C’è qualcosa di paradossale nell’eccitazione che attraversa la Design Week di Milano con tutti i suoi eventi che per una settimana animano la città. Si celebra l’eccellenza del saper fare italiano — creatività, qualità, capacità progettuale — mentre il mondo fuori sta accelerando su intelligenza artificiale, dati, automazione. E il settore che quella eccellenza incarna, l’arredo-illuminazione, è ancora a metà strada tra i due mondi.
Certo, la tecnologia – e in particolare l’intelligenza artificiale – attraversa gli eventi dentro e fuori il Salone (qui puoi vedere un video sulle proposte di una prompt designer), ma se si va dietro l’evento c’è un compartoindustriale che ancora fa fatica a crescere e a comprendere la necessità dell’innovazione. A dirlo sono i numeri dell’Indagine sulle imprese del comparto arredo -illuminazione in Italia curata dall’Area Studi Mediobanca, pubblicata in coincidenza con l’apertura del Salone del Mobile di aprile 2026. Un documento che vale la pena leggere perché non si limita a fotografare un settore. Ne fa una radiografia assai interessante (qui puoi scaricare la versione integrale dell’Indagine di Mediobanca)
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Design italiano, un settore solido
Partiamo dai fatti. Il comparto arredo-illuminazione italiano vale 32,1 miliardi di euro di fatturato aggregato nel 2024, generato da 13.710 società di capitali attive. È un sistema produttivo diffuso, radicato nei distretti del Nord Est (che concentra il 47% delle imprese e altrettanto del fatturato) e fortemente orientato all’export: oltre il 65% delle vendite estere finisce nel mercato europeo, con una presenza significativa negli Stati Uniti, in Germania, nel Regno Unito.
Nel 2025 le imprese monitorate da Mediobanca hanno chiuso con un fatturato in crescita dell’1,3% e un export in aumento dell’1,8%. Non è un risultato esaltante, ma è una tenuta in un contesto difficile. Il problema, come vedremo, è che questa tenuta non è distribuita equamente.
Le grandi aziende crescono, le piccole arrancano
Il dato più significativo del report non sta nelle medie, sta nella divaricazione. Le imprese con fatturato superiore ai 100 milioni di euro crescono del 3,1% e aumentano l’export del 3,3%. Le aziende tra 10 e 49 milioni di euro — che rappresentano l’83% del campione — registrano invece una flessione del fatturato del 2% e un calo dell’export dell’1,2%.
È una polarizzazione che il report descrive con precisione e che va letta come un segnale d’allarme. Non perché le PMI italiane siano in crisi: la loro capacità di adattarsi è una delle caratteristiche strutturali di questo Paese. Ma perché la traiettoria attuale rischia di ampliare un divario già esistente, in un momento in cui le tecnologie che contano — AI, automazione, gestione dei dati — richiedono investimenti e competenze che solo le aziende più grandi riescono a sostenere.
L’innovazione non è considerata un punto di forza
Mediobanca ha chiesto alle imprese di identificare i loro principali punti di forza. La risposta è illuminante — nel senso letterale del termine. Al primo posto c’è la capacità di adattare e personalizzare l’offerta (69,7% delle rispondenti), seguita dalla riconoscibilità e reputazione del brand (57,3%) e dalla professionalità del personale (48,3%). Il know-how tecnologico e l’alto livello di innovazione? Sesta posizione, citato dal 32,6% delle imprese.
La capacità di personalizzare, la forza del brand, la qualità del prodotto sono leve competitive reali e potentissime. Il design italiano esiste perché queste cose esistono. Ma il fatto che l’innovazione tecnologica non sia ancora percepita come un asset primario dice qualcosa di preciso su come il settore si vede. E su quanto lavoro resti da fare.
I dazi di Trump: una doccia fredda che rivela una fragilità
C’è un capitolo del report che in questi giorni di Design Week acquista un sapore tutto particolare: quello sull’effetto dei dazi americani. Il 69% delle imprese del settore esporta negli Stati Uniti. Nel Nord Ovest — la Brianza, tanto per intenderci — la quota sale al 94,1%.
