“Se vuoi parlare ai giovani, devi capire davvero il loro linguaggio”, dice Saroj Kaur, CEO di Mira. I founder, Patrick Oungre e Carlo Venusino, l’hanno voluta alla guida della startup del second hand per un motivo preciso: Mira parla alle nuove generazioni e vuole crescere insieme a loro, quindi mettere una CEO Gen Z al timone è una scelta strategica prima ancora che simbolica.
Sarojdeep (è il suo nome completo ma tutti la chiamano Saroj) Kaur ha 26 anni, ma racconta un percorso che inizia “ai tempi del liceo” tra Model United Nations, simulazioni del G7 sul clima, hackathon e un passaggio (non banale) dentro un gruppo di lavoro del Ministero dell’Istruzione sul Piano Nazionale Scuola Digitale. Poi la corporate, A2A, dove porta il linguaggio delle challenge e degli hackathon in azienda e si avvicina progressivamente al progetto dei founder.
Mira è il risultato di un pivot: nasce da Easely, startup fondata nel 2023 da Oungre e Venusino con un’idea di riuso e sharing “one-click”, e si trasforma in un layer di scoperta per l’usato online: un motore basato sull’AI che aggrega e ordina l’offerta di marketplace diversi, lasciando la transazione sulle piattaforme terze.
Questa intervista parte da lì, dalla storia di Saroj (come la chiamano tutti), nata in Punjab e in Italia da quando aveva otto anni, e dalla sua spinta a lasciare un lavoro sicuro per affrontare una sfida imprenditoriale: rendere l’acquisto second hand facile quanto il nuovo, soprattutto per chi non è già “nativo” del resale.
Indice degli argomenti
“Ho iniziato a 16 anni, dalle Nazioni Unite all’Università”
Hai 26 anni, eppure, parli di un percorso già lungo. Quando hai cominciato?
Io come formazione universitaria ho studiato Digital Management a H-Farm, un corso di laurea nato con l’obiettivo di mettere insieme mondo tecnologico ed economico, soprattutto per dare una base a chi vuole entrare nel mondo imprenditoriale e capire come si muove il mondo dell’innovazione.
Però, se devo essere sincera, la mia formazione nasce molto anche da quello che ho iniziato a fare da quando avevo 16 anni, con i Model United Nations: sono simulazioni delle Nazioni Unite. Io ero al liceo, terzo anno, e ho iniziato a partecipare a queste competizioni internazionali: sei dentro una commissione, rappresenti l’ambasciatore di un Paese e “combatti” per una causa. Una delle cose più divertenti, per esempio: commissione dei diritti umani, io rappresentavo la Corea del Nord… e dovevo sostenere quella posizione e trovare una “soluzione”.
Non è un percorso comune, soprattutto se inizi al liceo.
Sì, io sono cresciuta a Latina, al liceo G.B. Grassi. Però quei modelli erano internazionali: sono stata a New York e ho partecipato anche ad Harvard.
E il passaggio verso la sostenibilità?
A un certo punto ho partecipato a una simulazione ancora più specifica: il G7, dove parlavamo di cambiamento climatico. Era vicino a Catania, io rappresentavo la Germania. Lì la mia commissione ha vinto, la mia scuola ha vinto e la nostra risoluzione è stata portata sul tavolo del G7. Ed è stata una scintilla verso il mondo della sostenibilità. Però il mondo della politica mi sembrava lontano: era molto teorico. Ok, il documento, ma poi?
E lì entra la dimensione “operativa”: il Ministero.
Sì. Dopo essere stati scelti come miglior commissione, vengo selezionata da Lorenzo Micheli, in raccordo con il Ministero dell’Istruzione, per contribuire alla nascita di un gruppo nazionale di 60 studenti incaricati di ripensare l’innovazione della scuola italiana e l’allocazione di 20 milioni di euro del Piano Nazionale Scuola Digitale. È in quel contesto che iniziano a prendere forma i programmi che diventeranno poi “Futura”.
Quindi tutta questa esperienza prima dell’università è stata utile?
È stata preziosa. Per esempio, ho conosciuto il mondo degli hackathon che per me è stato fondamentale. Tre giorni intensi, spesso senza dormire, un tavolo con altre persone e la necessità di creare qualcosa di concreto per risolvere un problema. Lavoravamo su temi come rifiuti, consumo dell’acqua… e la parte bella è proprio quella: devi trasformare un’idea in qualcosa che sta in piedi.
