Green fintech: così il Regno Unito mette in pratica la finanza sostenibile per rendere le aziende più competitive - Economyup

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Green fintech: così il Regno Unito mette in pratica la finanza sostenibile per rendere le aziende più competitive



La Gran Bretagna, già molto attiva sui temi della sostenibilità, ha imboccato con decisione la strada del green fintech, la finanza sostenibile, attraverso proposte e alcune concrete iniziative. Obiettivo: usare il green per meglio competere a livello mondiale. UK come caso da analizzare

di Lorenzo Esposito

12 Gen 2022


Il tema della finanza sostenibile e del green fintech ha, sin dall’inizio, una componente strategica e politica, in quanto i diversi governi e aree economiche cercano di usare la necessità della transizione verde come leva competitiva. Così, al di là dei vaghi accenni all’importanza di un coordinamento delle politiche per la transizione a livello internazionale, Stati Uniti, Cina, Unione Europea, e via via tutti gli altri protagonisti dell’economia mondiale, fanno dei temi della sostenibilità un ulteriore campo di competizione e di sostegno alle proprie imprese.

Finanza sostenibile in UK: “greening the finance”, “financing the green”

In questo quadro è particolarmente interessante il caso della Gran Bretagna. Il paese, infatti, ha cominciato il percorso della transizione come stato membro dell’Unione Europea ma, dopo la Brexit, prosegue oggi una via solitaria che è sì grosso modo parallela, ma anche lievemente divergente da quella dell’Unione. Anche in questo caso è interessante domandarsi: questa divergenza è volta a una transizione migliore, più efficace, o fa parte degli sforzi per avvantaggiare il sistema paese britannico?

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Sicuramente, anche prima della burrascosa separazione, la Gran Bretagna era tra i paesi più attivi dell’Unione sul tema della sostenibilità. Come si osserva in un documento del governo del 2019, già con il Climate Change Act del 2008 il paese, primo al mondo, aveva fissato obiettivi vincolanti a lungo termine per la riduzione delle emissioni e la scelta sembra aver dato buoni frutti. Infatti, osservava sempre il documento, dal 1990 l’economia britannica è cresciuta di due terzi riducendo nel contempo le emissioni di oltre il 40%, la migliore performance nell’ambito del G7. Tuttavia, c’è da dire che questi successi non sono legati tanto a investimenti in tecnologie meno inquinanti, quanto piuttosto alla deindustrializzazione del paese. Non a caso il documento non tratta aspetti legati a nuovi cicli produttivi o casi di industrie che hanno ridotto fortemente le emissioni, ma si concentra sull’aspetto finanziario della sostenibilità. La strategia è infatti riassunta nel binomio “greening the finance”, “financing the green”.

La crisi post-Brexit e il green fintech come arma competitiva

Lo scopo è esplicitato chiaramente: permettere al paese di catturare le opportunità commerciali della finanza sostenibile. La sostenibilità è dunque una leva per difendere l’importanza di Londra come piazza finanziaria. Ora, vi è da dire che dopo la Brexit, la City non se la passa benissimo. Questo non tanto per i posti di lavoro (si parla di appena 7.500 posizioni perse) quanto per numero di società: si stima infatti in oltre 500 il numero di imprese che si sono spostate nell’Unione Europea con i relativi volumi d’affari calcolati in circa 1.000 miliardi di sterline. Dal canto suo, la Commissione Europea non ha particolare fretta di garantire alla piazza londinese lo status di mercato equivalente a quelli dell’Unione, così drenando scambi verso il continente. Il governo inglese sta dunque cercando di difendere la City, il gioiello della corona dell’economia britannica, dalle conseguenze della Brexit. È questa la chiave di lettura con cui vanno analizzate le scelte che riguardano anche la sostenibilità: usare il green per meglio competere a livello mondiale, e il documento del governo del 2021 lo conferma appieno.

Dati sulla sostenibilità: l’importanza della disclosure

Questi scopi diciamo “domestici” non impediscono comunque alle iniziative sviluppate di avere rilievo e importanza e di costituire un esempio anche per altre economie. Un primo aspetto è quello della disclosure e del reporting dei dati sulla sostenibilità. Si tratta di un tema complesso e con ampie ramificazioni. Si pensi, per tutti, al tema contabile: le istituzioni internazionali che si occupano degli standard contabili stanno lavorando assiduamente per produrre una versione green di questi standard. La disclosure di dati sia di bilancio che non attinenti strettamente ai documenti contabili ci conduce all’aspetto delle metriche di misurazione. Sul tema, il governo britannico segue le considerazioni che la TCFD (Task Force on Climate-related Financial Disclosures), apposita Task Force creata dal Financial Stability Board, ha di recente prodotto in materia. In assenza di modelli già operativi, la TCFD propone dei principi generali che le metriche dovrebbero rispettare (come la loro utilità nel prendere decisioni, la chiarezza, l’affidabilità, l’oggettività, la coerenza e così via). Come però poi sviluppare concretamente le metriche, se a livello di singola azienda, settoriale, nazionale o addirittura internazionale (per tenere conto delle supply chain globali), se tener conto del rischio fisico, di più facile misurazione, o anche del rischio di transizione, molto più difficile da misurare, è ancora tutto da definire.

