Italian Tech Alliance ha lanciato la Tech Transfer Academy, un programma formativo basato sull’esperienza diretta degli operatori dell’ecosistema, nato da un’idea di Pariter Partners (holding di investimento specializzata in big tech e trasferimento tecnologico e associata a Italian Tech Alliance). L’Academy vuole affrontare in modo concreto il trasferimento tecnologico in tutto il suo percorso: dal passaggio dalla ricerca all’impresa, al ruolo degli investimenti, fino alla valorizzazione dell’innovazione e alla tutela legale (EconomyUp ne ha già scritto qui). Ecco la visione che sta dietro l’iniziativa secondo Lidia Pieri, membro del board di Italian Tech Alliance.
Gli scienziati di oggi testimoniano e costruiscono un’epoca caratterizzata da un’innovazione rapida e dirompente. Nei laboratori e negli hub scientifici, luoghi simbolo di questo progresso, dove questa storia continua a essere scritta, si alimenta un orizzonte di fiducia nel potenziale della scienza di generare benefici duraturi. Dalla nascita del World Wide Web, nel contesto della ricerca sulla fisica delle particelle al CERN, fino all’utilizzo della tecnologia nata per i rivelatori di particelle nel campo della diagnostica, la scienza ha già prodotto trasformazioni significative e impatti tangibili sulla società.
Indice degli argomenti
L’importanza del trasferimento tecnologico in Europa
Se fino a vent’anni fa tali risultati apparivano come casi isolati ed esemplari, oggi si osserva un’evoluzione culturale: i ricercatori riconoscono sempre più chiaramente la capacità della ricerca di incidere sulla società già nella fase di progettazione degli studi, e tale consapevolezza inizia ad orientare le priorità, i metodi e gli obiettivi della ricerca stessa. Se oggi la tecnologia ha raggiunto traguardi un tempo considerati fantascientifici, la trasformazione più rilevante risiede proprio in questa crescente consapevolezza, all’interno della comunità scientifica, del potenziale impatto sociale, e talvolta storico, della ricerca attraverso il trasferimento tecnologico.
Oggi, anche in Europa, dove spesso la prudenza è di casa, ci si sta concentrando sul rendere più semplice e accessibile il passaggio dall’idea su una lavagna al brevetto, da un elegante prototipo a una soluzione che entri negli ospedali, nelle fabbriche, negli smartphone, generando un valore misurabile per le persone e migliorando la loro vita. Si lavora per premiare più discipline che si parlano, idee che si sviluppano al fine di risolvere un problema, una maggiore coscienza dei bisogni del cliente e del mercato, procedure esecutive flessibili e attente alla gestione delle finanze. Il mercato degli investimenti, le grandi aziende, le pubbliche amministrazioni ritornano a premiare casi di successo.
Domande di brevetto e startup innovative: i dati
Secondo i dati del Mimit relativi alle attività brevettuali, le domande di brevetto per invenzione industriale depositate in Italia nel 2024 sono state 10.148, con un incremento pari al 7,4% rispetto al 2023. Alla fine dello stesso anno, in Italia erano registrate 11.565 startup innovative, operanti nel settore della produzione di software (35,2%), della ricerca e dello sviluppo sperimentale nel campo delle scienze naturali, delle biotecnologie e dell’ingegneria (13,9%), dei portali web (5,6%), della consulenza informatica (4,6%). Nel 2025 si registra anche un incremento da parte delle startup italiane dell’utilizzo degli strumenti di finanziamento europei all’interno dei programmi EIC, e in particolare si fa notare che, grazie ad un’attenzione migliorata al potenziale di mercato dell’idea imprenditoriale ma anche alla fattibilità commerciale e prontezza di mercato, l’Italia si pone con successo tra i maggiori vincitori del programma EIC Transition a supporto degli scale-up.
Cosa serve per progettare POC solidi
Travolto dal susseguirsi di grandi innovazioni che non sempre hanno mantenuto le promesse (vedi la bolla del settore biotech nata durante l’epoca del Covid), il mercato degli investimenti oggi è molto attento al rischio, ma comunque fertile all’identificazione di idee di valore. Tutti coloro che hanno concepito idee capaci di lasciare un segno hanno la responsabilità di vedere in questa economia di cautela un punto di forza che ci obbliga ad essere più consapevoli, a progettare Proof of Concept solidi, a presentare piani d’impresa realistici. È necessario quindi avere gli strumenti per guardare con ottimismo alle possibilità del nostro tempo, ma anche per saper giudicare con realismo la capacità di esecuzione, imparando a misurare ciò che conta e a raccontarlo con chiarezza. Una buona idea, affiancata da un buon piano di esecuzione e sostenuta da un team competente, viene premiata.
