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EUROSCENARIO

Seedcamp, visita all’acceleratore di Londra (che sta rivedendo il modello di business)

di Luciana Maci

07 Ago 2017

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Dopo 10 anni di vita, il fondo fra i più noti in Europa cambia strategia. Il sistema “realizza la tua idea in 3 mesi e con pochi soldi” non funziona più. «Ora le startup hanno bisogno di capitali e di contatti con esperti che possano a loro volta connetterli con i leader del loro settore», spiega la responsabile marketing.

Anche i grandi acceleratori cambiano pelle. “Ci siamo resi conto che l’ecosistema delle startup era maturo e, dopo 10 anni di vita, abbiamo deciso di rivedere il nostro modello di business” svela a EconomyUp Natasha Lytton, capo del marketing e della comunicazione di Seedcamp, fondo di investimento in fase pre-seed e seed, ovvero nel periodo iniziale della vita delle giovani imprese innovative. In sostanza il fondo sta dando l’addio al vecchio sistema “mordi e fuggi”, quando una startup aveva solo 3 mesi per scommettere tutto sulla propria idea, e sta invece abbracciando una modalità che punta a far germogliare e crescere più gradualmente le realtà imprenditoriali all’interno di una rete di contatti, consulenti e investitori internazionali.

Incontro Nastasha Lytton nella sede di Seedcamp a Londra, che si trova all’interno di Campus London, lo spazio per imprenditori, innovatori e startupper creato da Google a Bonhill Street, nel quartiere Shoreditch, immediatamente a nord della City. Seedcamp occupa un piano dell’edificio: uno spazio essenziale e senza fronzoli – tavoli da lavoro in open space – per un acceleratore che è sulla breccia dal 2007 e che ad oggi ha investito 365 milioni di dollari in 214 aziende, contribuendo a creare oltre 2500 posti di lavoro. La sua co-fondatrice è una donna, Reshma Sohoni, laureata in Ingegneria ed Economia, con precedenti esperienze nel venture capital in Usa e India.

Natasha Lytton, responsabile marketing e comunicazione di Seedcamp

COME FUNZIONA SEEDCAMP

È uno degli acceleratori più noti a Londra e nel mondo. Uno dei suoi investimenti di maggior successo è stato in Transferwise (servizi di trasferimento denaro), uno dei pochi unicorni europei. Le startup vengono selezionate solitamente attraverso referenze e contatti e non versano alcun contributo in denaro per accedere al programma di accelerazione. Nel sito di Seedcamp sono descritte le tre modalità di investimento finora attuate: 75mila euro per il 7% della startup, 3% come warrant o 200mila euro come round di investimento seed. Ma Natasha Lytton precisa che, proprio in vista del cambio di passo, anche queste modalità di investimento muteranno. I dettagli saranno svelati solo in seguito.

LA SVOLTA NEL MODELLO DI BUSINESS

“Negli ultimi tempi – dice Lytton – ci siamo resi conto che anche le startup stavano attraversando una fase di cambiamento e di maturazione. Non funziona più il vecchio modello in base al quale una startup parte con una piccola quantità di denaro, cerca di seguire il nostro programma e realizzare la propria idea imprenditoriale in tre mesi, dopodiché, se non funziona, chiude tutto. Occorre metterle a disposizione un accesso al capitale e metterla in contatto con esperti di finanza e di imprenditoria che possano a loro volta connetterla velocemente con i leader nel loro campo di attività”.

L’esempio più recente di questo approccio è Zemanta, una startup di Lubiana che fornisce una piattaforma B2B per il content marketing. Seedcamp ha investito su Zemanta 9 anni fa e a fine luglio la società è stata acquisita da Outbrain, un big dell’advertising online, per un importo mai svelato. “Dopo 9 anni siamo ancora con loro – spiega Natasha – e questo dimostra l’interesse che proviamo. Stiamo insomma continuando ad accompagnare le nostre startup lungo il percorso imprenditoriale”.

Per questo motivo Seedcamp ha deciso di puntare specificamente sugli investimenti in fase pre-seed, quelli che avvengono dopo che le startup hanno già raccolto fondi da family and friends o da business angels. “Molte persone che stiamo incontrando negli ultimi tempi hanno già avuto in passato esperienze imprenditoriali, perciò hanno bisogno di una differente modalità di accelerazione” dice Lytton.