La proposta di una “UK Green Taxonomy”

È interessante osservare che, in connessione con gli sforzi che la TCFD sta mettendo in campo per giungere a definizioni, metodi e metriche comuni, il governo britannico propone una “UK Green Taxonomy” come base di partenza. L’introduzione di questa tassonomia potrebbe sembrare un dettaglio secondario ma è una precisa spia dell’atteggiamento di Downing Street sul tema. Infatti, la tassonomia britannica, ammette il governo, sarà basata sulla tassonomia dell’Unione Europea. In pratica, l’enorme mole di documentazione tecnica che i vari gruppi tecnici dell’Unione hanno prodotto sulla classificazione delle attività produttive (e che prende appunto il nome di EU Taxonomy) è stata ereditata anche dalla Gran Bretagna che semplicemente se ne discosterà per assicurare che sia adatta al mercato inglese e alle scelte politiche del governo. È improbabile che le due tassonomie si discosteranno molto per il praticissimo fatto che altrimenti le aziende britanniche dovrebbero utilizzare due metriche parallele per accedere al mercato dell’Unione. Rimane l’atteggiamento di fondo: rimaneggiare la tassonomia non per aspetti tecnici ma per dare un vantaggio alle aziende nazionali, potendo anche contare sulla lentezza della macchina amministrativa europea che, per modificare la tassonomia, deve mettere d’accordo 27 governi. Che però ciò permetterà alla tassonomia britannica di essere la più rigorosa e scientificamente avanzata c’è da dubitarne.

Le iniziative della finanza UK per il green fintech

Un ultimo aspetto che tocchiamo è quello delle iniziative portate avanti dalle autorità finanziarie britanniche. Si tratta di una nutrita serie di misure che riguardano sia le norme sia progetti che mirano a mettere al centro del sistema finanziario il tema della sostenibilità. Ricordiamo, in particolare, il Climate Financial Risk Forum, creato dalla FCA (Financial Conduct Authority, l’autorità di tutela dei consumatori di prodotti finanziari) e dalla PRA (l’autorità che si occupa della vigilanza prudenziale) nel 2019, per avanzare la consapevolezza del settore finanziario sui rischi legati al cambiamento climatico ma anche sulle relative opportunità di business. il Forum ha pubblicato vari documenti in cui ha discusso, tra l’altro, dei temi della disclosure, di cui abbiamo già detto, di come creare analisi di scenario adatte al tema della sostenibilità, di come allineare l’organizzazione del risk management delle banche e delle imprese finanziarie al temi del climate change, ecc. ecc.

Una seconda interessante iniziativa è il Green Fintech Challenge che la FCA propone con lo scopo di promuovere i temi del green fintech nell’ecosistema finanziario britannico. L’autorità britannica, in pratica, fornisce alle imprese un supporto sotto vari profili (analisi della compliance regolamentare, test di funzionalità del modello di business, presentazione del progetto per facilitare finanziamenti), così aiutando le imprese a sviluppare progetti realmente innovativi. Le imprese che vogliono possono poi accedere al regulatory sandbox per un test “su strada” del progetto. La FCA aveva già proposto un’iniziativa analoga nel 2018, ed è stato il successo del primo Challenge a spingere per il secondo. Sebbene l’iniziativa si rivolga soprattutto a start-up, è comunque aperta anche a operatori già esistenti, technology provider ecc. Tra gli esempi di aziende coinvolte, la FCA ricorda uno strumento di machine learning che usa dati satellitari con cui analizza la resa commerciale di installazioni a pannelli fotovoltaici e a energia eolica per desumerne il rendimento atteso dell’investimento e una piattaforma che analizza il rating ESG delle imprese.

Tutte queste iniziative rendono concreto l’approccio della FCA e in generale dei financial regulator britannici alla finanza sostenibile rispettando il commitment del governo per un’economia a emissioni nette zero entro il 2050. Questo attivismo a favore della transizione verde è assolutamente benvenuto, sebbene le motivazioni, come abbiamo spiegato, siano meno nobili di quanto potrebbero sembrare.

 

Lorenzo Esposito

Lorenzo Esposito lavora da oltre vent’anni nell’ambito della vigilanza bancaria e finanziaria della Banca d’Italia; è professore a contratto di Economia Monetaria presso la “Cattolica” di Milano. Si occupa di…