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Venture building in Italia, la visione di Diyala D’Aveni (Vento): “Pensare globale dal giorno zero”



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L’analisi sul venture building in Italia basata sull’esperienza di Vento, esplorando la crescita dei founder italiani all’estero, il nodo delle exit e le criticità normative che frenano lo scaling delle startup

Pubblicato il 29 gen 2026



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Diyala D'Aveni, CEO di Vento

L’evoluzione dell’innovazione tecnologica italiana sta attraversando una fase di profonda maturazione, segnata da un cambio di paradigma nel profilo degli imprenditori e nelle strategie di investimento. Il 28 gennaio 2026, in occasione della presentazione del Report Incubatori e Acceleratori 2025 del Social Innovation Monitor del Politecnico di Torino, Diyala D’Aveni, CEO di Vento, ha analizzato lo stato dell’arte del venture building in Italia evidenziando come, nonostante la crescita qualitativa dei protagonisti, permangano nodi strutturali significativi che limitano la velocità dell’intero sistema.

Cos’è Vento

Vento è un fondo di venture capital early-stage, interamente finanziato da Exor, che investe sui migliori founder italiani, ovunque si trovino. Opera soprattutto in pre-seed e seed, con un approccio sector-agnostic e geography-independent (conta che nel team ci sia almeno un founder italiano). Il ticket iniziale tipico è 150.000 euro, con possibilità di follow-on fino a 1 milione. Il processo è snello: l’esito arriva indicativamente entro due settimane. Nel 2025 ha annunciato un secondo fondo da 75 milioni di euro per i successivi cinque anni.
Vento è nato nel 2022 e ha dichiarato di aver già investito in 100 startup.
L’obiettivo del nuovo fondo è arrivare a 375 investimenti in 5 anni. Accanto agli investimenti, promuove iniziative di ecosistema: il team organizza anche Italian Tech Week.

La prospettiva offerta da D’Aveni è duplice: da un lato quella di chi costruisce attivamente nuove realtà imprenditoriali e dall’altro quella di un investitore istituzionale che osserva i flussi di capitale e talento su scala internazionale.

La qualità dei founder e la tesi d’investimento “senza confini”

Il primo elemento di discontinuità rispetto al passato riguarda l’identikit di chi decide di fare impresa oggi. Secondo le osservazioni di Vento, si registra un miglioramento netto delle competenze medie. Diyala D’Aveni ha sottolineato come negli ultimi anni si sia verificata “una crescita importante dell’ecosistema, non solo in termini di numero di deal… ma proprio come qualità dei founder”. Questa evoluzione è alimentata da un circolo virtuoso di esperienze pregresse: molti imprenditori hanno infatti già maturato percorsi professionali significativi all’interno di scaleup o altre startup, spesso operando in contesti internazionali prima di scegliere di avviare un proprio progetto.

Un fenomeno particolarmente rilevante è quello dei professionisti che, dopo un periodo all’estero, decidono di rientrare portando con sé un bagaglio di conoscenze tecniche e manageriali superiore alla media storica del Paese. Questa tendenza si riflette in una maggiore ambizione che spinge le attività di venture building in Italia a guardare oltre i confini geografici. Vento ha infatti adottato una tesi di investimento che D’Aveni definisce particolare: l’obiettivo è investire in founder italiani in fase early stage, indipendentemente dalla loro localizzazione geografica.

I dati operativi dell’ultimo anno confermano questa dispersione geografica del talento italiano:

  • Su un totale di 65 investimenti effettuati, solo la metà ha riguardato founder basati fisicamente in Italia.
  • Il restante 50% è composto da imprenditori italiani attivi all’estero, con una forte concentrazione negli Stati Uniti — in particolare a San Francisco — e in diverse capitali europee.

Il “Pattern” Y Combinator e il ruolo degli acceleratori

Un indicatore fondamentale della maturità di un ecosistema è la sua capacità di interfacciarsi con i grandi hub dell’innovazione mondiale. Per la prima volta dopo un lungo periodo, si è assistito a una presenza massiccia di italiani all’interno di Y Combinator (YC), considerato il punto di riferimento globale per l’accelerazione d’impresa. Questo passaggio non è solo simbolico, ma genera un impatto diretto sui flussi di capitale. D’Aveni ha confermato che, nell’ultimo anno, Vento ha realizzato ben 16 investimenti in founder italiani che avevano frequentato Y Combinator.

