L’invecchiamento della popolazione è un problema che riguarda l’intero l’Occidente e in particolare l’Italia, ma, come tutti (o quasi) i problemi, può essere trasformato in un’opportunità: vuole provarci Avram Miller, investitore statunitense considerato uno dei padri del corporate venture capital che, a 81 anni, ha scelto di vivere nel nostro Paese. E qui sta ragionando su un’idea innovativa: un centro internazionale dedicato alla longevità, che trasformi la seniority in una leva di sviluppo e di attrazione di talenti. Miller punta a dare “empowerment” alla fascia più anziana della popolazione, che oggi viene ancora sostanzialmente vissuta come un peso. Lui, invece, vuole fare in modo che sia ancora parte utile e attiva della società. Con un obiettivo finale: “trasformare l’argento della Silver Economy in oro”.
“Quello che sto immaginando – dice il venture capitalist a EconomyUp – è la creazione di un ecosistema, non di una singola iniziativa isolata. Un centro, da solo, non basta. Serve una struttura più ampia, che metta insieme ricerca, università, sviluppo tecnologico e applicazioni concrete. Vorrei ispirarmi al Media Lab del MIT, nato negli anni Ottanta da un’intuizione di Nicholas Negroponte, che tra l’altro era un mio amico e che capì prima di altri il valore dell’incontro tra tecnologia e media”.
Indice degli argomenti
Chi è il manager che ha contribuito a inventare il corporate venture capital

Per capire la rilevanza di questa idea bisogna comprendere chi la propone. Avram Miller non è un teorico dell’innovazione, ma uno di quelli che l’hanno costruita sul campo. Nel suo percorso professionale si incrociano scienza, tecnologia, medicina, internet e investimenti. È stato Corporate Vice President di Intel, ha cofondato Intel Capital — che sarebbe poi diventato uno dei più influenti fondi di corporate venture capital al mondo — e ha avuto un ruolo importante nello sviluppo dell’ecosistema broadband che ha accompagnato la diffusione di internet nelle case. Di recente l’Istituto Italiano di Tecnologia di Genova lo ha nominato IIT Fellow, come riconoscimento per aver lavorato da oltre cinquant’anni all’intersezione fra scienza, imprenditorialità e innovazione.
La sua biografia, però, non si esaurisce nella finanza per startup. Miller ha lavorato anche sul versante della medicina e delle tecnologie per la salute. Nel lontano 1966, alla scuola di medicina dell’Università della California, San Francisco, ha costruito il primo biofeedback, strumento che misura le onde cerebrali e che da allora è impiegato, tra l’altro, nella cura di stress, cefalee e insonnia. Negli anni Settanta, a Rotterdam, all’Università Erasmus, è stato uno dei fondatori del Thoraxcenter, primo istituto che lega la tecnologia del computer allo studio e alla cura delle malattie cardiovascolari. Nel 2015 Miller ha vissuto con sua moglie in Israele e lì ha contribuito a fondare il centro sulla longevità dello Sheba Hospital dell’Università di Tel Aviv. In tempi recenti, in Finlandia, ha investito e raccolto gran parte del primo round di investimenti in Oura Ring, uno dei prodotti indossabili per la salute di maggior successo al mondo, valutato all’inizio 6 milioni di euro e oggi 11 miliardi di dollari. In Italia è entrato nel capitale di Elevo, il nuovo venture builder lanciato da HFarm.
Perché oggi vive nel nostro Paese? Per una combinazione di ragioni personali e intellettuali. “Mi sono innamorato dell’Italia e, insieme a mia moglie Deborah, ho trascorso un periodo a Genova prima di scegliere Lecce come base. Nel capoluogo ligure ho conosciuto Anna Maria Saiano, Agente consolare degli Stati Uniti a Genova dal 1993, e abbiamo cominciato a parlare dell’impatto sulla città del graduale invecchiamento della popolazione. Così ho cominciato a studiare con crescente attenzione l’argomento, non come fenomeno statistico, ma come grande piattaforma di innovazione ancora largamente inesplorata. Da lì è iniziato tutto”.
Il progetto: un centro internazionale non sulla vecchiaia, ma sull’inversione della piramide demografica
“Definirlo “centro per la longevità” – prosegue Miller – è utile per capirsi, ma forse non è ancora la formula giusta. Il vero oggetto dell’iniziativa non è semplicemente vivere più a lungo. Il problema autentico, da contrastare e cercare di risolvere, è l’inversione della piramide della popolazione: se si vive di più, il peso relativo delle fasce anziane cresce ulteriormente. Ma il nodo vero – insiste – è l’incrocio tra bassa natalità, aumento della vita media e riduzione della quota di popolazione giovane e attiva”.
Il paradosso di Miller è semplice: proprio perché l’Italia ha il problema, l’Italia può diventare il posto giusto per affrontarlo. Nei dati più recenti di Eurostat, al 1° gennaio 2025 l’Italia risulta il Paese con l’età mediana più alta dell’Unione Europea, pari a 49,1 anni. Anche l’Istat conferma un forte squilibrio crescente tra popolazione in età lavorativa e non lavorativa, con una quota di over 65 che ormai pesa per oltre il 24% del totale.
