Clelia Tosi, nuova Head of Fintech District: “Vorrei più casi di open innovation" - Economyup

L'INTERVISTA

Clelia Tosi, nuova Head of Fintech District: “Vorrei più casi di open innovation”



“È il momento della consapevolezza per gli incumbent delle opportunità che nascono dalla collaborazione con realtà nuove e innovative”, dice Clelia Tosi, nuova responsabile del Fintech District. La sua storia e la sua visione dell’innovazione

06 Set 2022


Clelia Tosi, Head of Fintech District

Si apre un nuovo capitolo per il Fintech District, la community internazionale di riferimento per l’ecosistema del fintech in Italia: ne prende il timone Clelia Tosi, già nel District dal 2019, succedendo ad Alessandro Longoni che l’ha guidato fin dalla nascita nel 2017.

Clelia Tosi, 37 anni, ha scoperto il suo amore per l’economia alla fine del liceo classico, quando ha scelto di laurearsi in Management per l’impresa. Entrata in Accenture, si è occupata di progetti di digitalizzazione per il mondo bancario prima di virare verso la ricerca al CeTIF dell’Università Cattolica, dove ha avuto modo di lavorare sull’innovazione dei financial services in tutti i diversi ambiti del mondo finanziario. Il suo percorso l’ha portata a settembre 2019 al Fintech District, inizialmente con il ruolo di Business Development Manager e in seguito come Head of Partnerships and Growth.

“Il mio percorso mi ha portata a una solida conoscenza del mondo finanziario e dei suoi problemi, e anche delle sue soluzioni, prima fra tutte la tecnologia” spiega a Economyup. “Il Fintech District continuerà ad essere un aggregatore di ecosistema per la crescita del fintech italiano, in primis la nostra community. Raccogliamo oggi 240 aziende, di cui 10 unicorni, e puntiamo a 250 entro fine anno.”

Come Head of Fintech District quali saranno gli ambiti di sviluppo su cui punterai?

“A guidarmi in questa avventura sarà l’obiettivo di sviluppare sempre più le partnership: il fintech ancora oggi è visto come un concorrente del mondo finanziario tradizionale. Nel futuro mi piacerebbe raccontare sempre più casi di open innovation. È il momento della consapevolezza per gli incumbent delle opportunità che nascono dalla collaborazione con realtà nuove e innovative più a contatto con i bisogni del cliente.

Il Fintech District in questi anni è cresciuto tantissimo. Abbiamo sviluppato il nostro evento, il Milan Fintech Summit (la cui terza edizione si terrà dal 5 al 7 ottobre) con l’obiettivo di posizionare Milano come capitale del fintech a livello internazionale. Si tratta di un evento in collaborazione con Business International – Fiera Milano e con il patrocinio del Comune che raccoglie tantissimi speaker anche internazionali.

Un segno di interesse da parte del mondo fintech internazionale per l’Italia?

Assolutamente sì. Guardando ai dati, più del 50% degli investimenti venture capital sul fintech italiano sono fatti da fondi internazionali. Purtroppo siamo ancora il fanalino di coda rispetto ai numeri degli altri paesi europei, però una crescita c’è. Sono felice di essere in questa posizione in questo momento anche per avere l’opportunità di vedere come le cose si evolveranno.

Tornando ai vostri ambiti di sviluppo…

Un altro filone su cui vogliamo concentrarci è il supporto a progetti di open innovation con le corporate. Abbiamo lanciato anche una Academy per diffondere una conoscenza approfondita di questo modello. C’è ancora tanto da raccontare sul fintech: che cos’è, la tassonomia, gli attori e i suoi pro e contro. Allo stesso tempo, vogliamo abilitare questi progetti di collaborazione, in primis con Fabrick di cui facciamo parte, ma anche collaborando con tutti gli altri player in una logica di apertura che abbiamo sempre avuto e sempre avremo.

Nello specifico stiamo sviluppando alcuni progetti per stimolare l’innovazione interna, partendo dalla formazione per arrivare allo sviluppo di PoC e partnership. Facciamo anche molta attività di matchmaking tra le corporate e aziende nella nostra community. Per citare un esempio di successo, l’acquisizione da parte della storica società di credito OCS di Redo, fintech attiva nel mondo del microlending.

Riassumendo quindi, le nostre principali linee di crescita sono il mondo degli investimenti, l’ambito internazionale, e lo sviluppo di progetti di successo. Sono sempre state le nostre direttive, ma grazie al posizionamento raggiunto in questi anni penso che ora il District sia in grado di metterle veramente a terra.

Qual è oggi lo stato del fintech in Italia?

Oggi il fintech italiano sta bene. La crescita c’è, sul territorio contiamo circa 400 fintech. I focus principali sono realtà con modelli di business b2b o b2b2c, quindi con collaborazioni con terze parti, corporate e business.

Il fintech si sta anche ampliando come concetto. Abbiamo rinnovato la nostra tassonomia, creando un nuovo cluster dedicato alle Techfin, ovvero realtà che partono dalla tecnologia e che hanno applicazioni anche per i financial services – un rovescio della medaglia del fintech. Abbiamo inserito il gruppo che tratta di crypto e blockochchain, anche alla luce di metaverso e nuovi trend. Altro filone interessante è quello del fintech for good, realtà che usano la tecnologia per abilitare nuove soluzioni che rendano i processi bancari e finanziari più sostenibili, sia sull’ambiente che sulle persone con nuove soluzioni di credito più inclusive.

Un dato importante è che il 20% delle realtà della nostra community possono essere considerate scaleup, e questo riflette il panorama in generale: comincia ad essere un ecosistema maturo, pronto a investimenti anche più massicci.

E gli ostacoli?

Gli ostacoli sono diversi, a partire dal tema regolamentare. Fare business in questo settore implica grossi costi a causa della capillare regolamentazione, ma considero d’altra parte la PSD2, l’open finance e l’embedded finance anche come un’opportunità.

Un aspetto che frena in alcuni casi è la mancanza, da parte della azienda, di una cultura della crescita scalabile alla base del percorso da startup a scaleup a unicorno, che è quello che serve in questo momento per stare al passo con i nostri competitor internazionali.

Ultimo ostacolo è quello dell’integrazione. Stiamo iniziando a vedere ottimi esempi di partnership, ma c’è ancora tanta fatica nel mettere a terra progetti in questo senso.

Tutto considerato, ci sono luci e ombre ma saldo è assolutamente positivo.

Cosa dovrebbe fare il governo che sarà per sostenere il fintech italiano?

Vedo un’Italia positiva. Le opportunità ci sono, a partire dal PNRR. Serve più dialogo con gli operatori, sia imprenditori che associazioni, con i regolatori e con il MeF, e in generale serve sostenere la crescita delle aziende con investimenti, formazione del capitale umano e alleggerimento della burocrazia.

Penso sia arrivato il momento della crescita, non ci sono più scuse. L’ecosistema è pronto e deve prendere il passo dei nostri competitor europei. Dobbiamo lavorare insieme in questa logica, con iniziative di sistema che possano far bene per il paese.

Maura Valentini

Laureata in lingue orientali, sono un'amante di Giappone e innovazione. Parte del gruppo Digital360 dal 2020, scrivo per le testate EconomyUp, InsuranceUp e Proptech360.