Nonostante il successo all’estero, il ruolo delle strutture nazionali rimane centrale, sebbene con dinamiche differenti. Sebbene la quota di investimenti derivanti da acceleratori italiani sia ancora piccola rispetto al volume totale dei deal, D’Aveni ritiene che in un ecosistema come quello nazionale, descritto come “cresciuto ma ancora giovane”, queste realtà abbiano un ruolo fondamentale per sostenere la crescita. Esiste una differenza strutturale tra gli ecosistemi maturi e quelli in fase iniziale, ed è proprio in questi ultimi che l’attività di incubazione e accelerazione può fare la differenza nel lungo periodo, nonostante i dati attuali mostrino una leggera riduzione dei volumi complessivi.

L’ostacolo delle exit e il limite del mercato domestico

Uno dei punti più critici sollevati durante l’analisi riguarda la fase finale del ciclo di vita di una startup: la via d’uscita o exit. Secondo la CEO di Vento, questo rimane uno dei problemi principali ancora privi di una soluzione strutturale. La difficoltà non risiede solo nella qualità delle aziende, che spesso performano bene, ma nell’assenza di sbocchi chiari e definiti.

Il limite principale individuato è la tendenza a costruire realtà troppo focalizzate sul solo mercato nazionale. Come spiegato da D’Aveni, “spesso si costruisce per il mercato domestico: molte startup italiane sono legate esclusivamente all’Italia e questo limita le possibilità di acquisizione”. Per superare questo stallo, la strategia suggerita dal venture building in Italia deve ricalcare quanto avviene in ecosistemi di successo come quello israeliano, dove i founder sono spinti a “pensare a business globali dal ‘giorno zero'”. Senza questa visione internazionale fin dalla nascita, le possibilità di attrarre grandi acquirenti o partner globali si riducono drasticamente.

La trappola dello scaling: competenze e barriere burocratiche

Se la fase di avvio beneficia di founder più preparati, i problemi emergono con forza quando le aziende devono scalare. D’Aveni ha evidenziato una carenza cronica di figure executive specifiche nel mercato italiano, in particolare quando una startup raggiunge i 100 dipendenti e i 10 milioni di fatturato. In questa fase, risulta difficile reperire professionalità come un Head of People o un Chief Revenue Officer (CRO) che abbiano già gestito la crescita di un’azienda fino ai 100 milioni di euro.

Questa mancanza di competenze costringe le società a guardare all’estero, innescando però una serie di attriti che D’Aveni definisce sistemici:

  1. La mancanza di competitività dell’Italia in termini di offerta economica e pressione fiscale.
  2. Le enormi difficoltà burocratiche legate ai visti, che rendono l’assunzione di talenti extra-UE un vero e proprio “incubo”.
  3. Un clima generale del “sistema Paese” che non viene percepito come competitivo rispetto a hub come Londra o San Francisco.

L’impatto delle scelte legislative sul venture building in Italia

L’analisi si chiude con un richiamo alle recenti decisioni in ambito normativo e fiscale, che sembrano confliggere con l’obiettivo di far crescere l’ecosistema. Un esempio citato con preoccupazione riguarda l’ultima legge finanziaria, che ha eliminato la Capital Gain exemption per gli investimenti inferiori a 500.000 euro e per quote di partecipazione sotto il 5%. Questa modifica colpisce direttamente il cuore dell’attività di chi, come Vento, opera nella fase iniziale della vita delle startup.

Diyala D’Aveni è stata molto diretta nel valutare l’impatto di queste politiche: “queste scelte non aiutano”. La tesi sostenuta è che non sia sufficiente lavorare sulla cultura dei founder o sull’acquisizione di competenze; è necessario che anche il settore pubblico invii segnali forti e coerenti. In assenza di un quadro normativo che incentivi l’investimento e la creazione d’impresa, risulta difficile convincere i migliori talenti a restare o a venire in Italia invece di scegliere piazze finanziariamente e burocraticamente più agili.

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