La criticità: il passaggio di consegne tra laboratorio e mercato
Nel 2025, secondo l’osservatorio di Italian Tech Alliance, l’ecosistema italiano del venture capital ha segnato 436 round (+8%) e 1,73 miliardi di euro investiti (+18%), con una concentrazione di capitali nei settori Software, Life Sciences e DeepTech, che rappresentano i principali canali di valorizzazione della ricerca. La crescita della componente early-stage, l’aumento dei round Serie A e la partecipazione di investitori internazionali nel 46% delle operazioni (100% sopra i 20 milioni di euro) testimoniano una maggiore capacità del sistema di trasformare risultati scientifici in imprese scalabili. Questi numeri sono migliorabili, soprattutto alla luce della scienza di altissimo livello prodotta nel nostro paese e riconosciuta a livello internazionale, alla quale corrisponde un impatto industriale ancora intermittente. Troppi prototipi si fermano tra il laboratorio e il mercato; le negoziazioni sono lunghe; la domanda domestica fatica a fare da primo cliente. Tutte osservazioni vere, ma utili solo se ne approfittiamo per avere una bussola per agire. La nostra ricerca è forte, i gruppi sono competitivi, come commentato prima, i brevetti non mancano. Spesso, però, inciampiamo nel passaggio di consegne tra laboratorio e mercato, che è affidato al coraggio dei founder e alla loro capacità di gettare il cuore oltre l’ostacolo, in maniera spesso inconsapevole all’inizio, ma che — in un mercato oggi maturo — risente dell’assenza di un linguaggio comune tra chi scopre, chi costruisce, chi compra e chi finanzia.
L’innovazione come un ingranaggio a ruote dentate
Mi piace guardare all’innovazione — ma anche alla singola impresa — come a un ingranaggio con ruote dentate. Ciascuna ruota consente e abilita la progressione del progetto: domanda, ricerca, capitale ed esecuzione. L’ingranaggio è complesso e, per funzionare, ha bisogno di linguaggi coerenti, obiettivi allineati, una cultura condivisa: qui vuole porsi la Tech Transfer Academy: dalla ricerca al mercato, insieme. Per far conoscere i singoli attori del sistema impresa, allenare l’ascolto reciproco e — facilitando la comunicazione — incoraggiare l’efficienza di esecuzione, trasformare i successi in nuove differenziazioni e in nuovo e diverso valore, e gli inevitabili insuccessi in miglioramento.
Ancora oggi, gli investimenti late-stage o le exit sono rallentati, così come la raccolta di fondi domestici. Al fine di stabilizzare la qualità degli scale-up, penso sia necessario lavorare su due fronti: da un lato rafforzare la finanza di crescita e l’apporto degli investitori istituzionali—anche alla luce degli incentivi che potrebbero mobilitare fino a 2 miliardi di euro dai fondi pensione; dall’altro, lavorare sulle imprese dall’inizio, sulla formazione della start-up, sulla qualità del business da accostare alla qualità scientifica, sulla chiarezza dei ruoli, sin dal primo giorno e costantemente durante tutto il percorso.
In questo contesto, il trasferimento tecnologico emerge come asse strategico con impatti misurabili su competitività, occupazione qualificata e autonomia tecnologica del Paese.
Scienza, impresa e finanza parlano dialetti diversi: TRL, paper, impact factor, approfondimento al fine della conoscenza, da un lato; KPI, rischio, time to market, approfondimento al fine della differenziazione, dall’altro. Un’Academy riduce questa asimmetria attraverso un vocabolario comune e casi pratici. Non è difficile capirsi quando si condivide un glossario di poche voci e si pone al centro la necessità di mercato. Il mercato richiede una differenziazione chiara dallo standard, e l’obiettivo di profilo del prodotto deve tenere conto dei problemi irrisolvibili o migliorabili oggi, ma anche prevedere quale sarà lo standard alla fine dello sviluppo del prodotto stesso. Il valore del prodotto è dato dalla comprensione del contesto. Così cambia molto il modo in cui si disegna un PoC: non una vetrina tecnologica, ma un test con un prima e un dopo misurabili, con dati chiari, con un piano di integrazione e criteri oggettivi per dire se ha funzionato. Il valore diventa condiviso tra i vari attori, e gli attori stessi sono parte attiva di questo processo di sviluppo: non nemici, ma alleati. E gli alleati devono conoscersi.
La progressione del progetto richiede standard processuali: contratti IP chiari, metriche di valore comprensibili a tutti, tempi di decisione rapidi. Università e TTO devono riconoscere e proteggere il valore scientifico; startup e PMI devono eseguire; corporate e PA devono costruire la scena; gli investitori devono mettere a disposizione capitali pazienti. Tutto contribuisce a creare una rete, e non casi isolati di successo. E solo una rete crea un successo sostenibile per il Paese che lasciamo ai nostri figli.
