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La storia

Sounday, come comprare altre startup e decuplicare il fatturato in un anno

08 Lug 2015

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La startup fondata nel 2009 da Giuseppe Ravello ha appena rilevato l’americana Soundtracker. Nel 2014 lanciò due app per lo streaming in mobilità. Un’evoluzione della società che nel 2013 ha raggiunto 3 milioni di ricavi. Anche grazie a una visione arrivata a 40 anni GUARDA IL VIDEO

Si può lasciare un lavoro sicuro (per quanto ci possano essere ancora lavori sicuri…) a 40 anni per giocarsi la vita in un mercato complesso e difficile come quello musicale?  Giuseppe Ravello lo ha ha fatto. Come dice lui stesso, “ho lasciato la comfort zone per l’ignoto”.

La comfort zone era una posizione importante in Intesa Sanpaolo, banca dove Ravello ha prestato servizio per 10 anni e ha seguito il progetto Esprit per i clienti giovani. L’ignoto, Sounday, una startup per offrire servizi di marketing digitale ai musicisti in cerca di fama, che 5 anni dopo è un caso di successo: nel 2013 il fatturato si è moltiplicato per 10, da quasi 300 mila euro a 3 milioni, grazie alla crescita e all’acquisizione di altre società, cosa che non accade di frequente a un’impresa con pochi anni di vita e che si è ripetuta nel 2015 con l’acquisto di Soundtracker. I dati sui ricavi 2014, invece, non sono ancora disponibili.

Adesso c’è davanti la crescita internazionale, come e nuovi servizi, presentati al Medimex, la più importante fiera della musica in Italia, che si è svolta a Bari il 30 settembre 2014. L’anno scorso, Sounday, fino ad allora orientata al pubblico dei professionisti della musica, ha dimostrato di saper andare anche verso chi l’ascolta, con il lancio di due app di streaming, una di jazz e l’altra di Indierock. Una scelta che non ha “tradito” la vocazione originaria di Sounday.

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Studi economici e una storica passione per la musica, Ravello in banca faceva modelli di analisi. «Però mi ero esercitato a fare startup, negoziavo budget», racconta. «A 40 anni mi sono guardato avanti e mi sono chiesto: dove sarò fra 10? Che cosa farò? Dirigente, forse. Ma il mondo cambia, sentivo forte la pressione del digitale…». E così decide di rimescolare le carte. Obiettivo: sviluppare un’idea in grado di stare sul mercato musicale. Ne parla con gli amici Eugernio Caserini e Gianluca Perrelli, ex di Vitaminic, impresa simbolo della new economy. Trova il primo finanziamento da dPixel di Gianluca Dettori, che di Vitaminic era stato la bandiera: 100mila euro per il primo anno di test del modello. Quale? Quello di una piattaforma, SoundayMusic, di servizi per il business musicale. «Nel 2009 tutta l’attenzione era concentrata sul consumo della musica. E chi la fa? Non ci pensava nessuno. C’erano nuovi bisogni indotti dall’evoluzione digitale e non trovavano risposte». 

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Ravello, che è ceo di Sounday, si lancia nella filiera digitale che stravolge produzione, distribuzione e promozione. Comincia la sua nuova vita senza giacca e cravatta. «In famiglia non sapevano che cosa stavo facendo. Le mie sorelle un po’ burlone dicevano ai miei genitori che facevo il deejay alla radio. E loro erano un po’ preoccupati…».

Ma lui li rassicura presto: nel 2011 un gruppo di imprenditori italiani e giapponesi investono mezzo milione di euro sulla sua idea. L’anno successivo Principia Sgr accende il turbo con 2milioni di euro. La visione di Ravello sembra funzionare. Lui è affascinato dalla tecnologia ma ha il culto per le macchine anni 70: a Torino gira su uno storico Si (scooter Piaggio) del 78 e un ancora più mitico Maggiolino VW del 73. In garage, ovviamente, ha anche una Vespa PX200.

Questa sua “dualità” lo aiuta: «Il nostro concetto di partenza non è stato tecnologico. La nostra domanda di partenza è stata: che cosa succede se raccolgo in un’unica piattaforma tecnologica tutti i servizi necessari a un musicista professionista? L’innovazione è stata nel modello di business, decisamente b2b. Abbiamo cominciato rivolgendoci agli artisti emergenti, col pay per use, e questo ci ha permesso di farci conoscere e apprezzare. Poi siamo passati ai top artist». Adesso tra i clienti di Sounday ci sono anche Roy Paci e il rapper Fedez, giurato di XFactor e autore dell’inno per il Movimento 5 Stelle. Tutti, debuttanti e star, hanno oggi un problema: come gestire la presenza digitale? Come valorizzare i contenuti on line? Il lavoro di Sounday è rispondere a queste domande, a cui spesso fanno fatica a trovare soluzione anche le case discografiche. «Non siamo concorrenti», sottolinea Ravello. «Semmai abilitatori».

Il messaggio deve essere arrivato, vista l’escalation del fatturato: 270 mila euro nel 2012, 3milioni nel 2013. Il “muro del suono” viene superato nell’autunno 2013 con l’acquisizione di Kiver, un leader italiano della musica digitale con 10 anni di storia, con oltre 150 etichette, 6000 artisti distribuiti, 45mila brani in catalogo e 50 canali attivi su YouTube. Un boccone appetitoso, che ha richiesto buona parte del 2014 per essere digerita.

Ora Sounday, più forte sul mercato nazionale, è pronto al salto in quello globale. Internazionalizzarsi è la parola d’ordine di Ravello. Che ha aperto un altro fronte: il mobile streaming. Le due app che vengono lanciate al Medimex sono il primo passo per chiudere il cerchio: Sounday offre ai suoi artisti un palco digitale e mobile, che può diventare particolarmente prezioso per gli esordienti. Per fare tutto e farlo bene, certo che non guasterebbe un nuova iniezione finanziaria. Che a questo punto potrebbe arrivare dall’estero.

P.S. Giuseppe Ravello suona la chitarra e adesso sta studiando l’ukulele. Prova a suonarci anche i Red Hot Chili Peppers, che sono il suo gruppo preferito (brano hot: Californication – “un mondo in cui mi vedo”, dice). Nella sua personal hit compaiono anche i l’inglese Paul Weller, Pearl Jam e il loro frontman Eddie Vedder. Che, ovviamente, suona l’ukulele e ci ha pure fatto un disco, Ukulele Songs.

 

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di Giovanni Iozzia

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