Di fronte all’introduzione dei dazi, la risposta prevalente è stata quella di tenere i prezzi fermi senza perdere volumi (44,7%), oppure di tenere i prezzi fermi accettando un calo dell’export (34%). Solo il 25,5% ha avviato una diversificazione geografica verso altri mercati. Pochi stanno pensando a soluzioni strutturali: solo il 4,3% valuta l’apertura di siti produttivi negli USA.
È un atteggiamento comprensibile nel breve periodo. Ma la dipendenza dal mercato americano è una vulnerabilità strutturale che la politica commerciale di Trump ha reso improvvisamente visibile.
Il vero nodo: le competenze che non si trovano
Se c’è un tema che attraversa tutto il report come un filo rosso, è quello delle competenze. Il 62,3% delle imprese denuncia skill gaps, ovvero l’inadeguatezza delle candidature rispetto ai fabbisogni aziendali. Il 46,8% segnala semplicemente mancanza di candidature — labour shortage, nel linguaggio dei ricercatori.
Le figure più difficili da trovare? Tecniche e specialistiche (69,6% delle imprese lo segnala come criticità), seguite da quelle manuali (38%) e trasversali (20,3%). Le competenze digitali avanzate sono citate dal 13,9%: un numero basso che non va letto come buona notizia. Va letto come conferma che l’AI e il digitale avanzato non sono ancora entrati davvero nelle priorità di assunzione.
Eppure proprio qui si gioca la partita più importante. Un settore che vuole restare competitivo sui mercati globali non può permettersi di considerare le competenze digitali un optional.
Governance familiare: forza o limite?
Il report dedica ampio spazio alla governance, e i dati sono eloquenti. Il 56,3% delle imprese è controllato da un’unica famiglia o persona fisica; considerando anche quelle gestite da più famiglie legate da parentela, si supera il 75%. Oltre il 67% dei componenti dei board ha legami parentali con la proprietà.
Non è necessariamente un problema: la governance familiare ha prodotto alcune delle aziende più solide e longeve del manifatturiero italiano. Ma il report segnala anche che solo il 17,3% delle imprese valuta positivamente un’apertura del capitale, mentre il 35,6% la esclude categoricamente. Il timore prevalente è la perdita di autonomia decisionale (66,2%).
In un contesto in cui le tecnologie avanzate richiedono investimenti significativi e l’accesso a competenze esterne, questa chiusura al capitale rischia di trasformarsi in un freno alla trasformazione.
La Design Week è una vetrina o un laboratorio?
La domanda che viene naturale — e che il report solleva senza rispondervi direttamente — è questa: la Design Week può essere qualcosa di più di una celebrazione?
Perché il design italiano ha le risorse per fare il salto: brand riconosciuti nel mondo, capacità produttiva flessibile, distrettualità che funziona (le imprese distrettuali crescono del +1,8% contro il -1,1% di quelle fuori distretto), una tradizione progettuale che non ha eguali. Quello che manca è la volontà — o forse la chiarezza — di portare fino in fondo la trasformazione digitale.
L’88,5% delle imprese chiede un miglioramento del quadro economico internazionale come condizione per crescere. Solo il 16,1% cita l’adozione di soluzioni basate sull’intelligenza artificiale. Il messaggio implicito è chiaro: il settore si affida ancora più al contesto esterno che alla propria capacità di innovare.
Il design, un’eccellenza che richiede cambiamento
Il design italiano è straordinario. Non esiste al mondo un altro ecosistema che abbia saputo costruire quello che la Brianza, il Trevigiano, i distretti del Centro Italia hanno costruito in decenni di lavoro, creatività e know-how artigianale.
Ma l’eccellenza che si riposa è destinata a essere superata. E il report Mediobanca dice, con la freddezza dei numeri, che il tempo per completare la transizione digitale non è infinito. Chi accelera — le grandi imprese, le realtà distrettuali, chi investe in competenze avanzate — sta già prendendo un vantaggio strutturale. Chi rimanda, rischia di non recuperare.
Magari la Design Week è il posto giusto per dirlo.






















