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Startup in Italia, i segnali positivi (e quelli negativi) che il 2018 ci lascia per il 2019

di Stefano Peroncini

04 Gen 2019

La manovra di bilancio promette bene, gli investimenti si spostano dal digital verso progetti “hard” (nuovi materiali, manifattura, medtech) e nei prossimi 12 mesi potranno raggiungere quota 1 miliardo. Ma i round restano piccoli, le exit poche e non vengono quasi mai rivelati i valori. Perché si guadagna ancora troppo poco

2018, the best year for startup! Finalmente archiviamo un anno con buone notizie per le startup in Italia: come già avevo scritto in un post proprio un anno fa, il miliardo di investimenti è davvero vicino e prevedo che nel 2019 lo raggiungeremo. E si potrebbe anche superare, se i decreti attuativi dei prvvedimenti del Governo per il venture capital prendessero davvero forma.

Startup e venture capital , la manovra di fine anno

Per ora abbiamo una manovra di fine anno 2018 che – limitando il giudizio per quanto riguarda il mondo delle startup e venture capital – rischia di essere la migliore manovra che l’Italia abbia mai avuto:
– 110Ml€ dello Stato da investire tramite il “Fondo di sostengo al Venture Capital”
– la possibilità per i fondi della previdenza obbligatoria di destinare parte della loro dotazione in investimenti in fondi di venture capital
– l’obbligo per PIR (piani individuali di risparmio) di investire il 3,5% delle loro risorse in fondi di VC
– l’obbligo per lo Stato di investire almeno il 15% degli utili provenienti dalle società partecipate dello Stato in fondi di VC
– detrazioni fiscali aumentate dal 30 al 40%
– altri incentivi per tutto l’ecosistema, compresi quello fiscale per l’acquisizione di startup innovative da parte delle Corporate
– l’inserimento della figura del business angel in un apposito registro tenuto da Banca d’Italia

Tutti argomenti da esplodere in un prossimo articolo.

3 segnali positivi che arrivano dagli investimenti 2018…

Gli investimenti stanno crescendo, ci stiamo avvicinando alla prima soglia obiettivo, quello del miliardo di euro di investimenti all’anno. Certo, i quasi 700 milioni di investimenti sono ancora 1/5 rispetto alla Spagna, 1/11 rispetto alla Germania e 1/12 rispetto alla Francia. Ma i dati a consuntivo potrebbero anche essere migliori, quindi cerchiamo di essere ottimisti e avanti cosi.

segnali positivi che leggo in questo magic number, come stimato nel Report annuale dell’Osservatorio del Politecnico di Milano presentato a fine novembre:

  1. cominciano ad arrivare “soldi seri” da parte di investitori esteri: ben 229 milioni, su quasi 600 milioni di investimenti certificati dal Report; vero è che ben 100 sono finiti in un’unica azienda (Prima Assicurazione, startup insurtech specializzata in polizze auto), ma va bene lo stesso;
  2. gli investitori informali si avvicinano in termini assoluti ai capitali investiti dai professionali, 154 miliono vs 229, grazie sia al crowdfunding che continua a crescere con successo che ad un sempre maggior numero di business angels e altri manager e professionisti che decidono di diversificare investendo direttamente in startup;
  3. il raddoppio degli investimenti formali, ossia i fondi di investimento di VC, da 107 milioni nel 2017 ai 215 stimati nel 2018

…e qualche segnale negativo, a partire dalle poche exit

Non mancano i segnali negativi:

