento di questo nuovo attore “figlio” della trasformazione digitale.

Intanto cerchiamo di capire, Stato per Stato, qual è l’attuale situazione regolatoria delle cryptocurrencies. Che, naturalmente, potrebbe cambiare in tempi anche brevi.

LE REGOLE PER BLOCKCHAIN E CRIPTOVALUTE NEGLI USA

Il governo federale degli Stati Uniti non ha esercitato la sua prerogativa costituzionale di regolamentare la Blockchain, la tecnologia al cuore dei Bitcoin, così come fa con le regole finanziarie, perciò ogni Stato è libero di introdurre i propri regolamenti. A giugno 2015 lo Stato di New York è diventato il primo a regolare le società impegnate nel settore delle valute virtuali attraverso un’agenzia statale. Nel 2017 almeno 8 Stati hanno lavorato su proposte di legge che accettano o promuovono l’uso di Bitcoin e della Blockchain, e almeno due di loro hanno già approvato leggi in proposito. In Arizona sono stati legalmente riconosciuti gli smart contracts, in Vermont la blockchain e in Delaware si punta ad autorizzare la registrazione delle quote possedute sotto forma di blockchain dalle aziende che si trovano in quello Stato.

Ai Bitcoin dovrebbero essere garantite le stesse salvaguardie finanziarie degli asset tradizionali. A luglio scorso la U.S. Commodity Futures Trading Commission ha concesso il permesso di esercitare a LedgerX, operatore di una piattaforma di trading di criptovalute, che ha debuttato a ottobre, diventando così il primo luogo di scambio di moneta digitale regolato a livello federale.

D’altro canto lo scorso novembre l’ispettore generale del Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti ha dichiarato di voler prevedere una revisione delle pratiche relative alle criptomonete laddove esistono rischi di riciclaggio di denaro e finanziamento del terrorismo. Lo stesso Dipartimento, nelle linee guida 2013, aveva sostenuto che “le valute virtuali non hanno alcun status legale in alcuna giurisdizione”. A novembre scorso il segretario del Tesoro, Steven Mnuchin, ha annunciato di aver creato gruppi di lavoro sui Bitcoin, argomento che, ha detto, sarebbero stati analizzati “con estrema attenzione”.

LE REGOLE IN EUROPA

L’Europa è alla ricerca di regole per le criptovalute e l’Unione europea ha più volte lanciato l’allarme. Alla fine del 2017 il vicepresidente della Commissione Ue responsabile per l’euro, Valdis Dombrovskis, ha messo in guardia contro i rischi connessi alla criptovaluta. “Gli investitori – ha detto – devono sapere che il prezzo del Bitcoin può cadere in qualsiasi momento”. Quindi ha chiesto alle autorità di supervisione come Eba (banche) e Esma (mercati) di essere più chiari perché “ci sono evidenti rischi per investitori e consumatori, associati alla volatilità dei prezzi”.

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A sua volta il presidente dell’Esma (European Securities and Markets Authority), Steven Maijoor, ha voluto mettere in guardia più di recente sulle ICO, sistema di raccolta fondi basato sulle criptovalute che permette alle aziende di ottenere liquidità tramite l’emissione di una propria criptovaluta (tecnicamente chiamata “Token”) che si basa quasi sempre sulla tecnologia Ethereum. “Con l’ICO – ha detto Maijoor – non c’è la protezione che garantiscono gli investimenti regolamentati e si può perdere tutto quello che si è investito. Come principio l’ICO può garantire servizi in cambio della moneta che viene acquistata, o una partecipazione nei ricavi, ma questo avviene in uno spazio assolutamente non regolamentato”.

D’altra parte Mario Draghi era stato molto chiaro: il 7 settembre 2017 il presidente della Banca centrale europea (Bce) aveva respinto la proposta dell’Estonia di lanciare una valuta digitale statale, l’”estcoin”, precisando che la Bce non avrebbe consentito né a quel Paese né ad altri dell’Unione europea di introdurre una propria valuta virtuale.