Hai avuto anche un approccio internazionale da subito…
Sì, ho partecipato anche all’Expo di Dubai, nel Padiglione Italia, con un laboratorio dedicato alle ragazze sul tema STEM femminile. Quindi sì: sono giovane, ma mi porto dietro quasi dieci anni di esperienza a livello internazionale.
L’esperienza in A2A, dagli hackathon al venture building
Quando finisci H-Farm, inizi subito a lavorare?
Sì. Al terzo anno era previsto un internship e io ho selezionato A2A, perché era il contesto più vicino a ciò che volevo fare: concretizzare la sostenibilità. Volevo uscire dalla teoria, perché una grande azienda ha risorse e quelle risorse, se usate bene, possono creare cose.
Che cosa hai fatto lì?
All’inizio portavo il mondo degli hackathon in azienda: challenge di innovazione. Da lì ci siamo resi conto che quelle challenge potevano creare startup e si è sviluppata la funzione di venture building.
Quanto tempo sei rimasta?
Circa quattro anni. Dopo sei mesi l’internship è diventato un contratto.
E lì incontri Patrick Oungre e inizi ad avvicinarti al progetto dei founder.
Sì. Dopo un anno e mezzo ho iniziato a parlare con Patrick: mi piaceva l’idea di Easely e mi sono avvicinata al progetto piano piano e ho seguito i vari pivot fino ad arrivare a Mira.
A un certo punto ho detto: ok, prima avevo i progetti con il Ministero che occupavano tanto. Adesso voglio spostarmi sempre di più nel mondo startup. Easely e Mira mi hanno aiutato in questo. Oggi la direzione per me è chiara: ho un purpose e una vision, che è creare qualcosa che abbia impatto sul mondo, e so che tramite Mira posso farlo.
“Lasciare una grande azienda per una startup? Per me era più difficile restare”
Dal posto “solido” a una startup in fase di lancio: è una scelta facile?
Per me è stata una scelta facile: sentivo il bisogno di generare un impatto più ampio, più veloce, più concreto. In una grande azienda il cambiamento è possibile, ma ha tempi lunghi, passaggi strutturati, equilibri da rispettare.
Se fossi rimasta in A2A sarei rimasta nella comfort zone. In una grande organizzazione fai parte di una macchina potente e importante ma già costruita. Io invece ho l’ambizione di costruire la macchina, creare opportunità dove non ci sono. Non è stata una fuga dalla stabilità, ma una scelta verso qualcosa che mi somigliava di più. Restare avrebbe significato aspettare. Andare via significava iniziare.
In Italia non siamo abituati a CEO così giovani. Come gestisci il tema età/credibilità/responsabilità?
Il mio punto di riferimento è sempre stato più internazionale. Ho amici in tutto il mondo e guardo mercati diversi dall’Italia: America e India, che è il Paese da cui provengo.
In India, a 25 anni sei già “grande”. Devi aver già costruito qualcosa. Se io vado in India e dico “ho una startup appena avviata”, mi dicono: “cavolo, sei un po’ in ritardo”. Quindi io non mi confronto con il mercato italiano. Perché se non tentiamo noi e non ci buttiamo noi, il mercato non cambierà mai. E ci renderà sempre più insicuri, soprattutto più tempo passiamo ad aspettare.
Cosa diresti a un coetaneo che vuole prendersi responsabilità ma ha paura?
Di guardarla in una prospettiva diversa. Se fossimo in America, avremmo il brivido del “ok, è il momento giusto per creare”, perché magari più avanti – tra cinque anni – diventa più difficile.
Noi che siamo giovani dovremmo avere meno paure. Abbiamo meno responsabilità familiari, meno vincoli. Se non è questo il momento perfetto, non so quando dovrebbe esserlo.
Qui però c’è anche un punto di business: una Gen Z alla guida di un prodotto per nuove generazioni.
Sì, perché se vuoi costruire un prodotto consumer e vuoi farlo in un mercato che sta cambiando velocemente come il second hand, devi capire davvero come ragionano le persone che useranno quel prodotto: non solo marketing, ma abitudini, aspettative, linguaggio.
Mira nasce da un pivot: non un marketplace ma un player di scoperta
Veniamo a Mira: cosa ti ha convinto nel progetto imprenditoriale?
La missione principale di Mira è semplificare l’experience di chi compra oggi. Perché mi rendo conto che oggi – soprattutto per noi Gen Z, ma in realtà per tutte le generazioni – è più facile comprare nuovo.
Vai su Google, cerchi, e l’esperienza è perfetta: Amazon, one click, Zalando… Sono talmente facili che il problema principale d’ingresso al second hand è che sembra più difficile.