  1. sono anni che negli investimenti formali ci si “arrabatta”, come ormai sono solito dire, tra i 100 e i 200 milioni. Ma le cose cambieranno: nei prossimi anni numerosi sono i nuovi fondi che hanno appena terminato la raccolta o la faranno nel primo quarter 2019 e che quindi dispiegheranno risorse importanti sul mercato. United Ventures, P102, 360 Capital Partners, Indaco sono solo gli ultimi che hanno munizioni che si avvicinano in totale ai 500 milioni. Ci sono poi i capitali messi a disposizione dalle iniziative istituzionali oggi attive, quali il Fund of Funds FARE Venture di Lazio Innova(80 milioni, con i relativi fondi paralleli che verranno annunciati a breve), la piattaforma Itatech per il technology transfer (200 milioni, di cui già impiegati per 4/5)) o i nuovi fondi promossi da Fondo Italiano di Investimento.
  2. la quantità delle exit, sempre troppo esigua;
  3. le valorizzazioni eccessive di round di investimento, che in alcuni casi raggiungono i 100 milioni di pre-money senza dei veri “asset” sottostanti, che sono il risultato più di abili founder piuttosto che di modelli di business realmente sostenibili nel lungo periodo (il che rischia di pregiudicare ulteriormente il punto precedente oltre che rendere difficili round di investimento intermedi);
  4. la non volontà, soprattutto da parte degli investitori formali, di dare disclosure dei valori delle exit. Questo non fa bene al sistema: capisco che se si guadagna poco, i fondi non abbiano particolare interesse a mettere in piazza il loro track-record; capisco anche che se si guadagna “troppo”, i founder non hanno interesse a far sapere che sono belli liquidi. Però qui bisogna tutti contribuire a fare sistema e supportare il micro mondo del venture capital italiano. La regola quindi dovrebbe essere quelle di comunicare, facendo disclosure per generare un effetto traino e di cultura su tutti. Come ho avuto modo di commentare sul post di Marcello Segato, già CEO di Zehus che ha da poco realizzato la vendita della sua startup, una exit non è mai banale, non è scontata: vuol dire creare valore che qualcuno è disponibile a riconoscere, ripagando commitment e sforzi oltre misura che negli anni vengono profusi.

Il nuovo trend: meno digital, più material science

Ma c’è un altro dato che mi colpisce, forse ancora non ripreso dai numeri, e i segnali per l’avvio di un nuovo trend per il prossimo triennio ci sono tutti. Un’attenzione sempre crescente verso le iniziative meno digital based e più “hardware” intensive, quali quelle legate ai materiali avanzati e più in generale all’area del Materials Science. Sono iniziative che quasi sempre nascono dai centri di ricerca e università più innovativi del paese, quindi con alle spalle tanti anni di ricerca scientifica e un know-how consolidato, coperto da brevetti e che lascia spazio ad innumerevoli applicazioni, trasversali ai settori e valorizzabili secondo un approccio circular economy.

E notizia di poche settimane fa di un round di investimento importante di una Corporate in uno spin-off dell’istituto Italiano di Tecnologia, Bedimensional, attiva sul grafene, dai più considerato come il materiale delle meraviglie. Già, perché il grafene, che tecnicamente può essere rappresentato come un singolo strato di grafite (ossia ciò che compone la matita, concepita per la prima volta dagli italianissimi coniugi Bernacotti) è dai più considerato come il materiale delle meraviglie.

Qui un gran bel video della bravissima Greta Radaelli ai TEDx Talk, che spiega in maniera semplice e chiara questo smart material: “il grafene è un pò il migliore in tutto, non esiste nulla di più sottile, non esiste nulla che abbia una resistenza meccanica pari a lui, è addirittura superiore a quella dell’acciaio; è così forte ma estremamente flessibile, leggero e completamente impermeabile. Non ci sono sostanze o elementi che lo possano attraversare, ed è il miglior conduttore di calore conosciuto, è uno dei migliori conduttori di elettricità, trasporta corrente in maniera estremamente efficace; è trasparente, lascia che lo luce lo attraversi.” 

E qui un articolo di approfondimento su Startupbusiness a cura di Emil Abirascid. Ciò che trovo particolarmente interessante di questa operazione sono senza dubbio i 18 milioni di investimento per costruire un impianto per la produzione di questo materiale delle meraviglie nella forma più pura che ci sia, ma soprattutto l’impegno di una corporate italiana per far si che si realizzi un effettivo technology transfer del risultato di anni e anni di ricerca scientifica verso il mondo produttivo e dei consumatori finali.

