Gare pubbliche per l'innovazione: si può ancora chiedere il fax?

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Bandi pubblici per l’innovazione digitale: si può chiedere il fax a un operatore internazionale?



Bandi pubblici per l’innovazione, aperti a operatori internazionali che richiedono fideiussioni, dichiarazioni antimafia, numeri di fax. E risposte che arrivano dopo mesi. La PA non è ancora in linea con gli standard internazionali. E così anche i migliori progetti rischiano di non avere alcun effetto

di Alberto Onetti

28 Giu 2022


Photo by engin akyurt on Unsplash

Questa settimana riprendo (insieme ad alcuni commenti arrivati nelle prime ore) un post recentemente pubblicato su Linkedin da Marco Marinucci, mio partner a Mind the Bridge, che ha avviato un intenso dibattito sui bandi pubblici per l’innovazione digitale, perché credo stimoli una conversazione che il nostro Paese non possa più rimandare. Tema? Le obsolete modalità di interazione della Pubblica Amministrazione con il mondo dell’innovazione globale che causano un deficit competitivo spaventoso.

“La recente visita in Silicon Valley della sottosegretaria Anna Ascani (34 anni, appartenente alla benvenuta ed attesa nuova generazione di policy maker italiani) è stata un’opportunità per rivisitare un tema “antico” ma purtroppo sempre più pressante: i processi con cui la pubblica amministrazione italiana opera sono rimasti (per la maggior parte) arcaici e quindi sempre più disallineati con quello che il mercato richiede. Nello specifico, ci riferiamo in particolare alle gare pubbliche, a maggior ragione se su temi di supporto all’innovazione e digitalizzazione del Made in Italy.
Una struttura come l’ICE risulta decisamente inadeguata nei processi di supporto all’internazionalizzazione e alla crescita delle medie imprese e delle startup. Non per la qualità dei suoi funzionari, ma per il framework con cui sono questi costretti ad operare che non è adeguato alla velocità del mondo dell’export.
Il mondo non è più quello degli anni Settanta e Ottanta. La competizione per l’internazionalizzazione dei nostri prodotti cosi come per l’attrazione di capitali (finanziari e umani) è sempre più agguerrita, in particolare se consideriamo l’economia digitale. COVID e nomadismo digitale hanno esponenzialmente accelerato il processo già avviato da tempo che oggi si estende fino a coinvolgere gli ecosistemi locali. Oggi non c’è regione o città che non debba confrontarsi con questa nuova realtà. In gioco c’è la sopravvivenza della propria economia locale che può uscirne potenziata come “spolpata”.
Per il lavoro che gestiamo a Mind the Bridge ci troviamo da tempo al crocevia di queste percorsi di estensione internazionale interloquendo con gran parte del mondo. In questo confronto i programmi e – ancora più – i processi con cui l’Italia opera risultano (ahimè) i più astrusi e burocratici del mercato. Esempi?

  • Bandi pubblici aperti a operatori internazionali richiedono fidejussioni, dichiarazioni antimafia, numeri di fax, …
  • Processi che durano mesi quando le agenzie corrispondenti di gran parte del resto del mondo in settimane e con processi snelli avanzano, efficaci, verso i loro piani.

Risultato? In Italia anche gli investimenti pensati con le giuste motivazioni (il Fondo per l’Innovazione) alla fine portano a risultati sub-ottimali (al meglio) o a sperperare fondi (peggio).
Vari colleghi e amici del calibro di Diego Piacentini, Paolo Barberis, Gianluca Dettori, Vincenzo Di Nicola, Riccardo Luna, Salvo Mizzi,  tanto per citarne soltanto alcuni, si sono spesi negli ultimi dieci anni per supportare l’Italia nel percorso periglioso della digitalizzazione. Eppure pare ci siano ancora intere montagne da valicare.
Perché’ non utilizzare il supporto di noi operatori di mercato per aiutare a mettersi almeno al livello con il resto del mondo? I processi sono come i vestiti. Non possiamo presentarci al rave dell’innovazione con frac e capello a cilindro.
Suggerimenti sono (ovviamente) benvenuti.”

Marco Cantamessa

“Sarebbe questa la battaglia da combattere: con un sistema pubblico meno bizantino, molti problemi si risolverebbero da soli. Mi ritrovo pienamente nella constatazione “anche gli investimenti pensati con le giuste motivazioni … alla fine portano a risultati sub-ottimali (al meglio) o a sperperare fondi (peggio). E mi chiedo perché, negli anni, in così pochi abbiano avuto il coraggio di dirlo, mentre prevaleva il luogo comune “servono più soldi pubblici per sostenere l’ecosistema”. Eppure anche un bambino capisce che non ha senso mettere benzina in un’auto che ha la trasmissione rotta ed è rimasta senza ruote.”

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Alessandro Corti

“Assolutamente d’accordo. Noi come azienda innovativa lavoriamo e collaboriamo con ICE. Hanno un grande potenziale che viene frenato dalle complessità procedurali di tutto. E non sono alla velocità del mondo dell’export, che corre velocissimo con tante opportunità da poter cogliere nel Made in Italy e non solo #food che guida tutti per crescita.”

Salvo Mizzi

“Lodevole intento ma – believe me – non ce la possiamo fare. Non è solo tema italiano peraltro, il framework europeo non è da meglio. Ho fiducia soltanto nella capacità delle nuove generazioni.”

Guido Cattabianchi

“Durante i miei quattro anni all’ICE di Los Angeles le procedure si sono complicate anno dopo anno, altro che semplificazione. La (relativa) semplicità di fare impresa in US chiede procedure specularmente semplici e dirette a qualsiasi interlocutore. Pena l’esclusione, o la marginalità.”

Marco Filippi

“Un altro esempio: forzare un investitore (VC estero) a dover attivare un codice fiscale italiano per sottoscrivere l’aumento di capitale (tra l’altro passando per i notai ……). Risultato? Perso mesi di tempo, pagato un salasso per l’atto e fatto cattiva pubblicità al sistema Italia.”

Federico Francioni

“Bellissimo post e suggerimento. Sarebbe fantastico se potesse diventare una priorità per i nostri “governanti”. Sono abbastanza scettico, spero in sorprese ma altrimenti i capitali andranno altrove…”.

Silvia Veronese

“Noi a Comites siamo stati reduci da un tentativo semplice di automatizzare (leggi web form) un modulo amministrativo arcano (che andava stampato – e chi ha piu’ le stampanti? -, affrancato, imbucato, etc) e che, nei suoi brevi giorni di vita (2) aveva permesso a dozzine di persone di iscriversi efficacemente presso il Ministero. Il tentativo è stato bloccato (con una celerità incredibile), con il risultato che quasi nessuno poi si è iscritto. La logica, che avrebbe aiutato tanta gente, è stata completamente ignorata a favore di una burocrazia degna di una corte borbonica. L’Italia non capisce cosa sta succedendo al di fuori dei suoi confini. Finche’ siamo il paese con il numero più basso di laureati, la gente continuerà a sognare il reddito di cittadinanza, e la fuga dei cervelli continuerà. In fondo l’Italia resta il paese del facite ammuina”.

 

Alberto Onetti

Chairman (di Mind the Bridge), Professore (di Entrepreneurship all’Università dell’Insubria) e imprenditore seriale (Funambol la mia ultima avventura). Geneticamente curioso e affascinato dalle cose complicate.