Vinted ha semplificato tanto. Però ormai sembra quasi un mercato “di massa”. E paradossalmente una persona che non è abituata al second hand può anche evitarlo perché dice: “mi ritrovo le stesse cose” che potrei trovare altrove. Può diventare una barriera d’ingresso.
Mira invece vuole cambiare mindset: dire che anche il second hand può essere semplice, che la ricerca può essere semplice. E convincere più persone a essere sostenibili “con la scusa” che ti aiuto a trovarlo a un prezzo più basso o che ti aiuto a scovare qualità.
Perché le persone, durante l’acquisto, sono guidate da due fattori: prezzo e, sempre di più, qualità. E vintage e second hand sono perfetti per trovare qualità allo stesso prezzo che oggi le persone spendono con il fast fashion.
Mira, lo Skyscanner per l’usato
Mira come “Google del second hand”, ma senza essere un marketplace. Spiegami bene.
Siamo un layer di scoperta. Mira aggrega tutto, ma la transazione non avviene su Mira: avviene sulla piattaforma terza.
Noi diamo la possibilità di comparare più piattaforme a parità di ricerca, quasi democratizzando il mondo del second hand. Ti aiuta a trovare anche quei posti “nascosti”, quei siti che altrimenti su Google non troveresti. Diventiamo quasi uno Skyscanner per l’usato.
E questa è la conseguenza del pivot: non serve costruire l’ennesimo marketplace. L’infrastruttura esiste già, ma è frammentata. Mira unisce questa frammentazione e aiuta anche chi non compra second hand ad avere più scelta rispetto a un marketplace unico e chiuso.
Come vi posizionate: mass market, lusso, premium?
Ci stiamo posizionando sul second hand premium. Perché manca proprio quel layer: ci sono piattaforme di massa e ci sono piattaforme di lusso aggregate. Quello che manca è l’intermezzo: il premium.
Che cosa significa, in pratica, per categorie e prodotti?
Tutto il mondo lifestyle: tutto quello che una persona “premium” compra. Fashion, collezionismo, interior design, arredamento premium. Diventa un concept store second hand, dove trovi tutto quello che ti può servire.
E l’elettronica?
Interessante, ma non troppo in questa fase. Dipende dai dati, dalle ricerche che fanno gli utenti. Noi li stiamo seguendo per capire davvero: se cerchi una fotocamera Nikon la trovi, se cerchi una borsa Gucci la trovi.
Poi per la tecnologia ci sono percezioni diverse. Una lampada di vent’anni fa ha valore di design; un computer di vent’anni fa no, a meno che non sia collezionismo. Quindi l’idea è andare per affinità di consumo: non possiamo essere lo strumento dove cerchi un orologio vintage e l’iPhone usato.
Anno 1 di Mira: product-market fit, Francia e primo round
Mira nella nuova versione è uscita da poco. Il 2026 è il primo anno vero: obiettivi?
Il primo passo è trovare il product-market fit: validare domanda e offerta.
Il primissimo obiettivo è portare dentro tutte quelle piattaforme che oggi sono di nicchia. Ci siamo dati come obiettivo dell’anno almeno 50 marketplace o boutique vintage che siano già online. E dall’altra parte costruire la user base. È un lavoro che abbiamo iniziato e abbiamo buoni risultati.
La prima validazione è generare valore per queste piattaforme: utenti che atterrano e fanno transazioni. Noi siamo già scalabili e già internazionali: se dentro hai piattaforme come Vestiaire o Vinted, parliamo di player europei.
Quindi l’internazionalizzazione è inevitabile.
Sì. Ce la siamo messa in roadmap: validazione nell’anno 1 e poi, dall’anno 2, test su utenti e geografie diverse, portando a bordo seller e marketplace di altri Paesi. Il mercato francese è più maturo ed è il primo Paese in cui entreremo.
Fundraising: a che punto siete?
Siamo in fundraising in questo momento per un round da 600mila euro. Ci serve nell’anno 1 per portare traction e poi presentarci a inizio 2027per un round più grande, per la scalabilità.
Qual è la cosa più difficile da spiegare agli investitori?
La potenzialità di uno strumento come Mira. Noi nasciamo come un AI shopper, portiamo l’agenti commerce nel second hand. L’agentic commerce sta nascendo adesso e noi lo stiamo anticipando – soprattutto in Italia – in una nicchia come il second hand.
E poi c’è un altro tema: far capire che i prodotti consumer possono essere interessanti. Perché spesso il mercato preferisce B2B e vede il B2C come più rischioso.
Voi però siete “B2C2B”.