Che cosa ci dicono i principali premi del 2018

Vero che in questo paese ultimamente un premio non lo si nega a nessuno; però mi hanno particolarmente colpito gli ultimi progetti delle principali piattaforme di scouting di nuove idee oggi attive in Italia.

Cominciamo dal Premio Nazionale Gaetano Marzotto, sicuramente uno dei migliori contest che in questo momento abbiamo, per capillarità sul territorio e per la visione che la famiglia Marzotto, promotrice del Premio, porta con sé.

  • Bettery, spin-off dell’Università di Bologna, un gruppo di ricerca affiatato che da anni studia per sviluppare un prototipo di una batteria innovativa (con un solida copertura brevettuale) che può essere ricaricata attraverso la sostituzione di un liquido, cosa che potrebbe rivoluzionare il mercato delle auto elettriche, superando di fatto i limiti delle attuali batterie a stato solido (io fossi Elon Musk, un pensiero ce lo farei a venire qui in Italia).
  • Particulate Matter, che ha sviluppato un materiale innovativo progettato per l’intrappolamento del particolato atmosferico, e che ha vinto il Premio Speciale Italcementi-HeidelbergCement Group «…per la forte valenza di sostenibilità del progetto, che migliora la qualità dell’aria e rappresenta una possibile concreta attuazione dei principi d’economia circolare, valorizzando materiali di riciclo e sottoprodotti di processi produttivi». Un materiale avanzato che ha una capacitò di rimozione del particolato superiore di almeno 100 volte rispetto a quello naturale della vegetazione. E anche questo progetto nasce grazie alla collaborazione dell’Università di Brescia e l’INSTM (consorzio universitario attivo sui materiali).
  • Fili Pari, che ha sviluppato tecnologie innovative per la valorizzazione delle polveri di marmo, applicandole al settore del tessile e che ha vinto il Premio Speciale UniCredit Start Lab «..per l’innovatività del prodotto e per l’orientamento al Made in Italy che ha il progetto, per l’impatto ambientale che l’adozione di questa tecnologia potrà avere per il settore del Fashion e per i consumatori finali, per il team totalmente femminile”. Il prodotto risultante è la membrana Veromarmo, un microfilm brevettato contenente polvere di marmo e che promuove un utilizzo efficiente dei materiali di scarto delle lavorazioni dei distretti lapidei. La startup è incubata al Polihub di Milano, il suo claim davvero originale: “indossa il marmo”.
  • Respect Life, un nuovo concetto di tessuto e abbigliamento funzionale che rispetta l’ambiente e la fisiologia umana, che ha vinto il Premio Speciale Corporate Fast Track. L’innovazione sta nel tessere il polipropilene, inventato negli anni ‘50 dal premio Nobel Giulio Natta, in armature a tela, per produrre biancheria e abbigliamento naturalmente batteriostatici, antiacari, resistenti alle muffe, agli insetti e ad altri microrganismi. E con un ciclo di produzione circolar economy-oriented.
  • Columbus’ Egg TM, un packaging innovativo applicabile al comparto food & beverage che estende la durata dei prodotti, abbattendo con risoluzione gli sprechi alimentari. Si tratta di una pellicola edibile e biodegradabile, che protegge gli alimenti da muffe, lieviti e batteri, ideata da uno studente e futuro imprenditore del campus di Piacenza dell’Università Cattolica. Un materiale che grazie all’utilizzo di componenti naturali, sostenibili e a basso costo, potenzialmente combina tre funzioni: estensione della shelf-life, monitoraggio della freschezza, azione benefica sul consumatore.

Vediamo ora il Premio Nazionale dell’Innovazione, la più grande e capillare business plan competition italiana, dove concorrono i migliori progetti d’impresa innovativa vincitori delle 15 competizioni regionali che coinvolgono le 47 università e incubatori associati.