AVANTI CON IL FINTECH, “NI” AL FOODTECH

Per quanto riguarda i settori di attività delle società accelerate, Seedcamp è il secondo acceleratore a Londra per startup del fintech, la tecnologia applicata alla finanza, e continua a scommettere ampiamente su questo comparto. “Nel mondo della tecnologia – spiega la responsabile marketing –  ci sono fenomeni che conquistano l’interesse di tutti in un determinato momento e un attimo dopo sembrano perdere di attrattiva: riteniamo che il fintech sia il settore che mantiene una maggiore coerenza di sviluppo e un interesse costante”. Seedcamp investe molto anche nel settore assicurativo legato alla tecnologia (insurance tech), e sta coltivando diverse startup nel legal, grazie anche alla forte ascesa dei sistemi di intelligenza artificiale e della blockchain. Inoltre stanno facendo capolino sulla scena londinese diverse giovani imprese dell’immobiliare coniugato con la tecnologia (realtà virtuale per le visite nelle case, applicazioni per accendere mutui ecc. ecc.)

Meno centrale è l’interesse di Seedcamp per il foodtech. “In questo settore – dice Natasha – ci sono già player come Deliveroo e stanno entrando in campo colossi quali Amazon e Uber.  Basti pensare alla recente vicenda di Blue Apron, la startup americana che ha visto drasticamente abbassare il proprio valore in Borsa probabilmente proprio a causa della concorrenza di Amazon”.

SUCCESSI E INSUCCESSI

Uno degli investimenti più noti di Seedcamp è, come detto, quello in Transferwise, multinazionale britannica attiva nei servizi di trasferimento di denaro fondata nel 2001. Un altro successo è Revolut (applicazione per mobile payment), una startup cresciuta molto rapidamente che è arrivata a raccogliere 60 milioni di euro. Da ricordare anche Curve, fondata da israeliani ma con sede a Londra, che consente di riunire tutte le carte di pagamento in una sola. Nel campo dell’insurance tech c’è l’americana Cuvva, che permette all’utente di pagare l’assicurazione dell’auto su base oraria. Su 214 startup sulle quali l’acceleratore ha investito dalla sua costituzione, 160 sono ancora attive, 21 sono state acquisite. Evidentemente 33 non ce l’hanno fatta. Ma tutto sommato è un tasso di sopravvivenza elevato rispetto alla media. “Abbiamo questi numeri – sostiene Lytton –  perché guardiamo soprattutto al valore della persona: essendo imprese ancora in nuce, alla fine quello che conta veramente è il rapporto umano”. Da qui l’essenzialità del luogo di lavoro: negli uffici di Seedcamp si porta il proprio pc, ci si collega, ci si incontra, si parla, ci si scambiano idee, si scende al piano inferiore a prendere un caffè nel Google Campus,. Non servono spazi vasti ed elaborati, serve il contatto umano.

SEEDCAMP E L’ITALIA

In Italia Seedcamp ha realizzato solo un paio di investimenti di importo modesto in imprese italiane: Stamplay, co-fondata da Nicola Mattina, che fornisce una piattaforma per aiutare anche chi è poco esperto a programmare, e Tanaza, che consente di gestire le proprie reti Wi-Fi dal cloud. Inoltre ha stretto una collaborazione con H-Farm, l’acceleratore di Riccardo Donadon a Roncade (Treviso). “Ci siamo resi conto che l’ecosistema italiano è un po’ più lento degli altri, più di Berlino o più di Tallin, giusto per fare qualche nome. Ma ci sono giovani aziende gestite da cervelli brillanti come Depop, che ha sede a Londra e fornisce un’applicazione per vendere e comprare oggetti nuovi o di seconda mano in pochi semplici passaggi”.

EFFETTO BREXIT: ANCORA NON C’È

“Per il momento – conclude l’intervistata – non è cambiato praticamente niente dopo il referendum del 2016 che ha decretato l’uscita dalla Gran Bretagna dell’Unione europea. Non possiamo ancora parlare di ripercussioni particolari per il business delle startup che aiutiamo a crescere. Speriamo solo che il governo inglese possa produrre normative che consentano di continuare a far affluire i talenti stranieri a Londra. La forza di questa metropoli è anche quella di essere un melting pot, un incrocio di culture. I talenti di tutto il mondo contribuiscono a farla grande. Specialmente nel mondo delle startup”.

 

 

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Luciana Maci
Giornalista

Ho partecipato al primo esperimento di giornalismo collaborativo online in Italia (Misna). Sono dal 2013 in Digital360 Group, prima in CorCom, poi in EconomyUp. Scrivo di innovazione ed economia digitale

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