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L'INCONTRO

Bip: le aziende cercano l’innovazione ma non sanno ancora come fare

di Giovanni Iozzia

22 Mag 2018

È aumentata la consapevolezza nei livelli alti ma serve una road map della trasformazione, dicono Carlo Capé e Fabio Troiani, CEO della società di consulenza italiana che punta sulle competenze digitali per raddoppiare il fatturato nei prossimi 5 anni. In programma un’acquisizione l’anno, nel nord Europa e negli USA

«Dall’inizio dell’anno abbiamo fatto 170 assunzioni e sono prevalentemente di figure digitali». Fabio Troiani e Carlo Capé non hanno dubbi: sul mercato c’è una forte domanda di competenze che le aziende non hanno e non possono, almeno per il momento, accogliere al loro interno. Quindi Bip, la società di consulenza che guidano, continua con la sua “propensione digitale” che le ha permesso una crescita importante. È passato un mese dall’ingresso del fondo APAX, un colosso del private equity (gli investimenti spaziano da Apple al portale immobiliare Idealista) che in aprile ha aperto il suo ufficio a Milano e ha investito 200 milioni nella società di consulenza italiana fondata nel 2003. Tutto resta come prima, con il presidente Nino Lo Bianco, i due amministratori delegati e i 18 equity partner alla guida del gruppo. Ma per cambiare profondamente le dimensioni e gli obiettivi della società.

Obiettivo Bip: almeno un’acquisizione l’anno

«Il nostro obiettivo è collocarsi fra le prime 40 firm del mondo». dice Troiani. E visto che le ultime della classifica adesso stanno attorno ai 400 milioni di dollari di fatturato, significa che Bip dovrà raddoppiare il suo giro di affari e avvicinarsi al mezzo miliardo nei prossimi 5 anni. Non potrà certo farlo solo con la crescita organica. «Le opportunità arriveranno anche da Apax, che per noi non è solo un investitore ma un partner strategico», spiega Capé. È ancora presto per indicare i nomi nel mirino ma la strategia è definita: «Non ci sarà certo una sola acquisizione da 200 milioni ma tante piccole acquisizioni nei mercati dove vogliamo crescere, dal Nord Europa agli Stati Uniti». E anche il ritmo: almeno un’acquisizione l’anno, con priorità assoluta al filone digitale. Bip è quindi salita su un ponte che la porterà in un’altra dimensione: il fondo prima o poi dovrà uscire e l’approdo più naturale sarà il collocamento in Borsa.

Le competenze digitali che mancano alle aziende

L’obiettivo è ambizioso: creare un’alternativa internazionale ai soliti nomi del mercato. «Manca un sarto che gestisca le strategie delle grandi compagnie», suggerisce Troiani. E pensa soprattutto a un “sarto” che sappia confezionare “abiti” digitali. «Delle nostre 1935 persone, circa 400 sono digitali». La sfida? Trasformare la consulenza in un servizio ripetibile, in una fornitura che non sia legata al durata di un progetto e alla vendita di ore uomo. «La strada è obbligata», sostiene Troiani, anche perché le aziende non possono oggi portarsi dentro le competenze necessarie per cogliere le opportunità offerte dalla tecnologie digitali. «È molto rischioso pensare di poter fare da soli intelligenza artificiale, ad esempio. Perché stiamo parlando di tecnologie in fortissima evoluzione». Prendiamo poi il caso dei data scientist, l’araba fenice del mercato del lavoro hitech: tutti li vogliono, nessuno sa dove trovarli. «In Bip ne abbiamo più di cento, è la più grande comunità in Italia», sottolinea con orgoglio Troiani. «Le aziende da parte loro fanno fatica ad attirarli perché spesso non hanno neanche un ruolo definito da offrire, una posizione chiara. Sono figure ancora di difficile collocamento negli organigramma tradizionali». Lo stesso vale per la cybersecurity e per altre tecnologie di frontiera come la blockchain.

I CEO vogliono il digitale ma non sanno perché

Per questo in BIP sono ottimisti: le aziende avranno sempre di più bisogno di consulenti in grado di affiancarle nel redesign delle loro organizzazioni, dei loro processi e dei modelli di business. «Le aziende hanno capito che non possono continuare come in passato ma non sanno ancora come governare il cambiamento». Anche se la presa di coscienza è diversa nei diversi livelli aziendali e nei diversi comparti di business. «Nel mercato dei servizi i CEO hanno capito benissimo, nelle fasce intermedie un po’ meno perché spesso vedono la trasformazione come una minaccia. I CEO quindi vogliono tutti il digitale, anche se a volte senza sapere bene il perché», osserva Capé che sottolinea quanto resti comunque fondamentale la conoscenza del business: «Noi andiamo sempre in coppia: l’esperto dell’industry con l’esperto digitale secondo le esigenze del progetto». Nel settore manifatturiero è ancora un gran mal di testa, è l’immagine proposta da Capé, che è anche presidente di Assoconsult di Confindustria. Non ha funzionato il piano Calenda? «Certo, ha fatto ripartire gli investimenti ma non sappiamo ancora se c’è stato un effetto positivo di Industria 4.0 sulla competitività delle nostre imprese. C’è ancora da capire come sono stati impiegate queste risorse e l’impressione è che tutto stia avvenendo molto a macchia di leopardo». Perché non è ancora chiara la differenza fra automazione e potenziamento delle competenze, “augmentation delle persone” per dirla in gergo consulenziale. «Quelle che serve alle aziende in questa fase è una road map. Molte non sanno da dove cominciare e tantomeno hanno chiaro dove arrivare», conclude Troiani. «Il vero tema resta la competitività: quanto e come gli investimenti in tecnologie digitali possono farla crescere?».

 

Giovanni Iozzia

Ho studiato sociologia ma da sempre faccio il giornalista. Sono stato direttore di Capital, vicedirettore di Chi e condirettore di PanoramaEconomy.

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