Startup che vanno all'estero: il caso Antlos | Economyup
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La storia

Startup che vanno all’estero: il caso Antlos

04 Feb 2016

«In Italia chi ha le risorse non è pronto a investirle in capitali di rischio. E le normative non aiutano. Non resta che l’estero: US o UK, Paesi dove è più concreta la possibilità di accedere ai capitali necessari per crescere» dice Michelangelo Ravagnan, founder della piattaforma che organizza vacanze in barca

Michelangelo Ravagnan, founder di Antlos
Bye Bye Italia. Per fare impresa e far crescere le startup è meglio emigrare. “Stati Uniti o Regno Unito, Paesi dove al momento è più concreta la possibilità di accedere ai capitali”. A parlare è Michelangelo Ravagnan, founder e Ceo di Antlos, la startup incubata in H-Farm, la cui storia è finita sulla stampa internazionale. Perché se è vero che molte startup decidono di nascere e crescere nel nostro Paese, sfidando pregiudizi, luoghi comuni e difficoltà finanziarie, è anche vero che non mancano gli esempi di chi decide di andare all’estero per non rinunciare al proprio sogno imprenditoriale.

È il caso di Antlos, startup nata nel 2014 all’interno del programma di accelerazione di H-Farm Ventures dove tuttora è incubata, che ha realizzato una piattaforma che organizza vacanze in barca all inclusive mettendo in contatto skipper professionisti con utenti amanti del mare che decidono di affidarsi all’esperienza di personale qualificato. È stata definita l’Airbnb delle vacanze in barca, perché proprio come il portale per trovare alloggi, Antlos mette in contatto host e utenti, offrendo la possibilità di acquistare una vacanza e trasformarla in una vera e propria esperienza in mare aperto. Ogni skipper può pubblicare più annunci ed essere contattato dagli utenti registrati per prenotare una vacanza scegliendo tra diverse destinazioni, esperienze edattività offerte, pagando online con carte di credito e Paypal.

«Le startup italiane sfidano UK e Germania»: così ci vedono all’estero

“L’idea nasce dalla volontà di rendere le vacanze in barca accessibili a chi ama il mare ma, a causa dell’inesperienza e degli alti costi, non è ancora mai riuscito a salpare” dice Ravagnan. Il modello di business di Antlos si ispira alla filosofia della sharing economy offrendo la concreta opportunità agli utenti di iniziare a guadagnare dal noleggio della propria barca, senza dover pagare provvigioni ad agenzie. Il team è attualmente composto da 5 persone oltre ai tre fondatori: Michelangelo Ravagnan, business developer, ex comandante di yacht e trainer d’equipaggi; Marco Signori, product manager ed ex Skipper a vela; Nicola Peduzzi, lead web developer.

Tutto molto bello, se non fosse che per crescere Antlos ha bisogno di soldi. Soldi che in Italia non arrivano. E allora non resta che puntare all’estero.

Ravagnan rimane sul vago quando gli chiediamo se davvero il suo destino è emigrare oppure no: “Ci riteniamo estremamente fortunati ad aver avuto l’opportunità di iniziare a sviluppare la nostra startup in Italia, Paese nel quale siamo nati e cresciuti, per lo più a pochi chilometri da Venezia, la città natale dei tre fondatori – dice -. Molto probabilmente in futuro avremo bisogno di far crescere il nostro progetto all’estero, idealmente US o UK, Paesi dove al momento è più concreta la possibilità di accedere ai capitali di cui avremo presto bisogno, cioè round Serie A. Anche nel caso in cui sarà necessario delocalizzare il quartier generale di Antlos per interagire costantemente con i futuri investitori, il nostro desiderio è di tenere una sede operativa in H-Farm Ventures, realtà che ha creduto in noi fin dall’inizio, che ci ha permesso di sviluppare il progetto e che ci consente di entrare in contatto con professionisti provenienti da ogni parte del mondo ogni giorno.”

Ma in Italia i soldi per le startup ci sono oppure no? “La mia personale opinione è che in Italia ci sarebbero i soldi per finanziare le startup anche per round differenti dal pre-seed/seed, per i quali fortunatamente esistono da anni e stanno tutt’ora nascendo belle realtà che aiutano le startup nella fase iniziale – risponde lo startupper -. Purtroppo, la maggior parte degli imprenditori italiani che hanno potenzialmente le giuste risorse a disposizione, culturalmente non sono pronti ad investire in capitali di rischio relativi a questo settore, e di certo non vengono motivati e agevolati a sufficienza dall’attuale normativa”.

Uno dei più grandi ostacoli che stiamo riscontrando è che pur essendo una startup innovativa, non abbiamo a disposizione una tipologia di contratto da lavoratore subordinato realisticamente incentivante – continua Ravagnan – . Il costo d’azienda per questo genere di assunzioni, nonostante le ‘agevolazioni’ degli ultimi decreti, è altissimo, e il dipendente, generalmente di giovane età se lavora per una startup, non ha al momento nessun beneficio nonostante il fatto che sia disposto a mettersi in gioco e lavorare per una società caratterizzata da un forte rischio d’impresa”.

Insomma, troppe cose non vanno per Ravagnan in Italia. E quindi non resta che l’estero. Con buona pace di H-Farm, che però, assicura ancora il neoimprenditore: “la dirigenza di H-Farm ha tutto l’interesse di far fruttare al meglio l’investimento effettuato, fornendoci supporto costante in tutte le attività necessarie per la crescita della startup”.

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