“L’Italia deve risolvere questo problema o andrà verso il declino”, afferma. E aggiunge: l’inversione della piramide demografica è una questione su una scala pari o persino superiore al cambiamento climatico”.

Cosa fare, dunque?
Come dovrebbe funzionare il centro per la longevità
L’organismo a cui pensa Miller dovrebbe avere più gambe. La prima è la ricerca, con un ruolo centrale dell’università, che potrebbe perfino dotarsi di una cattedra dedicata. La seconda è la tecnologia: ci potrebbe pensare proprio l’Istituto Italiano di Tecnologia, con le sue competenze avanzate su robotica, AI, salute ed esoscheletri. La terza è il trasferimento tecnologico, cioè la capacità di far nascere attorno a questo nucleo una rete di imprese e iniziative imprenditoriali focalizzate sui problemi concreti dell’invecchiamento: produttività del lavoro, salute, autonomia, assistenza, solitudine, qualità della vita, lavoro senior, nuovi modelli di welfare. La quarta è il capitale, che per Miller deve arrivare soprattutto dal settore privato e dal venture capital, non dallo Stato.
Perché Genova può essere il posto giusto
“Genova mi sembra il terreno adatto, perché, oltre a essere è il luogo in cui l’idea è nata, e a ospitare il quartier generale dell’IIT, rappresenta in maniera particolarmente efficace il problema demografico” spiega Miller. In effetti in questa città l’incidenza degli anziani è tra le più alte d’Italia: circa il 28‑29 % della popolazione ha 65 anni o più, mentre la quota dei giovani (0‑14 anni) è inferiore alla media nazionale.
Perché in Italia “è difficile“
È qui che l’entusiasmo di Miller incontra la realtà. Perché se l’Italia è, ai suoi occhi, il Paese giusto per motivi strutturali, è anche un Paese complesso in cui trasformare una visione in esecuzione richiede tempo, pazienza e una capacità di navigazione molto elevata.
Miller non gira intorno al problema: “Mi sento spinto al ‘give back’, a dare un contributo all’Italia, ma devo anche essere realistico rispetto a quanto è difficile fare le cose qui. L’Italia è come le sabbie mobili, rischi di venire risucchiato dalla burocrazia. Non sono sicuro di avere abbastanza anni davanti per sopportare processi troppo lenti e troppa complessità”.
Il tema non è soltanto amministrativo. Miller parla anche di ostacoli culturali, di un sistema che rende difficile attrarre talenti e imprenditori stranieri e di meccanismi fiscali e regolatori che, invece di semplificare, finiscono per scoraggiare chi vorrebbe investire o trasferirsi. “Se l’Italia vuole davvero diventare una piattaforma di innovazione in un campo del genere deve offrire condizioni più favorevoli: meno attrito, più velocità, più chiarezza, più capacità di accogliere persone e capitale internazionale”.
Come intende realizzare il progetto
L’iniziativa, tiene a sottolineare l’intervistato, è ancora in una fase iniziale. I suoi collaboratori stanno sviluppando idee, stabilendo relazioni con la comunità genovese e cercando di individuare coloro che potrebbero finanziare il progetto.
Miller è molto chiaro su un punto: non vuole che dipenda troppo dai fondi pubblici. “Se dovessimo dipendere dal governo, non se ne farebbe mai di niente”, dice senza mezzi termini. Il denaro, nella sua visione, può arrivare dal settore privato. Ma non sotto forma di scommessa cieca su una singola startup. Deve esserci prima qualcosa di concreto e credibile da finanziare: una prima architettura, partner industriali, un centro di competenze, una roadmap a fasi, una narrazione forte del valore economico e sociale della sfida.
“Nel frattempo – prosegue l’investitore – continuo a studiare le differenze tra Italia, Stati Uniti e Israele per capire quale possa essere un approccio unicamente italiano all’innovazione. Non propongo di copiare il modello Silicon Valley o il modello Tel Aviv, ma di costruirne uno coerente con le caratteristiche del vostro Paese”.
Più che un annuncio, quello di Miller è un cantiere aperto. Un’idea forte che cerca ancora forma organizzativa, partner, condizioni abilitanti e massa critica.
Una sfida italiana con un significato globale
“La guerra del futuro – conclude – non è solo la denatalità, né solo l’aumento della speranza di vita. È la capacità di tenere insieme più anni di vita, più salute, più produttività, più innovazione e più coesione sociale”.
In fondo la domanda che lascia aperta è molto semplice: l’Italia vuole limitarsi a invecchiare o vuole diventare il Paese che insegna al mondo come si vive, si lavora e si innova in una società più longeva? Ovviamente noi tutti propendiamo per la seconda ipotesi.


















