Fintech, se Roma e Milano lavorano bene insieme c'è un'opportunità per l'Italia | Economyup
Questo sito utilizza cookie per raccogliere informazioni sull'utilizzo. Cliccando su questo banner o navigando il sito, acconsenti all'uso dei cookie. Leggi la nostra cookie policy.OK

DIETRO LE QUINTE

Fintech, se Roma e Milano lavorano bene insieme c’è un’opportunità per l’Italia

di Giovanni Iozzia

02 Ago 2017

Un tavolo al Ministero dell’economia, un’indagine parlamentare e un District nella città lombarda che punta a diventare il polo europeo. L’Italia finalmente si muove sulla finanza innovativa. Ora è importante andare avanti di concerto, pubblico e privato, e rapidamente. Senza dimentica Bankitalia e Consob…

Un tavolo di lavoro aperto al Ministero dell’Economia e della Finanza. La preparazione di un Fintech District a Milano. Persino un’indagine parlamentare per capire come rendere l’Italia un Paese più semplice per chi vuole portare innovazione nell’industria dei servizi finanziari.

C’è grande fermento attorno al fintech

Sembra che finalmente le banche e le istituzioni pubbliche abbiano deciso di prendere seriamente in considerazione il lavoro di tantissime startup, italiane e non, che fino a qualche tempo fa veniva magari considerato solo il giochino di giovani visionari e sconclusionati da chi per anni si è autorassicurato con la cultura del “tanto questo non si può fare”. Ma le cose cambiano e arriva il momento in cui devi decidere se accompagnare il cambiamento o farti travolgere. Lo hanno certamente compreso le banche che, però, faticano ad adeguare cultura, sistemi e processi interni. Lo sta comprendendo chi governa la cosa pubblica e vede giustamente un’opportunità di crescita e non una minaccia nell’evoluzione digitale dei servizi finanziari.

La partita di gioca fra Milano e Roma. A fine luglio si è insediato un tavolo di lavoro voluto al MEF per capire quali norme vanno cambiate o create per rendere questo Paese più ospitale per le startup del fintech. Attorno siedono, tra gli altri, Pietro Sella, Paolo Galvani di MoneyFarm (roboadvisory), Alberto Dalmasso di Satispay (pagamenti digitali), Ignazio Rocco di Torrepadula di Credimi (digital lending), Paolo Gesess di United Ventures (venture capital), Stefano Tresca di Level39 di Londra (il più grande acceleratore fntech del mondo), Christian Miccoli di Conio (bitcoin), Mario Scuderi di Invitalia (venture capital). Del gruppo fa parte anche l’onorevole Sebastiano Barbanti (PD), il deputato che ha promosso l’indagine parlamentare in commissione finanze programmata dopo la pausa estiva e che avrebbe in mente la creazione di un’associazione di categoria, un’Assofintech in grado di rappresentare gli interessi delle aziende del settore.

Sullo sfondo la Brexit e il ruolo di Milano

Il tavolo tornerà a riunirsi a settembre per affontare i punti emersi nel corso del primo incontro. Primo obiettivo: darsi delle priorità, perché sono tante, forse troppe, le cose che il Parlamento dovrebbe modificare per sostenere lo sviluppo del fintech in Italia. Sicuramente bisognerà cominciare dall’eliminazione del codice fiscale obbligatorio come strumento di identificazione, dalle licenze temporanee per gli operatori finanziari e dalla istituzione di un referente unico nelle autorità di controllo, le “sandbox” istituite nel 2016 in Gran Bretagna.

Sullo sfondo c’è la Brexit. Con la lenta ma a questo punto inevitabile uscita dall’Unione europea della Gran Bretagna, Londra è destinata a perdere parte del suo appeal per i nuovi business della finanza. Non ci sono solo agenzie europee da trasferire (e l’Italia e Milano si sono messe in gara per l’EMA, quella del farmaco) ma c’è anche da spostare un punto cardinale per le nuove imprese del fintech. Milano ha le caratteristiche per poter essere il nuovo: c’è la Borsa, c’è una consolidata tradizione finanziaria, ci sono le startup. Logico quindi che il gruppo Sella abbia pensato di dedicare buona parte del suo nuovo mini-grattacielo di Porta Nuova alla community fintech. Sarà pronto per ottobre e punta a diventare l’hub italiano del fintech. Ci riuscirà se non sarà soltanto un elegante spazio per nuovi uffici ma un centro di produzione e propulsione della nuova cultura digitale finanziaria. All’iniziativa privata si aggiunge quella pubblica. La city manager del Comune di Milano, Arabella Caporello, nelle ultime settimane ha lavorato sul dossier  “Milano, capital del fintech”. In questo caso l’interesse è posizionare l’intera città, più che un palazzo, nel nuovo scacchiere europeo e non è quindi escluso che si possa concretizzare un’alleanza con il gruppo bancario di Biella. La city manager meneghina ha volato all’estero ma anche a Roma, perché non si può incentivare il fintech e attirare imprese dall’estero senza un quadro normativo rinnovato.

 Il coinvolgimento di Consob e Banca d’Italia

«Stiamo muovendo i  primi passi, ma è importante che nasca consapevolezza verso le opportunità che il fintech può portare», osserva Alberto Dalmasso di Satispay. «Opportunità che non si colgono diventano perdita di ricavi e posti di lavoro a favore di attori internazionali». Se non si colgono queste opportunità potenzialità ci sono tutte: l’Italia è un mercato da decine di milioni di potenziali clienti». «Nei prossimi anni spariranno il 47% dei posti di lavoro tradizionali. Al contrario, i posti di lavoro legati al Fintech a Londra aumentano del 5% al mese», sottolinea un altro partecipante al tavolo del MEF, Stefano Tresca di Level39. «Le istituzioni Italiane hanno fatto benissimo ad attivarsi su questo mercato, ora è importante che non si fermino prima di avere raggiunto risultati pratici».

Quindi c’è un’opportunità per l’Italia, che comunque è un mercato potenziale di diverse decine di milioni di clienti. Se Milano e Roma lavoreranno bene, di concerto e concretamente, si creeranno le condizioni per poterla cogliere. Ma bisogna fare presto, senza dimenticare che tutto quello che si farà sarà inutile senza il coinvolgimento di due soggetti importanti per qualsiasi impresa finanziaria, Banca d’Italia e Consob. Ci sono cose che neanche la politica può fare di fronte alle autorità indipendenti. Come per esempio, costringerle ad accettare domande di autorizzazione in una lingua diversa dall’italiano. in Estonia succede già…Ma questo è un altro discorso.

 

Giovanni Iozzia
direttore responsabile EconomyUp

Ho studiato sociologia ma da sempre faccio il giornalista. Sono stato direttore di Capital, vicedirettore di Chi e condirettore di PanoramaEconomy. Dal 2014 conduco il magazine settimanale EconomyUp su ReteconomySky512

Articoli correlati