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Connected car, nel 2035 non sarà più un prodotto ma un servizio: cosa cambia nella filiera



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Secondo McKinsey, il mercato globale di software ed elettronica automotive potrebbe arrivare a 519 miliardi di dollari entro il 2035. Ma come cambierà la connected car? Previsioni e scenario

Pubblicato il 26 gen 2026



L’auto connessa nel 2035
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Nel 2035 l’auto connessa non sarà più “un’auto con internet a bordo”, ma un sistema digitale su ruote, progettato per evolvere nel tempo. Secondo una ricerca del McKinsey Center for Future Mobility, il mercato globale di software ed elettronica automotive potrebbe arrivare a 519 miliardi di dollari entro il 2035 (con crescita più rapida rispetto al mercato auto complessivo), spinto da architetture zonal/central, veicoli software-defined, over-the-air, connettività avanzata e integrazione di funzionalità AI. Nello stesso orizzonte, le vendite di veicoli con ADAS di livello 2 potrebbero rappresentare una quota maggioritaria già entro il 2030, mentre i veicoli con livello 3 crescerebbero sensibilmente entro il 2035 e il livello 4 resterebbe marginale.

Auto connessa: nel 2035 non più un prodotto ma un servizio

Se l’orizzonte è chiaro, la posta in gioco lo è ancora di più: la connettività diventa l’infrastruttura che abilita nuove funzioni e nuovi ricavi. L’auto “sempre online” significa navigazione e infotainment evoluti, diagnosi e manutenzione predittiva, gestione energetica più intelligente (decisiva con la diffusione dell’elettrico), assistenza vocale e personalizzazione dell’esperienza in abitacolo, ma anche una relazione continua tra costruttore e cliente. È qui che la connected car smette di essere un prodotto e diventa un servizio: pacchetti di funzioni acquistabili nel tempo, aggiornamenti che estendono la vita utile del veicolo, modelli pay-per-use, offerte dedicate alle flotte e integrazione con ecosistemi esterni (assicurazioni “usage-based”, ricarica, pedaggi, smart city). La conseguenza, per i costruttori, è un cambio di metrica: non basta consegnare auto, bisogna garantire continuità di prestazioni, sicurezza e qualità dell’esperienza digitale lungo tutto il ciclo di vita.

Connected car 2035: un cambio profondo nella filiera

Per rendere possibile questo scenario serve però un salto architetturale: meno centraline “a silos”, più calcolo centralizzato e distribuzione zonale, con software riutilizzabile, middleware e sistemi operativi capaci di astrarre l’hardware. È un cambio che tocca la filiera nel profondo. Da un lato, aumenta il valore del software “invisibile” (integrazione, verifica, validazione, toolchain) perché ogni funzione connessa e ogni aggiornamento sicuro richiedono una disciplina ingegneristica più vicina a quella del mondo cloud che a quella della meccanica tradizionale. Dall’altro lato, ridisegna i rapporti di forza: i costruttori provano a diventare “software company” (o almeno a governare il cuore digitale del veicolo), i Tier-1 devono riposizionarsi su competenze di sistema e piattaforma, mentre semiconduttori, hyperscaler e player della connettività entrano sempre più nella catena del valore. In prospettiva 2035, la differenziazione non sarà solo nel design o nelle prestazioni, ma nella velocità con cui un brand riesce a rilasciare funzioni affidabili, nel modo in cui gestisce la complessità del software e nella capacità di orchestrare partner e componenti in un’architettura coerente.

Auto connessa: come sarà la cybersecurity nel 2035?

La partita, però, non si vince senza fiducia. E la fiducia, nell’auto connessa, è un fatto tecnico e regolatorio prima ancora che di marketing. Sul fronte cybersecurity e aggiornamenti, il quadro internazionale spinge verso sistemi di gestione strutturati: l’UN Regulation No. 155 introduce requisiti legati a un Cyber Security Management System per l’omologazione, mentre l’UN Regulation No. 156 riguarda gli aggiornamenti software e il relativo sistema di gestione (SUMS), rendendo “normale” ciò che fino a pochi anni fa era eccezione: l’auto aggiornata come uno smartphone, ma con vincoli di safety e responsabilità molto più stringenti.

Sul fronte dati, in Europa entra in una fase operativa anche il Data Act, pensato per riequilibrare accesso e uso dei dati generati dai prodotti connessi (auto incluse) e per dare più controllo agli utenti e più regole ai detentori dei dati: è un tassello che può cambiare gli equilibri tra costruttori, operatori di servizi, aftermarket e assicurazioni, perché stabilisce principi e obblighi che incidono su accesso, portabilità e condizioni di condivisione.

Il controllo delle piattaforme

Arriviamo così alla domanda che conta per il 2035: chi controllerà la piattaforma dell’auto connessa? È plausibile un mercato a più velocità: alcuni costruttori costruiranno un proprio “sistema operativo” e un ecosistema di servizi, altri si appoggeranno a piattaforme di terzi; in parallelo, crescerà il peso di cloud, telco, cybersecurity, chip e software toolchain. Il rischio, soprattutto per chi resta ancorato a un modello puramente hardware, è di trasformarsi in assemblatore di componenti, mentre il valore migra verso chi possiede dati, relazione digitale col cliente e capacità di rilasciare nuove funzioni con continuità. Per l’industria europea (e per la filiera italiana) la sfida è duplice: investire in competenze e processi “software-first” senza perdere il vantaggio storico su qualità, sicurezza e ingegneria di prodotto; e, allo stesso tempo, costruire alleanze che evitino una dipendenza totale dalle piattaforme extra-UE. In un’auto sempre più connessa, la differenza tra leader e inseguitori non sarà soltanto l’innovazione “spettacolare”, ma la capacità di garantire nel tempo aggiornamenti affidabili, protezione robusta e uso trasparente dei dati: tre promesse che, nel 2035, saranno parte integrante del concetto stesso di automobile.

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