Meglio, B2C2B: abbiamo bisogno delle piattaforme e dei seller, ma anche degli utenti.
Che tipo di investitori cercate?
Siamo aperti a più tipologie: business angel e anche VC. Siamo aperti a chi ha esperienza in questo settore e ci può sostenere nello sviluppo di Mira.
Metriche: qual è la vostra stella polare?
Il valore generato per i marketplace: quanto riusciamo a far generare alle piattaforme. Dipende da transazioni, ritorno degli utenti, numero di piattaforme a bordo. Più valore generiamo per loro, più valore generiamo anche per noi.
Quante piattaforme avete già dentro?
Ne abbiamo aggregate otto, partendo dai grandi. Adesso stiamo iniziando a portare dentro i player di nicchia. Stiamo costruendo un’app su Shopify che ci rende più veloci nell’onboarding, perché la maggior parte delle boutique vintage vive su Shopify. E anche grazie a questo puntiamo a 50 partner entro la fine dell’anno.
“La nostra AI è una catena di agenti che cerca, filtra, ordina e monitora”
Visto che siete un AI stopper, parliamo di intelligenza artificiale: dove entra concretamente in Mira?
L’agente principale lato utente è l’agente search: fa la ricerca per te. Si parte da ricerca conversazionale: linguaggio naturale.
C’è un primo agente che interpreta e ottimizza la ricerca – parole chiave, marketplace. Il secondo agente va a cercare sulle varie piattaforme integrate. Il terzo è il sorting: prende i risultati e li dispone in modo interessante, per qualità del listing, prezzo, rilevanza, e anche personalizzato in base al profilo e alle preferenze dell’utente. Qui entra il vero agentic commerce: l’esperienza diventa iper-personalizzata, one-to-one
Quindi l’obiettivo è ridurre la “fatica” e il tempo per trovare quello che si cerca? .
Esatto. Mira nasce per semplificare e per far perdere meno tempo. Oggi vai su piattaforma 1, 2, 3… scrolling infinito, salvi, monitori. Mira lo fa automaticamente: ricerca, seleziona e monitora per te.
E stiamo aggiungendo altre feature: una volta salvato un annuncio, un agente lo monitora su più piattaforme contemporaneamente e ti dice: questo è il prezzo, così si muove il mercato, forse è il momento giusto per comprarlo. Soprattutto per cose che con prezzi elevati.
Monetizzazione: come la costruite?
Abbiamo una fee di ingresso bassissima per i marketplace: 50 euro al mese, soprattutto per i più piccoli. È quasi consumer-like. L’obiettivo però è guadagnare sulla base del valore che generiamo.
E poi c’è un mondo di analytics e dati, che verrà apprezzato diversamente: avendo massa e clienti, hai informazioni che la boutique non ha. Guardiamo, sulla base dei prompt, cosa manca nel mercato, cosa le persone cercano e non trovano. Per chi rinnova l’inventario, avere info su trend e domanda è molto interessante. E anche per avere un benchmark più puntuale sui prezzi nel mercato resale.
“Competitor? Noi puntiamo sulla nicchia premium”
Nel mondo esiste già qualcosa di simile?
C’è una startup, un aggregatore lanciato in Germania nel 2022: Faircado. Loro sono posizionati sul mass market, Mira sul premium e lo fa con un’ottica di iper personalizzazione, creando un’esperienza unica per l’utente.
Vogliamo posizionarci sulla nicchia, su ciò che oggi è introvabile per chi soprattutto non è abituato al mondo Second-hand. Aggregare solo i grandi non ci porta vantaggio: quelle piattaforme sono già amate, gli utenti non cambiano. Valorizzare nicchia e qualità è dove vediamo il vantaggio.
C’è un player che fa una cosa simile sul premium aggregando nuovo e usato negli USA: Phia. È stata lanciata nell’aprile 2025 e ha già chiuso un round da 8 milioni di dollari: la co-founder è Phoebe Gates, la figlia di Bill.
Beh, quindi potete puntare anche voi a raccolte più importanti…
Speriamo. Comunque, sapere che esistono player internazionali che stanno raccogliendo capitali importanti non intimorisce, anzi. Conferma che il mercato c’è. La vera sfida è costruire qualcosa che le persone scelgano, non solo che provino.
E secondo noi l’Italia è il Paese giusto da cui partire: abbiamo uno degli ecosistemi più forti in Europa sul vintage e sul second-hand, una cultura del prodotto e della qualità che non è solo tendenza, ma identità. Se c’è un luogo in cui far nascere un nuovo standard, è questo.

















