Millennial e startup: l'Italia non accoglie la loro voglia di innovazione - economyup
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EUREKA!

L’Italia, un Paese che tradisce i millennial e la loro voglia di innovare

di Stefano Peroncini

12 Lug 2018

L’Italia ha molti problemi, dal calo della natalità alle case abusive del Sud. Eppure ci sono le idee. Millenials e startup potrebbero rappresentare in molti casi la soluzione ma non vengono presi nella giusta considerazione. Eppure il mio invito è resistere, perché anche nel nostro piccolo ecosistema qualcosa sta cambiando

Ciao, mi chiamo Andrea, sono nato nel mitico anno 2000, quando sembrava che il mondo dovesse finire per il catastrofico millenium bug e ho appena compiuto 18 anni. Ho giustamente festeggiato l’agognata maturità, tra poco finirò il liceo e mi guardo intorno, pieno di speranze, devo decidere il da farsi. Ma quello che vedo davvero non mi piace! Sono cresciuto da bravo “millenial” (o quasi, visto le ultime classificazioni del Pew Research Center, secondo cui sono tali le persone nate il 1981 e il 1998, ndr.), nella convinzione che tutto fosse facile, dovuto e senza costi! Ma credo che dovrò presto ricredermi, questo Paese mi ha forse tradito. E non è colpa di noi millenial (come ben racconta Simon Sinek in The Millenial Question, ndr.)

Ho immaginato di ricevere questa mail da un teenager e, facendo un po’ di zapping sui giornali, ho provato a trovare qualche risposta a questo sensazione di “tradimento” che vivono i nostri millennial.

458mila neonati in un anno: il record negativo dall’Unità d’Italia. 

I dati ISTAT ci confermano, come riporta un articolo del Corriere della Sera, che il calo è in atto da ben 10 anni e persino gli stranieri fanno meno figli. E il destino sembra inesorabile: con questo trend la popolazione diminuisce, già oggi siamo il secondo paese più vecchio al mondo dopo il Giappone. E non è finita: dei poco più dei 458 mila bambini nati in Italia nel 2017, uno su quattro è nato da genitori stranieri o da almeno un genitore straniero (con buona pace del neo-ministro dell’interno).

E allora l’idea…mi invento una startup che lancerà una piattaforma di digital health, grazie alla quale gli italiani, sempre più vecchi ma sempre più digitali prenoteranno online prestazioni mediche a domicilio H24, chiederanno dei teleconsulti a Centrali Operative specializzate con medici dedicati sempre reperibili (a proposito, conoscete la startup innovativa Epicura? io ci sto pensando per mia nonna; a anche la startup Ugo mi sembra ben posizionata, con l’idea di avere un sostegno fidato e on-demand per attività legate alla salute).

Frodi sui finanziamenti Ue, in sei casi su 10. 

Con punte del 64% per la Politica Agricola Comune, e un picco dell’85% nel Mezzogiorno sui fondi strutturali e le spese dirette della Ue. La mappa delle frodi “comunitarie” parla da sola, come riporta un articolo del Sole 24 Ore: ad elaborarla è stata l’Uvi (Ufficio Valutazione Impatto) del Senato analizzando i dati della Guardia di Finanza. E dal dossier emerge che tra il 2014 e il 2016 le Fiamme Gialle, con poco meno di 13mila controlli su oltre 2,4 miliardi di contributi Ue, hanno riscontrato irregolarità e illeciti per quasi 1,5 miliardi. Vero che tali dati sono relativi al totale degli importi delle operazioni sospette denunciate alla GdF dalle autorità regionali e dai ministeri, e che come da tempo certifica l’Olaf – l’organismo antifrode dell’Unione Europea – le frodi in Italia sono in percentuali inferiori alla media europea, ma questo non ci deve certo consolare!

Ma c’è di peggio: tra gli “indici di anomalia” individuali dalla GdF soprattutto sul fronte dei fondi strutturali, l’esistenza di precedenti e pendenze in campo fiscale a carico dei beneficiari, la presenza tra i soggetti cointeressati di pregiudicati per reati particolarmente gravi, l’impiego, come amministratori di società di capitali, di sospetti “prestanome”.

Eppure…ci sono già startup che hanno sviluppato degli algoritmi in grado di elaborare, basandosi sia su fonti aperte (cifr. Google!) che le cosiddette fonti riservate, degli indici in grado di rilevare se determinati soggetti possono essere considerati affidabili oppure no! Ci sono già applicazioni interessanti, come quella di United Risk (ex startup specializzata in safety e security nelle grandi realizzazioni urbane) che nell’ambito del reale estate è riuscita a declinare un algoritmo e un modello operativo di rating per verificare e validare l’affidabilità degli operatori lungo la catena degli appalti e subappalti in ambito di cantieri edili.

Sud, abusiva una casa su due

Ogni 100 immobili autorizzati dai comuni nel 2017 se ne sono costruiti 49,9 in violazione degli strumenti urbanistici. E lo Stato Italiano al Sud sta perdendo il controllo sul territorio, come riporta un articolo di Italia Oggi. A certificarlo sono dati ufficiali, allegati al Documento di programmazione economica e finanziaria, approvato dal consiglio dei ministri di fine aprile. La percentuale di abusivismo edilizio al Nord supera di poco il 5%, mentre al Sud si arriva appunto al 50%; e quel che peggio è che il fenomeno è in continua crescita, soprattutto al Sud, mentre al Nord si è ridotto entro limiti “quasi fisiologici”. L’abusivismo edilizio nel Mezzogiorno e nelle Isole è dilagato negli anni fino a essere un segnale evidente di perdita del controllo del territorio da parte dello stato, con regioni come il Molise patria dell’illegalità, con 71 abusi edilizi ogni 100 costruzioni autorizzare dai comuni, seguita da Campania (64,e) e Calabria (64,1). Le regioni più virtuose sono il Trentino (2,0), il Friuli (3,5), Piemonte e Valle D’Aosta (5,8).