Quanto ai singoli Stati dell’Unione, di recente la Francia ha alzato le barriere contro i Bitcoin e tutte le criptovalute nel tentativo di bloccarne l’utilizzo in attività illecite, dall’elusione fiscale al riciclaggio al finanziamento del terrorismo. Il ministro delle Finanze Bruno Le Marie ha incaricato l’ex vice-governatore della Banca centrale di Francia Jean-Pierre Landau di redigere delle regole per vigilare sullo sviluppo delle valute virtuali, indicando che Bitcoin e le criptovalute comportano “alti rischi di speculazione e possibile manipolazione finanziaria”.

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Dalla Germania arriva l’assist: Joachim Wuermeling,  membro del consiglio di amministrazione della Bundesbank, ha affermato che le criptovalute dovrebbero essere regolamentate con norme globali. “Regole nazionali non sono sufficienti per gestire un fenomeno mondiale; una regolamentazione efficace delle valute digitali richiede una cooperazione internazionale”. Tuttavia, per la legge tedesca, le valute digitali sono strumenti finanziari, e più precisamente una forma di “denaro privato” che possono essere tassati come capitale. Ma determinati utilizzi richiedono licenze o permessi.

Anche in Spagna aleggia la questione “tasse”. Le criptomonete sono tassabili come sistemi di pagamento elettronici in base a una legge che regola le scommesse, ma per quanto riguarda altre aree non è ancora chiaro come debbano essere gestite e regolamentate.

In Svezia dichiarazioni informali da parte di un’autorità fiscale suggeriscono che le monete digitali non sono valute, bensì devono essere trattate come assets.

L’Austria regola i servizi finanziari che coinvolgono le valute virtuali.

La Banca Nazionale del Belgio ha avvertito investitori e risparmiatori dei rischi connessi alle criptovalute e le ha dichiarate proprietà illegali, mentre il ministero della Giustizia ha annunciato l’intenzione di imporre un rigoroso regolamento sulle attività ad esse legate.

Il “regno” europeo dei Bitcoin è invece la Svizzera, diventata uno dei principali hub europei per lo sviluppo della blockchain e delle criptovalute. Non a caso ha costituito la Crypto Valley Association, un ecosistema no profit sulla tecnologia della crittografia e della blockchain, che ha cominciato a sviluppare un codice di condotta sulle ICO.  I regolatori finanziari elvetici hanno definito i requisiti per gli operatori in Bitcoin e stabilito che le piattaforme di valuta digitale sono soggette alle leggi anti-riciclaggio. Saint Moritz, rinomato centro di turismo invernale, ha annunciato che comincerà ad accettare i Bitcoin come pagamento per gli sky-lift. A settembre 2017 l’autorità svizzera incaricata di vigilare sui mercati finanziari ha diffuso linee guida sull’aumento delle ICO nel Paese. Allo stesso tempo sta indagando su diverse ICO per verificare se chi le ha lanciate sta violando l’attuale regolamentazione.

E L’ITALIA?

A ottobre 2016 il deputato Stefano Quintarelli, ex Scelta Civica, ha presentato insieme ad altri 13 colleghi una proposta di legge sulle criptomonete. Si è trattato del primo tentativo in Italia di regolamentare un settore molto complesso sulla base di alcuni principi dichiarati: sensibilizzare l’opinione pubblica e le istituzioni, dare un valore positivo all’uso delle valute digitali e lavorare invece sull’abuso.

