Cambia prima di essere costretto a farlo (per esempio dal coronavirus) | Economyup
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L'INTERVENTO

Cambia prima di essere costretto a farlo (per esempio dal coronavirus)



L’invito del titolo è attribuito a Jack Welch, scomparso a inizio marzo. La pandemia ci ha costretto a cambiare rapidamente tante nostre abitudini, con l’esplosione obbligata delle soluzioni digitali, dal lavoro alla formazione. Perché tutto questo è dovuto succedere per causa di forza maggiore?

di Alessandra Luksch

16 Mar 2020


Photo by Paul Skorupskas on Unsplash

A inizio marzo è venuto a mancare Jack Welch, a cui si attribuisce la frase che fa da titolo a questo commento, padre fattuale di alcune delle più note pratiche di management.

È una frase che sentiamo molto attuale, in queste settimane fuori dall’ordinario, sconvolte dalle conseguenze indotte dal fenomeno coronavirus. L’economia è messa a dura prova, la vita sociale è limitata, lo studio è sospeso, così come la cultura, lo sport e il divertimento.

Il cambiamento è oggi forzatamente all’ordine del giorno.

Le imprese hanno dovuto approntare provvedimenti per contenere i contagi ma nel contempo non interrompere le attività, introducendo rapidamente forme di lavoro a distanza, presenti fino a questo momento solo in una minoranza delle PMI e della PA. Questo si è visto non solo per le attività che riguardano i servizi o il back office, ma anche per attività di customer care, vendita, manutenzione o controllo qualità.

Attraverso le tecnologie, quali telecamere, droni, sensori, piattaforme di collaboration, realtà virtuale, è possibile svolgere a distanza una serie innumerevole di attività. Tutto questo è stato anche sostenuto dalle agevolazioni messe in campo dal governo per ridurre tempi e adempimenti di attivazione dello smart working, che si sono ridotti a pochi giorni e con autocertifcazioni.

Le scuole e le università hanno subito la sospensione delle attività di aula. Esse hanno quindi avviato programmi di didattica online, per il momento a macchia di leopardo in totale autonomia e senza nessun obbligo di legge, a seconda delle capacità e dell’intraprendenza dei singoli istituti. Questo vale non solo per le lezioni, ma persino per esami e sessioni di laura, in primis negli atenei del Nord, tramite virtual meeting rooms e piattaforme digitali. Al Politecnico di Milano nelle prossime due settimane si completerà l’attivazione della didattica on line per tutti i 45.000 studenti. Il Miur ha anche messo a disposizione una pagina che riepiloga tutte le esperienze e i materiali di didattica digitale già disponibili, prevedendo lezioni a distanza per la formazione dei docenti.

Anche le interazioni tra le persone, gli acquisti e i passatempi di ciascuno di noi, sport, musica, arte, cinema stanno virando rapidamente su strumenti digitali quali VoD, Podcats, Svod, eCommerce.

La domanda è: perché tutto questo è dovuto succedere per causa di forza maggiore?

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Ci domandiamo perché la maggior parte delle imprese italiane non avessero da tempo predisposto soluzioni di smart working, sfruttando le tecnologie esistenti e collaudate che ora usano, contribuendo così alla riduzione degli spostamenti e della produzione di CO2, migliorando la vita dei propri dipendenti, e risparmiando esse stesse nei costi di gestione.

Ci domandiamo perché le scuole e le università non abbiano già da tempo introdotto forme di didattica a distanza, aiutando la vita degli studenti delocalizzati, di quelli momentaneamente malati e dei professori in trasferta, ad esempio.

Ci domandiamo perché le modalità di attivazione di queste soluzioni siano state rese più agili solo ora dai nostri governi, che hanno per troppo tempo trascurato le tecnologie come leva di crescita e competitività.

Gli eventi recenti ci fanno venire il sospetto che ciò che oggi viene visto come un rimedio estremo a un estremo male, poteva essere già pratica da tempo, aumentando di molto non solo la nostra capacità di risposta e di resilienza all’emergenza coronavuris, ma forse la nostra produttività nel suo complesso.

L’augurio forte è che le pratiche sperimentate velocemente oggi possano restare in atto anche passata l’emergenza e diventare patrimonio del Paese, sostenendo la diffusione e l’uso del digitale e nel contempo la nostra competitività.

 

Alessandra Luksch

Direttore dell'Osservatorio Startup Intelligence degli Osservatori Digital Innovation del Politecnico di Milano