A che punto è l'open innovation nel 2021 secondo Henry Chesbrough - Economyup

STARTUP INTELLIGENCE

A che punto è l’open innovation nel 2021 secondo Henry Chesbrough



Oltre a fornire una definizione aggiornata di open innovation, il professore che l’ha teorizzata nel 2003 spiega che oggi implica anche la revisione dei processi aziendali e dei profili lavorativi. E richiede nuovi indicatori per misurare le performance. Il suo intervento all’Osservatorio Startup Intelligence

di Alessandra Luksch

10 Set 2021


Henry Chesbrough all'Osservatorio Startup Intelligence

Partirà il 6 ottobre l’ottava edizione dell’Osservatorio Startup Intelligence in collaborazione con PoliHub.  Rispondere alle esigenze pressanti di innovazione delle imprese, acuite dalla pandemia, e far crescere gli Innovation Manager nel loro ruolo di game changer: così possiamo sintetizzare gli obiettivi dell’Osservatorio inaugurato quest’anno dall’intervento del 28 giugno scorso che ha visto protagonista il prof. Henry Chesbrough, Maire Tecnimont Professor of Open Innovation della Luiss University e Faculty Director del Garwood Center for Corporate Innovation UC Berkeley.

L’innovazione aperta si sta significativamente diffondendo nel nostro Paese, per aumentare l’efficienza dei propri processi, ridurre il time-to-market, anticipare e rispondere alle perturbazioni del contesto economico. Si tratta di un trend che emerge anche dai dati della ricerca dell’Osservatorio Startup Intelligence, secondo cui nel 2020 il 78% delle grandi imprese e il 53% delle PMI hanno adottato azioni di Open Innovation, sia inbound sia outbound, con una netta crescita rispetto a quanto rilevato nel 2019.

A questa diffusione si accompagna però il rischio che le imprese possano avviare programmi di innovazione aperta senza piena comprensione e consapevolezza dei principi e delle potenzialità di questo paradigma. L’intervento del prof. Chesbrough è partito proprio da questa riflessione per esplorare le condizioni limite dell’applicazione dell’Open Innovation.

Partiamo dalla definizione stessa contenuta nel recente testo pubblicato dal prof. Chesbrough, “Open innovation results”: “open innovation refers to a distributed innovation model that involves purposively managed inflows and outflows of knowledge across organizational boundaries, for pecuniary and non-pecuniary reasons, in line with the organization’s business model.” (Chesbrough and Bogers, 2014). L’Open Innovation è un modello di innovazione distribuita che coinvolge afflussi e deflussi di conoscenza gestiti in modo mirato tra i confini dell’organizzazione fino a generare anche “spillover”, il fenomeno che avviene quando un’attività economica produce effetti positivi anche oltre gli ambiti per cui agisce. Nella sua spiegazione Chesbrough ha sottolineato come l’applicazione dell’innovazione aperta non si esprima solo attraverso azioni, magari occasionali, come crowdsourcing, collaborazioni con startup o Università, o user innovation, ma come la sua attuazione implichi la revisione dei processi aziendali e dei profili lavorativi, con una forte componente culturale.

L’approccio all’Open Innovation presuppone infatti l’introduzione di nuovi indicatori per misurare le performance dell’innovazione. È ad esempio il caso di P&G, che ha definito un indicatore per assicurare che almeno il 50% delle innovazioni sviluppate in azienda provenga da fonti esterne. È necessario anche agire sulle logiche di definizione del portafoglio progetti di innovazione, così da riconoscere velocemente quali progetti possano avere più successo e quali invece debbano essere interrotti. Infine, serve introdurre in azienda la cultura del fallimento e accettare gli errori come parte naturale del processo di innovazione; questo consente di fallire velocemente con costi inferiori e successivamente imparare dai fallimenti per proseguire nella giusta direzione.

Tuttavia, un’altra importante condizione limite dell’innovazione aperta è legata alla capacità di mantenere all’interno competenze di innovazione anche nel momento in cui si esternalizzano stimoli e opportunità e parte della Ricerca e Sviluppo.

Molti di questi temi sono stati affrontati dallo Startup Intelligence nelle scorse edizioni e ci accingiamo a ripartire con il nuovo programma Startup Intelligence S08, che prevede 6 giornate di scouting di startup sui temi Identità Digitale, Talent Management, Transizione Energetica-Idrogeno, Data Strategy, Smart Building e Computer Vision, tre giornate di approfondimento su Transizione ecologica, Portafoglio progetti di innovazione e Innovation Maturity Model, e una giornata di team building a contatto con arte, cultura e paesaggio. A questo si aggiungono i tavoli di confronto tra partner, i project work con gli studenti del Politecnico di Milano, il convegno plenario e lo startup map di Polihub, nello sforzo di amplificare sempre più l’ecosistema di innovazione dei nostri partner: Acea, ACI, Agos, Amadori, Angelini, AriaSpa, BNP Paribas Leasing Solutions, Bticino, Cimbali, Edison, Eni, Esselunga, Ferrovie dello Stato Italiane, Gruppo Enercom, Gruppo Hera, Gruppo Tea, Inail, Janssen, Leonardo, Mediolanum, Mooney, Movyon, Parmalat, Pelliconi, Pirelli, Poste Italiane, Prysmian Group, Q8, Roche, Saipem, Smartpaper, Snam, Sogei, Unicoop Firenze, UnipolSai.

Vi aspettiamo!

 

Alessandra Luksch

Direttore dell'Osservatorio Startup Intelligence degli Osservatori Digital Innovation del Politecnico di Milano