  • La startup MOI, vincitore assoluto del premio, è uno spin-off del Politecnico di Milano, ha sviluppato e brevettato una tecnologia di additive manufacturing in grado di realizzare prodotti ad elevate prestazioni in materiale composito (ossia una materiale che deriva dall’unione di due o più materiali a caratteristiche diverse, che da soli non hanno un grande pregio ma che uniti esaltano le loro proprietà). Un sistema che prevede l’utilizzo di una macchina a controllo numerico in grado di depositare delle fibre continue impregnate di resina termoindurente al fine di creare oggetti ad elevate prestazioni orientando le fibre in funzione del carico che dovranno sopportare.
  • Phononic Vibes, vincitore del premio speciale Unicredit Start Lab, è un altro spin-off del Politecnico di Milano, che ha realizzato un meta-materiale (ossia una struttura le cui proprietà non dipendono dalla materia ma dalla geometria) che abbatte significativamente rumori e vibrazioni. Ancora una volta, una tecnologia brevettata che deriva dall’attività di ricerca dei founder svolta al Politecnico di Milano e del MIT di Boston e che dovrebbe essere portata sul mercato grazie ai capitali del fondo di Technology TransferPoli360.
  • InnovaCarbon, startup dell’Università della Calabria, che ha vinto il premio Iren Cleantech & Energy, operante nel settore ambientale, che utilizza nanomateriali (ossia materiali i cui principali componenti hanno dimensioni comprese fra 1 e 100 miliardesimi di metro) come mezzi adsorbenti per depurare acque di scarico industriali e bonificare siti contaminati da idrocarburi.
  • Tomapaint, progetto d’impresa di Parma che ha vinto il premio Speciale Matheria e che si pone l’obiettivo di realizzare un impianto industriale per la estrazione di una bioresina dalle bucce di pomodoro, che rappresenterà il componente principale di una bio-vernice da impiegare nel settore dell’imballaggio per alimenti. La prima resina di origine naturale, che potrebbe presto sostituire quella sintetica (attualmente utilizzata dalle industrie delle conserve nelle scatole metalliche per alimenti come barattoli e lattine), ovviamente coperta da brevetto e ancora una volta con un forte contenuto di economia circolare grazie al recupero di scarti agro-industriali.

2018, Le campagne di successo nel crowdfunding

Da ultimo, un rapido sguardo al crowdfunding: non sono passate inosservate le campagna di successo di Glass To Power, spin-off dell’Università degli Studi di Milano Bicocca che produce finestre trasparenti fotovoltaiche: un’innovazione brevettata che fa si che siano le finestre stesse a produrre energia. L’idea di Glass to Power si basa sulla tecnologia dei concentratori solari luminescenti, che fa uso di nanocristalli inseriti in film sottili o in lastre di plexiglass e che massimizzano l’efficienza di conversione energetica. I nanocristalli (ovvero cristalli avente dimensioni lineari variabili tra il nanometro e le decine di nanometri) convertono la luce solare in raggi infrarossi che vengono riflessi all’interno del pannello fino ad arrivare al bordo dello stesso. Qui, una sottile striscia di celle fotovoltaiche al silicio converte i fotoni infrarossi in corrente elettrica con una elevata efficienza. Glass To Power ha fatto una prima raccolta di poco meno di 185.000 con una valutazione pre-money di 1,5 milioni e una seconda recente raccolta di 2.250.000 a una valutazione di 9 milioni.

Insomma, un nuovo trend di investimenti si sta delineando per i prossimi anni, insieme a quelli ormai più consolidati nel digital e nel life science (biotech – medtech). Un’area dove le metriche che guidano la scelta di investire sono il know-how e i risultati scientifici, i brevetti a copertura delle tecnologie e le effettive ricadute delle applicazioni nell’economia reale. E qui l’Italia può giocarsi una partita importante, grazie all’eccellenza della ricerca scientifica dei nostri principali atenei e centri di ricerca. Chissà, tra qualche anno potremmo persino avere i nostri unicorni in ambito materials science! Stay tuned… 

Stefano Peroncini

Venture Capitalist e Serial Entrepreneur, membro del Comitato di Investimento di FARE Venture, Fund of Funds da 80Ml€ di Lazio Innova. E stato fondatore e CEO di Quantica SGR, fondo…

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