A maggio 2017 è stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale il Decreto Legislativo 25 maggio 2017, n. 90 che contiene la IV Direttiva antiriciclaggio, poi entrata in vigore il 4 luglio 2017, la quale ha conseguenze anche su chi opera con le criptovalute nel nostro paese. Essenzialmente il testo contiene la definizione giuridica di valuta virtuale e di Cambiavalute Virtuali, oltre a prevedere che questi ultimi ottengano una licenza e l’iscrizione in un registro apposito. Il testo contiene anche le modalità con cui i prestatori del servizio devono comunicare alle autorità la loro presenza sul territorio. “L’innovazione delle criptovalute non era prevista dalle normative – spiega Stefano Capaccioli, autore di Criptovalute e bitcoin: un’analisi giuridica – e quindi ogni Stato ha effettuato determinate interpretazioni, spesso difformi tra loro. La normativa anticiriclaggio italiana che è entrata in vigore il 04.07.2017 ha anticipato le tendenze europee, normando esclusivamente determinati attori dell’ecosistema delle criptovalute per introdurre i presidi antiriciclaggio.”

I PAESI DOVE I BITCOIN SONO PROIBITI (O QUASI)

CINA

Di solito si pensa che i Bitcoin e le valute digitali siano totalmente proibiti e illegali in Cina, ma non è così. Al contrario il Paese asiatico è diventato il più grande mercato di scambio di Bitcoin al mondo. Il bando è solo sulle banche, dal momento che l’autorità bancaria centrale, la Banca del Popolo della Cina, è posseduta al 70% dal governo. Le istituzioni bancarie e i loro impiegati non possono cedere o acquistare Bitcoin attraverso servizi bancari, né offrire servizi o fare affari con l’industria dei Bitcoin. Di recente il vice governatore della Banca centrale cinese Pan Gongsheng ha chiesto di bloccare tutti i siti web e le app che consentono scambi centralizzati di monete virtuali. Invece non è illegale per i comuni cittadini commerciare in Bitcoin.  A agosto 2017 la Cina ha dichiarato illegali le ICO (Initial Coin Offering), il sistema di raccolta fondi basato sulle criptovalute. Ma, spiega Stefano Tresca in questo articolo, non l’ha fatto “in odio” ai Bitcoin. Al contrario le ICO permettono alle aziende di raccogliere fondi tramite l’emissione di una propria criptovaluta (tecnicamente chiamata “Token”), i Token si basano quasi sempre sulla tecnologia Ethereum, la seconda criptovaluta più importante dopo il Bitcoin. E la Cina ha così voluto privilegiare l’altra criptovaluta, il Bitcoin, in cui è il paese leader a scapito del “rivale” Ethereum.

La vera strategia della Cina dietro il bando delle ICO e il crollo del Bitcoin

RUSSIA

Attualmente i Bitcoin sono in pratica proibiti in Russia, anche se non ancora ufficialmente. A dicembre è stata preparata dalla Banca centrale e dal ministero delle Finanze una proposta di legge per regolare le criptomonete e le ICO. I regolatori hanno diffuso alcuni dettagli del provvedimento, per esempio sulla possibilità di tassare il mining dei Bitcoin. Dopo un iniziale atteggiamento “ostile” del governo russo verso i Bitcoin, a dicembre scorso il consigliere economico del Cremlino, Sergei Glazev, ha detto che le nuove criptovalute potrebbero servire a “portare avanti attività sensibili per conto dello Stato”. Ovvero per evitare sanzioni internazionali negli scambi economici tra Paesi.

In Bangladesh la Banca centrale ha stabilito che lo scambio di Bitcoin o di altre valute digitali potrebbe costare una pena fino a 12 anni di prigione. Anche in Bolivia le valute “non emesse e controllate dal governo” sono dichiarate illegali. Pure in Ecuador vige un bando, ma sostanzialmente perché questa nazione sta sviluppando un suo sistema di moneta elettronica nazionale.

Infine l’India è stato il primo Paese a lanciare un Bitcoin exchange, BTCXIndia, che poi però è stato chiuso per motivi ancora poco chiari.

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Luciana Maci
Luciana Maci

Giornalista professionista dal 1999, scrivo di innovazione, economia digitale, digital transformation e di come sta cambiando il mondo con le nuove tecnologie. Sono dal 2013 in Digital360 Group, prima in CorCom, poi in EconomyUp. In passato ho partecipato al primo esperimento di giornalismo collaborativo online in Italia (Misna).

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