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Startup in Giappone: la rinascita economica e il nuovo ecosistema dell’innovazione nel 2026



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L’analisi di Kathy Matsui (MPower Partners) sul rinnovato ecosistema delle startup in Giappone evidenzia il passaggio dalla deflazione alla crescita, il ruolo dell’intelligenza artificiale e le opportunità offerte dalla leadership imprenditoriale femminile

Pubblicato il 19 gen 2026



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All’inizio del 2026, il panorama economico giapponese si presenta profondamente trasformato rispetto al passato recente, offrendo opportunità senza precedenti per chi decide di investire in una startup in Giappone. In una conversazione tra Jason Calacanis, fondatore di Founder University, e Kathy Matsui, General Partner di MPower Partners, emerge chiaramente come il Paese stia abbandonando una lunga fase di stagnazione per abbracciare un modello di crescita basato sull’innovazione tecnologica e su una nuova mentalità imprenditoriale. Forte di un passato in Goldman Sachs, Matsui delinea un quadro in cui la stabilità politica e la qualità della vita diventano pilastri fondamentali per attrarre talenti internazionali.

Superare il “veleno” della deflazione: il nuovo mercato del lavoro

Il Giappone ha attraversato oltre 25 anni di stagnazione economica e deflazione, un periodo che Matsui definisce «come un veleno» per il sistema Paese. Durante questa fase, la tendenza naturale di consumatori e aziende è stata quella di posticipare acquisti e investimenti, nella convinzione che i prezzi sarebbero calati ulteriormente nel tempo. Questa dinamica ha spinto la società verso una chiusura interna, riducendo l’interesse per l’apprendimento delle lingue straniere e spingendo i giovani verso la sicurezza dei posti di lavoro nelle grandi aziende consolidate.

Tuttavia, nel 2026 lo scenario è cambiato: la deflazione ha ceduto il passo all’inflazione e i salari hanno iniziato a salire. La forza lavoro ridotta, causata dal calo demografico, ha trasformato il Giappone in un “seller’s market”, dove sono i lavoratori a detenere il potere contrattuale. Questa condizione è ideale per chi vuole lanciare una startup in Giappone, poiché i giovani talenti si sentono ora più sicuri nel correre rischi professionali, sapendo di poter tornare facilmente a un impiego stabile qualora l’impresa non avesse successo. Un recente sondaggio citato da Matsui rivela che oltre il 40% degli studenti dell’Università di Tokyo oggi aspira a fondare o lavorare in una startup, un cambiamento radicale rispetto a solo un decennio fa.

L’ecosistema delle startup in Giappone: incentivi governativi e capitali

Il governo giapponese ha inserito la creazione di unicorni e il supporto alle nuove imprese tra le sue priorità assolute. Rispetto a trent’anni fa, quando il termine “startup” era quasi sconosciuto nelle sedi istituzionali, oggi esistono programmi strutturati che includono i “visti per startup”, sussidi per il deep tech e le biotecnologie, oltre a una maggiore allocazione di capitale pubblico verso i fondi di venture capital. In questo scenario, MPower Partners — il primo fondo di venture capital globale giapponese incentrato sull’ESG — gestisce un fondo da 150 milioni di dollari focalizzato non solo sul ritorno finanziario, ma anche sull’integrazione dei criteri ESG per accelerare la scalabilità delle aziende.

Un esempio di successo recente è Sakana AI, un’azienda che è riuscita a diventare uno degli unicorni più veloci del Paese attirando talenti dell’intelligenza artificiale da tutto il mondo. Matsui sottolinea che reclutare esperti globali per una startup in Giappone è diventato più semplice grazie alla qualità della vita straordinaria: trasporti pubblici di prim’ordine, sicurezza per le famiglie e un’offerta gastronomica che vanta la più alta concentrazione di stelle Michelin al mondo.

Il valore inespresso delle fondatrici femminili e la “Female Alpha”

Una delle tesi più forti sostenute da Kathy Matsui riguarda il potenziale economico delle donne nel mercato del venture capital giapponese. Nonostante il progresso generale, solo il 2% del capitale per le startup viene destinato a fondatrici donne. Tuttavia, i dati raccolti tra il 2020 e il 2024 mostrano una realtà controintuitiva: le aziende guidate da donne che sono approdate alla quotazione in borsa (IPO) avevano una valutazione superiore di una volta e mezza rispetto a quelle guidate da colleghi maschi.

Questa discrepanza rappresenta una «opportunità di investimento unica», poiché consente di entrare a sconto in aziende sottovalutate per poi uscire con un premio significativo. Matsui riporta che nel primo fondo di MPower Partners il 40% dei fondatori sono donne, una scelta dettata dai dati e non da semplici quote di diversità. Per supportare questa crescita, istituzioni come Mitsubishi Bank, AIG e il governo di Tokyo hanno fornito il loro sostegno finanziario, riconoscendo che la leadership femminile è un motore di rendimento fondamentale per il futuro delle startup in Giappone.

Tecnologia e geopolitica: l’alleanza con il Medio Oriente e l’IA

Il Giappone sta ridefinendo il suo ruolo internazionale attraverso quella che Matsui chiama “Japan Dynamism”. In risposta all’incertezza geopolitica, il focus si è spostato sulla sicurezza energetica, sulla cybersicurezza e sulla resilienza della catena di approvvigionamento. Storicamente dipendente dal petrolio del Medio Oriente, il Paese ha rafforzato i legami con l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti, non più solo per l’approvvigionamento energetico, ma come partner strategico per la modernizzazione infrastrutturale e tecnologica.

Paesi come l’Arabia Saudita, attraverso il fondo PIF, guardano al Giappone per competenze in ambiti dove l’eccellenza nipponica è indiscussa: fabbriche automatizzate, porti e sistemi ferroviari. Al contempo, il Giappone è costretto a una maggiore proattività diplomatica in Asia, Australia e Africa, riducendo la dipendenza passiva dall’alleanza di sicurezza con gli Stati Uniti, la cui affidabilità futura è oggetto di discussione.

L’integrazione di IA e robotica come necessità demografica

A differenza di altri mercati dove l’intelligenza artificiale viene accolta con timore per i possibili impatti sull’occupazione, in Giappone l’IA è considerata una risorsa indispensabile. Matsui afferma categoricamente: «In Giappone abbiamo bisogno dell’IA ‘da ieri’ a causa della carenza di manodopera così acuta». Non esiste una “reazione allergica” alla tecnologia perché la mancanza di persone fisiche per coprire i posti di lavoro rende l’automazione l’unica via per mantenere il funzionamento della società.

L’innovazione nel campo della computer vision e della robotica sta già portando soluzioni concrete, come dimostrato da startup che sviluppano cestini intelligenti in grado di smistare i rifiuti automaticamente negli aeroporti utilizzando l’intelligenza artificiale. Jason Calacanis aggiunge che entro i prossimi dieci anni i robot saranno impiegati stabilmente in chirurgia, nelle fabbriche e nella gestione logistica. Per una startup in Giappone, lo sviluppo di soluzioni che riducano i costi del lavoro o le emissioni di CO2 attraverso l’automazione non è solo un’opportunità commerciale, ma una risposta necessaria a una crisi demografica che non permette di attendere l’apertura totale delle frontiere.

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