Eppure, oggi abbiamo tecnologie e capacità di incrociare database e big data in maniera inimmaginabile rispetto a soli pochi anni fa! E sono sicuro che qualche start-up sta già operando per rendere trasparente questi processi, magari lavorando sulle frontiere dell’intelligenza artificiale e della block chain. Con esempi come ContrattiPubblici.org, il motore di ricerca spin-off del Politecnico di Torino sui contratti e bandi della Pubblica Amministrazione italiana, che permette di analizzare 9 milioni di contratti pubblici che 16.500 Pubbliche Amministrazioni hanno siglato con più di 1 milione di fornitori.

La fortuna di vivere a Milano

La mia fortuna? Sono nato e vissuto sino ad oggi in Milano, la famosa “città da bere”, che già offriva tutto, ma oggi più che mai sta vivendo davvero un nuovo rinascimento:  nell’area Expo sorgerà lo Human Technopole, un grande campus di ricerca sulla salute, genetica e big data; un altro polo chiamato “Next City”  su life science e smart city a Sesto San Giovanni (a soli 9 km dal centro meneghino), nelle aree dell’acciaieria Falck, l’industria che ha fatto la storia del nostro paese e che oggi è il più grande progetto in Europa di riqualificazione di ex siti industriali dismessi (a cura di Milanosesto); in città ci muoviamo con soluzioni di mobilità innovativa e sostenibile dal car sharing al bike sharing (a proposito, geniali le idee di Zehus, spin-off del Politecnico di Milano) fino ad arrivare allo scooter-sharing; lo Sky-line della città è cambiato, e con esso la vivibilità e la vivacità di contesti urbani fino a pochi anni fa abbandonati a se stessi, grazie a imprenditori visionari e sviluppi immobiliari incentrati sulle nuove logiche della smart city e della circolar economy. E anche l’Amministrazione Pubblica prosegue sulla giusta via: l’ultimo piano urbanistico, che entrerà in vigore a inizio 2019 dopo consultazioni con la cittadinanza, proietta la Milano del 2030 verso “una città più verticale e con grandi spazi verdi, giovane e dinamica, con periferie recuperare e vivibili”.

Ma tutti i miei coetanei, millenials come me ma cresciuti altrove? La mia speranza è che abbiano più “fame” di me (stay hungry, stay foolish disse qualcuno che ha stravolto le vite di tutti noi), affinché possano trovare e mantenere energie e motivazioni per reagire, e non farsi prendere dalla disillusione.

Un appello ai millennial: resistete!

Il mio appello ai millenial è di resistere: in fondo anche i recenti numeri del micro-mondo italiano delle startup ci fanno ben sperare. Da gennaio ad oggi ben 233 sono i milioni investiti in startup; e anche se 100 milioni sono stati raccolti da startup italiane con sede all’estero, questi numeri non possono che crescere nei prossimi anni. La via è segnata, si tratta solo di percorrerla con dedizione, motivazione, competenze e strumenti (meglio, capitali) pubblici e privati di supporto.

Avremo nuovi fondi di investimento di venture capital (quegli strani soggetti che investono in noi giovani startupper), il governo annuncerà verosimilmente – dopo l’indagine parlamentare sullo stato dell’innovazione in Italia – nuove misure di supporto all’innovazione (chissà, magari davvero un Fondi di Fondi, ossia quelli che danno i capitali ai fondi di venture capital di cui sopra); e poi il crowdfunding (tanti piccoli investitori che si uniscono investendo mediamente tra i 3 e 5 mila euro tramite una piattaforma tipicamente online) si affermerà ulteriormente, visto che da una raccolta di soli 1,308 milioni di euro nel 2014 (anno del debutto ufficiale in Italia del crowdfunding ) si è passati a 4,363 milioni di euro nel 2016 fino al picco di 11,788 milioni registrato nel 2017, con giugno 2018 già a quota 11,524 milioni, per un totale 124 startup e PMI innovative (qui i dati di dettaglio)

Equity crowdfunding in Italia, si prepara un altro boom? Ecco i dati

 

Io ci spero, e ci conto, davvero: altrimenti i tre giovani su quattro under 30 che oggi sono disposti a lasciare l’Italia per cercare un lavoro all’estero, come riportato dal report Decoding Global Talent 2018 di Boston Consulting Group, diventeranno presto quattro giovani su quattro! Con buona pace di tutto l’ecosistema che da anni si agita per far si che anche in Italia fare startup non sia solo una moda ma anche un nuovo pilastro su cui ricostruire un nuovo miracolo Italiano. 

Stefano Peroncini

Venture Capitalist e Serial Entrepreneur, membro del Comitato di Investimento di FARE Venture, Fund of Funds da 80Ml€ di Lazio Innova. E stato fondatore e CEO di Quantica SGR, fondo…

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