Quali competenze servono per il trasferimento tecnologico
C’è poi il tema delle competenze che fanno la differenza tra un prototipo brillante e un prodotto adottato. In deep tech servono figure “bilingui”, capaci di tradurre un risultato scientifico in requisiti di prodotto, piano di test, tappe di certificazione, pricing. Servono competenze regolatorie e qualità by design: se pensi all’adeguatezza normativa a valle, arrivi tardi; se la incorpori fin dall’inizio, accorci il percorso. In biotech vale lo stesso discorso: servono figure capaci di leggere la scienza focalizzandosi sulla traslazione a un farmaco senza effetti collaterali e più efficace dello standard of care, ma anche che sappiano disegnare un trial clinico, prevedere ed evitare le complessità della manifattura, interagire con le agenzie regolatorie. Si deve iniziare dalle prime fasi della ricerca del farmaco per prevedere gli imbuti dello sviluppo, altrimenti è troppo tardi. Spesso bastano poche figure chiave per cambiare la traiettoria di un progetto: un product manager tecnico, un project leader che abbia attraversato le fasi di sviluppo del farmaco. Figure che restano scienziati, ma sanno eseguire.
Un capitolo a parte merita la contrattualistica, dalla gestione della proprietà intellettuale agli accordi di investimento o di collaborazione. I ricercatori non ne percepiscono l’importanza, e dalle aziende arriva una giungla di varianti. Si sta lavorando a livello europeo per semplificare e realtà come Italian Tech Alliance da tempo mettono a disposizione dei founder delle linee guida sui punti più sensibili.
C’è poi la questione della domanda, spesso il vero motore iniziale. Il primo cliente vale a volte più del primo investitore, soprattutto in ambito industriale o medtech. Più la PoC diventa credibile, più il rischio percepito dalle aziende e dalle pubbliche amministrazioni scende. Ma perché aumenti la credibilità, il founder deve conoscere le ipotesi da testare, le metriche di successo, l’integrazione tecnica, la differenziazione che risolve il problema.
Per ottenere il giusto riconoscimento a livello globale e anche il potere negoziale di tutto il sistema Paese, è, secondo me, necessario che venga riconosciuto l’ingranaggio nella sua interezza: la startup di successo, l’investitore con molte exit, la grande azienda che ha creduto nelle idee innovative, un governo che ha favorito l’ecosistema con processi più semplici e incentivi efficaci. L’Italia è ricca di talento e, senza sacrificare la creatività, si sta costruendo una massa critica in alcuni verticali, dove abbiamo reti già vive e clienti pronti: robotica e automazione per l’industria, medtech e biotech applicate, materiali avanzati e packaging sostenibili, spazio e sistemi cyber-fisici.
Tech Transfer Academy: che cos’è e cosa propone
La promessa della Tech Transfer Academy è quella di contribuire all’ecosistema italiano come un’officina di metodo, competenze e accesso. Metodo, perché offre un percorso strutturato in 6 moduli pratici — dall’introduzione al tech transfer a IP strategy, ruolo del TTO, spin-off vs licensing, best practice internazionali e “From Lab to Market” — con slide, materiali e casi reali che spiegano “come si fa davvero” a portare la ricerca fuori dal laboratorio. Competenze, perché mette in aula operatori di mercato, investitori, legali e TTO per trasferire esperienza su tutela e valorizzazione della proprietà intellettuale, lettura dei TRL e del potenziale di mercato, design di PoC, business plan e go-to-market, fino alla funding readiness. Accesso, perché abilita il networking attivo tra ricercatori, TTO, corporate, investitori e PA, anche con momenti in presenza e una site visit presso Human Technopole, facilitando partnership, co-sviluppi e primi pilot. Il tutto con un formato accessibile (remoto a ora fissa, attestato con frequenza ≥ 75%, pricing dedicato agli associati) e l’obiettivo chiaro di accelerare decisioni migliori su IP e modelli di valorizzazione, ridurre i tempi del primo pilota e aumentare la conversione da proof-of-concept a contratto o licenza.
L’Italia è pronta a prendere il ritmo dell’innovazione, con un ottimismo che si basa su competenze nuove. La domanda c’è. L’Europa cerca tecnologia domestica. I capitali, seppur selettivi, non sono affatto spariti: cercano progetti con governance limpida e una storia coerente dal laboratorio al mercato. E la Tech Transfer Academy è pronta a dare senso all’ultima parola del suo slogan. Dalla ricerca al mercato, insieme.
















